Bersani e il vicolo stretto del Pd

​La sala del Palazzo Ducale è piena zeppa come nelle grandi occasioni. Prima che si cominci i posti a sedere sono tutti già  occupati: chi è venuto ad ascoltare Pier Luigi Bersani vuole sapere che succede nel Pd e soprattutto vuole capire se c’è ancora un modo per togliersi di dosso quel magone che ti fa sentire fuori posto a casa tua. Quasi estraneo in un partito al quale molti qui a Fiano Romano (ma vale per tanti altri posti in giro per l’Italia) hanno dato l’anima. Prima di cominciare si va da Enrico Berlinguer, davanti a quella statua di bronzo che all’ingresso del paese ricorda a tutti l’indimenticabile segretario del Pci. Certo, serpeggia la nostalgia tra le note dell’Inno d’Italia suonato dalla banda di Fiano mentre Bersani e il sindaco Ottorino Ferilli sistemano una corona di fiori ai piedi della statua. Ma non è una nostalgia canaglia. È piuttosto una nostalgia attiva, il senso di una storia da rilanciare nel futuro e la consapevolezza che bisogna ritrovare, come dice Bersani, la bellezza della politica, la sua profonda moralità.

Ma la domanda che aleggia in questa sala è: che fare? Qui c’è un pezzo di Pd (quanto grande si vedrà) che si sente a disagio, non condivide alcune scelte importanti di Renzi (a cominciare da quelle sul lavoro e sull’articolo 18), mal sopporta il suo atteggiamento liquidatorio nei  confronti di una storia di cui si sentono parte e soprattutto ritiene sbagliata la riforma costituzionale. E sta qui, intervenendo o rumoreggiando, per cogliere un segnale, un’indicazione. Intervisto un Bersani che sa di camminare sui carboni ardenti, sa di percorrere un vicolo stretto che rischia a ogni passo di sfociare nella “piazza della scissione”. Per questo, quando alla fine gli chiedo che cosa succederà nel Pd il 5 dicembre, risponde che le cose possono rimettersi in movimento, che se i militanti hanno la sensazione che si può  riaprire una discussione forse riprendono fiducia e magari ci riprovano. All’obiezione che tutto questo può accadere solo in un caso, cioè  se vince il no al referendum, perché  se vince il sí Renzi andrà avanti come un treno piu di prima, Bersani scuote la testa: ma poi se si va avanti così si incontra un muro, dice. Non vuole sentire nominare la parola scissione, ci tiene al Pd anche se lo vorrebbe diverso, e anzi aggiunge che senza il Pd qui ce ne andiamo tutti a casa.

Ma nonostante questo legame solido con il Pd e con il suo ruolo di aggregatore di un campo largo del centrosinistra, Bersani non è tenero con Renzi e con la cultura  politica che esprime. Non è tenero con le scelte economiche che sono, spiega, molto parcellizzate in una logica di bonus (dagli 80 euro all’Imu tolta anche sulle prime case dei più ricchi) e non puntano su misure di tipo espansivo che siano in grado di favorire la crescita e creare occupazione.  Gli faccio l’esempio del terremoto, gli dico che una sinistra forte avrebbe già lanciato da tempo un piano decennale o ventennale per la messa in sicurezza del territorio e delle case finanziato con investimenti pubblici e Bersani concorda: dobbiamo creare lavoro e quello della sicurezza del territorio è un esempio ma altri se ne possono fare. Dobbiamo affrontare la questione sociale, aggiunge, il problema delle periferie. Le antenne della politica devono tornare a funzionare sul territorio, spiega, in modo da capire per tempo che cosa si muove nella società. Insomma, per Bersani c’è  molto da fare per correggere gli errori compiuti in questi anni, e basti citare i voucher introdotti dal jobs act che hanno creato una nuova più grande e drammatica precarietà. È ora di fare un tagliando alla politica economica del governo, dice tra gli applausi. Altrimenti, aggiunge, poi arriva una destra protezionista e non liberista che difende quelli di casa sua e li toglie lei i voucher.

Se la politica economica contiene qualche grave errore, la riforma costituzionale con annessa la legge elettorale per Bersani sono un problema molto ma molto più serio perché tocca l’assetto democratico del paese sul quale bisogna andare con i piedi di piombo. All’ex segretario del Pd la riforma costituzionale non piace. Non gli piace quel Senato un po’ abborracciato, fatto di parlamentari non eletti e con compiti poco chiari, anzi abbastanza confusi. Non gli piace quell’insistenza sul “taglio dei politici” che fa il verso a certi argomenti populisti. A chi polemicamente gli fa notare che però quella riforma l’ha votata e ora come fa a schierarsi con il no, Bersani risponde che sì, l’ha votata per senso di responsabilità ma a due condizioni: che i senatori fossero scelti dagli elettori e che si fosse messo da parte l’Italicum per fare un’altra legge elettorale che impedisca il combinato disposto che dà  tutto il potere a una minoranza con seri squilibri istituzionali. 

Queste due condizioni finora (e ne è passato del tempo) non sono state prese in considerazione. E nemmeno dalla commissione Pd sono venuti per il momento segnali di novità. Quindi, chiedo a Bersani, voterai no a prescindere dall’esito di quella commissione? Se mi chiedi che cosa voterei domani mattina, risponde, ti direi no, poi vediamo, valutiamo, non siamo chiusi. L’impressione, nonostante la cautela, è  che non ci siano molti margini per fargli cambiare idea. Tant’è che insiste molto sulla necessità  di dare rappresentanza a un pezzo del Pd che non condivide la riforma costituzionale ed è  orientato per il no. E quando gli chiedo che cosa risponde a chi lo accusa, come ha fatto sull’Unità il condirettore Andrea Romano, di far parte di una compagnia di giro che vede insieme Brunetta e Salvini, si irrita e risponde: nella mia compagnia ci sono la Cgil e l’Anpi, di che cosa stiamo parlando? Insiste: io cerco di rappresentare una parte del nostro popolo, quei militanti sfiduciati che sono tra i nostri migliori militanti.

Dopo quasi due ore di confronto in una bella serata di bella politica, mentre Bersani viene assalito dai militanti con nuove domande, mi restano gli interrogativi sul dopo 4 dicembre, su questo spartiacque che sembra il confine tra il Bene e il Male e che Renzi ha drammatizzato oltre ogni ragionevole limite. Il problema, comunque vada il referendum, inizia il 5 dicembre quando si risveglierà un’Italia spaccata in due e un Pd che non si sa se sarà ancora il Pd. Su questo c’è ancora molta nebbia all’orizzonte e il meteo non prevede significativi miglioramenti.

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