Pd, il problema non sono D’Alema e Bersani

Il problema non sono i pochi big ma i tanti small. Il problema non sono D’Alema o Bersani o Cuperlo o Speranza e la variopinta tribù dei musi lunghi come l’ha ribattezzata con sprezzante sarcasmo Matteo Renzi. Il problema sono i tanti elettori e iscritti che non si riconoscono più, che si sentono sfiduciati, che non sanno più che cosa è veramente il partito al quale hanno dedicato molto del loro tempo, che assistono impotenti alle lotte dei mini-big locali a caccia di voti, di tessere e di sostegni congressuali e poi arrivederci, chi s’è visto s’è visto.

Bisognerebbe farla una bella inchiesta sullo stato del Pd. Un viaggio da Nord a Sud – dalla Sicilia di Crocetta e del suo cerchio magico al caos della Liguria o a quello di Roma passando per il terremoto di Sesto Fiorentino, solo per fare qualche esempio – per capire che cosa pensano i suoi iscritti, che cosa passa per la testa dei militanti che montano e smontano stand e alla fine sono abbandonati a se stessi e non decidono su nulla. Oppure indagare su quel livello allarmante di astensionismo che proprio nelle regioni un tempo rosse ha avuto picchi preoccupanti ed è stato archiviato come si archivia una bolletta pagata.

Tenere gli occhi chiusi non solo serve a poco, ma è suicida. C’è un pezzo di partito (quanto piccolo o quanto grande è da vedere, ma c’è) che lentamente se ne va. Non fa notizia come Civati o Fassina, ma se ne va lo stesso. Non rinnova la tessera, si chiude in se stesso, si domanda perché il Pd è arrivato a un punto così critico, ormai così lontano da quel che avevano immaginato alla sua fondazione. Si chiedono anche loro, in sostanza, se quel partito diventerà un indistinto partito di tutti oppure può ancora essere il grande partito del centrosinistra. Che sta da una parte e parla all’altra parte, e non che sta da tutte le parti indifferentemente.

Prendete il tema delle tasse. Ma davvero credete che, come dice la comunicazione di Renzi, ci sia qualcuno nel Pd che sia contro il taglio delle tasse? O non è vero,invece, che il taglio delle tasse può essere fatto in un modo (favorendo i più poveri e riattivando la crescita e quindi il lavoro) oppure in un altro completamente diverso (tagli a tutti, premiando i ricchi che con la crisi si sono arricchitti sempre di più)? Dove è la differenza tra la sinistra e la destra? Rifletteteci bene, non sono domande da gufi.

Allora, no: non si può liquidare con sarcasmo chi pone un tema che è centrale nel definire l’identità di un partito. Su Repubblica, proprio oggi, il responsabile economico del Pd Filippo Taddei dice in sostanza la stessa cosa: meno tasse su lavoro e impresa per favorire la crescita, pesanti dubbi sul taglio dell’imposta sulla prima casa. Anche lui gufeggia per caso?

Bisogna saper scegliere in tempo non arrivarci per contrarietà, cantava Guccini qualche annetto fa. Se nessuno lo fa, se nasconde la testa sotto la sabbia e intona in coro come è bella la città, non finirà bene. Il rischio è che la tribù dei musi lunghi diventi talmente grande da far passare la voglia di sorridere persino al più pasdaran dei pasdaran del renzismo.

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