Quando Ingrao inventò l’Unità

Questa storia comincia a Milano con un grido di libertà che squarcia la notte nell’estate del 1943 e finisce a Budapest con un altro grido di libertà soffocato nel sangue nell’autunno del 1956. Due immagini contrapposte, in mezzo tredici anni che sconvolgono il mondo e lasciano un’impronta sulla storia d’Italia. Segnano anche la scelta di vita di Pietro Ingrao che in quel periodo si intreccia, proprio sotto la sua lunga direzione, con l’atto di fondazione dell’Unità come giornale moderno. E’ una fase sussultoria in cui accade di tutto: dalla guerra partigiana al governo di unità nazionale, dalla nascita della Repubblica alla sconfitta del 18 aprile ’48. E poi l’attentato a Togliatti, la morte di Stalin, il XX congresso del Pcus con il rapporto sui crimini staliniani. A chiudere, il terribile 1956 ungherese. Un decennio si speranze e di tempeste.

Quella notte del ’43 Ingrao è nascosto in una casa di Corso Porta Nuova quando il compagno di clandestinità, Salvatore Di Benedetto, all’improvviso si alza dal letto, spalanca la finestra e urla: “A morte Mussolini”. Pietro è interdetto, tenta di fermarlo. Ma lui urla ancora più forte, perché quella è una notte particolare: è la notte del 25 luglio. La mattina a Roma Mussolini è stato destituito, il fascismo è finito. Di Benedetto spinge Ingrao nelle strade a festeggiare la libertà ritrovata, in mezzo a un fiume di gente e all’alba si unisce a loro anche Elio Vittorini. Si monta l’altoparlante su un furgone, si convoca una manifestazione a Porta Venezia: proprio lì Ingrao trova il coraggio di afferrare il microfono, che passa di mano in mano, e fa il suo primo comizio. Più tardi Celeste Negarville, direttore dell’Unità clandestina, lo sprona: bravo, ora scrivi per il giornale. Nella casa del pittore Ernesto Treccani quei redattori improvvisati preparano uno storico numero del quotidiano chiuso proprio dal Duce nel ’26. Il titolo è a tutta pagina: “L’arresto di Mussolini. Italiani gridate nelle piazze pace e libertà”. Quando i tipografi consegnano le prime copie, sono tutti emozionati: dopo la lunga clandestinità, il giornale di Gramsci torna alla luce del sole. Ma è un’amara illusione. La legalità è ancora molto lontana.

Ma che razza di direttore

Comincia così, in una piazza di speranza, l’incontro tra Ingrao e l’Unità. E due anni più tardi, subito dopo la Liberazione, quel quotidiano diventa la grande sfida di una nuova generazione di giornalisti comunisti. E’ tutto da fare e da inventare. In quei giorni disordinati, infatti, c’è una sola cosa chiara: fare un vero giornale. Non un bollettino di propaganda, non la Pravda. Ma un quotidiano che, come spiega a quei giovani Palmiro Togliatti, deve diventare il “Corriere della sera della classe operaia”. Insieme con Ingrao arrivano in redazione altri ragazzi tra i quali Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Arminio Savioli, Paolo Spriano, Maurizio Ferrara, Luciano Barca, Davide Lajolo. Hanno fatto buoni studi e buone letture. Gli intellettuali, li chiamano. Saranno loro a dare un’anima nuova all’Unità, facendolo diventare quel grande giornale di massa che sfiderà la narrazione democristiana nell’Italia del dopoguerra. L’impresa è entusiasmante e loro la affrontano con grande passione e con uno sconfinato spirito di sacrificio. A una parete della redazione in via Quattro Novembre qualcuno ha appeso un cartello che ricorda a tutti di spegnere la luce quando si va via perché i “soldi sono degli operai”. Spesso la sera i giornalisti, in attesa che arrivi il camioncino che li riporta a casa, restano in redazione a parlare. O vanno a “confessarsi” con il direttore per gli amori bruciati o la vita difficile con i quattro soldi dello stipendio. Ma c’è anche chi, in nome della rigida etica comunista, condanna quelli che considera pericolosi “cedimenti borghesi”. “Andare al cinema invece che alle assemblee di periferia, mettere da parte i soldi per una vacanza familiare, erano comportamenti furtivi”, ha scritto Luigi Pintor in quel bellissimo libro che è “Servabo”.

Pietro Ingrao diventa direttore l’11 febbraio del 1947, a trentadue anni. Ci vuole l’autorità di Togliatti per imporre al gruppo dirigente del Pci quel giovane intellettuale che ama i film di Chaplin e le poesie di Montale. “Compagni, ma come si fa? Non è nemmeno membro del Comitato centrale”, protesta la vecchia guardia. La verità è che a una parte del Pci non va giù quell’idea di giornale. Non vogliono il Corriere della sera anche se della classe operaia, ma un quotidiano di partito. La scelta di Togliatti è diversa e si rivela la più giusta, come dimostrerà la lunga vita del giornale. Ingrao si mette al lavoro e inventa tutto da zero: di fatto rifonda il giornale. Il profilo nazionale e popolare del quotidiano è subito chiara. C’è molta politica, certo. Ma anche la cronaca con i grandi fatti (il delitto di Annarella Bracci e il caso Montesi), l’informazione sindacale (la Fiat e l’occupazione delle terre), le inchieste sociali (la povertà delle periferie e la scuola da cambiare), gli spettacoli (il teatro di Eduardo e Lascia o raddoppia). C’è lo sport con le “cronache dal giro d’Italia” firmate da Alfonso Gatto. Quel collettivo guidato da Ingrao si misura con il giornalismo in modo “irruento e sfacciato”. I titoli sono aggressivi, gli articoli partigiani, vengono inventate rubriche cattive (Il dito nell’occhio o il Fesso del giorno) e corsivi che tolgono la pelle agli avversari. Il giornale solletica i gusti popolari con i racconti a puntate o occupandosi di costume. Renato Mieli riesce a portare i fumetti, provocando reazioni scandalizzate. A un certo punto compare una rubrica di moda e bellezza. E quasi ogni giorno si pubblica persino la foto di una giovane con curiose didascalie: “Una camicetta di cotone, una sottana di gabardine nero e una bella ragazza compongono il gradevole spettacolo qui visibile”, dice una di queste. Negli anni in cui in Italia si affermano i primi rotocalchi (Grand Hotel nasce nel 1946 e Sogno l’anno dopo) anche l’Unità cerca di intercettare il sentimento popolare di un’Italia che ha voglia di guardare oltre le macerie della guerra.

Vedi alla voce nazional-popolare

La cultura è il motore di questo nuovo giornale. La “cultura larga”, che si sporca le mani con la realtà: i migliori intellettuali si mettono al lavoro per raccontare il mondo con parole nuove. Solo per citarne alcuni: Umberto Barbaro, fondatore del Centro sperimentale di cinematografia, scrive di cinema; Giacomo Debenedetti, l’autore di 16 ottobre 1943, è il critico letterario; Bruno Barilli si occupa di musica. Appaiono sull’Unità i reportage e le inchieste di Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo, di Massimo Bontempelli e Italo Calvino, di Carlo Bernari e Angelo Ripellino, di Mario Spinella e Gillo Pontecorvo. Gianni Rodari cura una bella pagina domenicale per i ragazzi, Sibilla Aleramo si occupa delle donne e dispensa alle lettrici i “consigli di Sibilla”. Pavese porta su quelle pagine i grandi scrittori americani. Resiste in tutta la sua potenza il mito del realismo sovietico, ma in quella prima fase, dopo la guerra antinazista combattuta insieme dall’Urss e dagli Usa, anche lo spirito del sogno americano circola nelle vene del giornale. Per comprendere meglio questo “capolavoro” di Ingrao non si deve dimenticare il clima di duro scontro dopo le elezioni del ’48 e la sconfitta dei social-comunisti. C’è una cappa sul Paese e la Dc sottopone la cultura a un regime di libertà vigilata. Gli episodi sono innumerevoli e scandalosi. Luigi Russo viene estromesso dalla direzione della Normale di Pisa per aver sostenuto il Fronte popolare. A Bertolt Brecht viene negato il visto di ingresso in Italia e Pablo Neruda riceve un provvedimento di espulsione. Lo sceneggiatore Renzo Renzi e il critico Guido Aristarco vengono condannati a sette anni e sei mesi di carcere per vilipendio delle forze armate per il film “L’armata s’agapò”. Nasce una commissione di censura a Palazzo Chigi che mette il timbro, buono o non buono, sui film. E’ il tempo dello “scontro di civiltà”, dei cosacchi che arrivano a San Pietro e del Papa che lancia scomuniche. L’Unità di Ingrao si conquista così – prima che arrivi il gelo togliattiano a raffreddare i rapporti con gli intellettuali – una vera e propria “funzione liberale” contro l’oscurantismo democristiano. La stessa fermezza mette, quel giornale, anche nella battaglia in difesa della democrazia e della Costituzione: negli archivi è conservata una foto di Ingrao con la testa insanguinata dopo essere stato picchiato dalla polizia a una manifestazione contro la “legge truffa” nel ’53. Accanto a lui c’è il cronista parlamentare Maurizio Ferrara che lo accompagna alla Camera dove Ingrao attacca in modo plateale: “Non ho bisogno di dire molte parole perché le condizioni nelle quali mi presento in quest’aula sono la migliore dimostrazione del modo con cui vengono rispettati i diritti dei cittadini e dei deputati”.

Compagni dai campi e dalle officine

E’ il tempo feroce dei nemici. Della polizia che picchia e che spara contro gli operai, contro i contadini. Per questo il lavoro è l’altro motore – forse il più brillante – che dà velocità all’Unità di Ingrao. Oggi può apparire una ovvietà, ma in quegli anni è un caso editoriale nel panorama di una stampa che aveva lo sguardo da un’altra parte. L’Unità decide che quel pezzo di paese dimenticato è il suo target. E per segnalare il senso profondo di questa scelta, si muove anche il direttore. Lo fa dopo la strage di Melissa, piccolo centro calabrese dove nel ’49 la polizia di Scelba fa fuoco sui braccianti. Quell’inchiesta esce in prima pagina il 23 dicembre del 1949. Vi si raccontano, con una prosa tipicamente ingraiana, i “segni del rancore e dell’asprezza che i latifondisti portano nella lotta” con l’obiettivo di arricchirsi a condizione delle “lacrime delle famiglie di Melissa, della disperazione cupa dei disoccupati di Punta delle Castelle, dell’accettazione da parte dei braccianti calabresi di quell’infame salario che non raggiunge a volte le ottomila lire al mese”. Il direttore cerca di allargare il campo e coinvolge scrittori e registi. Scrive una lettera aperta a Cesare Zavattini e lo invita a raccontare il dolore degli ultimi. Alberto Jacoviello viene inviato sul campo in un lungo “viaggio nell’Italia dei diseredati”. Le tappe sono tante croci conficcate nel corpo di un Paese che affronta con durezza la costruzione della Repubblica fondata sul lavoro: le baracche di Margellina, i contadini del Vulture, i braccianti in lotta a Minervino e Andria. .

Questa linea d’attacco, che punta su un’identità chiara e sulla qualità giornalistica, dà presto i suoi risultati: il quotidiano cresce, nascono le prime associazioni Amici dell’Unità. La diffusione diventa capillare e presto si vendono oltre 400 mila copie. Poi arrivano le feste dell’Unità che diventano la “grande piazza” del giornale: giochi, comizi, balli, concorsi di “reginetta dell’Unità” e tavolate. E’ un mix popolare straordinario, che ha un grande successo. Si può dire che già nella seconda metà degli anni Quaranta l’operazione guidata da Ingrao sembra riuscita: l’Unità è diventato un grande giornale.

Firmato Togliatti

Dalla sua stanza di Botteghe Oscure Togliatti vigila su quelle redazioni. Spesso bacchetta i giornalisti. A volte li esorta. I famosi bigliettini scritti con l’inchiostro verde fanno le pulci quasi ogni giorno. A un cronista che nei suoi articoli usa troppo spesso il “quando” Togliatti fa notare: “Vedo che usi molto il verbo quare al gerundio”. E’ sarcastico, in modo insopportabile, se deve criticare Ingrao: “Caro compagno, siamo un gruppo di lettori assidui e anche amici dell’Unità…e protestiamo per il modo come i tuoi critici rendono conto delle commedie, dei drammi, dei film. Non si capisce nulla…”. E’ sprezzante quando si arrabbia per gli elogi che il giornale riserva al film “Ventimila leghe sotto i mari” di Disney. Si irrita se il quotidiano la spara troppo grossa sbagliando obiettivo politico. Così, dopo l’attentato del luglio del ’48, appena tornato in forma si riguarda i numeri dell’Unità di quei drammatici giorni e – come ha raccontato Giorgio Frasca Polara – s’arrabbia per un titolo che grida in prima pagina “Via il governo della guerra civile”. Dice a Nilde Iotti: “Se avessero scritto via il ministro dell’Interno, questa sì che sarebbe stata una richiesta non solo plausibile ma anche accettabile”. Accettabile, si saprà poi, perché proprio in quei giorni Aldo Moro, che era sottosegretario, aveva posto a De Gasperi insieme ad altri il tema delle dimissioni di Scelba.

Ma Togliatti non è solo il censore feroce. E’ anche il difensore di Ingrao e della sua redazione. Lo fa nelle riunioni della Direzione, quando l’Unità viene crocifissa perché parla poco del partito e della Russia. Il Migliore respinge gli attacchi e si fa garante di quei giovani un po’ “scapestrati”. E difende il giornale anche dalle pressioni esterne. Succede, per esempio, nel 1950 quando Ingrao è convocato a Bucarest per una riunione del Cominform sulla stampa comunista e viene messo sul banco degli accusati: poco spazio ai successi dell’Urss, pochi articoli sul marxismo-leninismo, troppo invece alla cronaca nera e perfino alle foto con le “donnine nude”. Meglio il Rude Pravo, tuona Suslov. Ingrao le considera critiche sbagliate, ma si sente quasi delegittimato e per questo, al ritorno in Italia, come racconta lui stesso in “Volevo la luna”, va a trovare Togliatti. “Sono pronto a farmi da parte, sei libero di cambiare direttore”, gli dice scuro in volto. Togliatti lo guarda sorpreso. Non ci pensa proprio a cambiare direttore e taglia corto: “Continuate a fare come state facendo”.

Archiviare Baffone

“Le parole ci cadono sulla testa come chicchi di grandine”. E’ il 5 giugno del 1956, il New York Times ha appena pubblicato il rapporto segreto di Krusciov su Stalin e nella redazione di Milano Gianni Rodari lo legge ad alta voce tra lo sconcerto. A Roma Ingrao ha saputo già da febbraio dal corrispondente da Mosca Giuseppe Boffa, ma quelle poche frasi che filtrano allora dal congresso del Pcus sono così dirompenti che si preferisce usare cautela. Troppa cautela. Si aspetta che torni Togliatti per saperne di più. Ingrao va alla stazione Termini ad accogliere il capo del Pci e domanda: che ne sappiamo di questo rapporto segreto? Nessuna risposta. In redazione i giornalisti sono sbalorditi e fanno pressioni sul direttore affinché insista. Lui ci riprova, ma non c’è niente da fare. In questo strano silenzio Ingrao, però, decide di intervenire il 21 marzo con un editoriale dal titolo significativo: “Nuove vie aperte”. E’ un articolo importante perché rivendica il coraggio di discutere degli errori compiuti perfino da “una grande figura del movimento operaio qual è quella del compagno Stalin”. E centra il punto politico che poi infiammerà il dibattito all’ottavo congresso del Pci: è possibile la “trasformazione del regime sociale seguendo un’altra via”? La sua risposta è sì. E’ la “via italiana al socialismo” con la quale si opera il cambiamento “sul terreno della democrazia politica e degli istituti parlamentari”. Scrive Ingrao: “Noi non restiamo incartapecoriti al passato ma sappiamo andare avanti e cercare il nuovo”. E’ forse il primo indizio di una riflessione critica sul regime sovietico e sul ruolo del Pci. Ma quel barlume si spegne presto e la reticenza si impone sulla voglia di aria nuova. E infatti a giugno, quando la bomba Stalin esplode con un fragore assordante, l’Unità tace. Quella reticenza costituisce un problema. Pesa sui giornalisti, pesa sui lettori. Soltanto il 13 giugno compare in prima pagina un comunicato dell’ufficio stampa del Pci con il quale si annuncia un’intervista che Togliatti ha concesso alla rivista Nuovi argomenti. Ogni paese, dice il leader del Pci, deve seguire la sua via al socialismo, non esiste più un paese-modello. Sembra una svolta. Che Ingrao infatti decide di cavalcare dando grande risalto alle reazioni suscitate dalle parole di Togliatti. E lo stesso direttore scriverà, in un editoriale non firmato, che bisogna liberarsi da “ogni ipoteca”.

Il dimenticabile ’56

Il 1956 è un anno tremendo e sembra non finire mai. Proprio nei giorni in cui, molto faticosamente, si riesce a parare il colpo del rapporto segreto, dall’est arriva un’altra tegola. A fine giugno scoppia la rivolta di Poznan. Gli operai della fabbrica polacca Zispo protestano per le paghe ridotte e i turni massacranti. La polizia spara: trentotto morti, centinaia di feriti. La versione polacca è netta: sono stati i provocatori imperialisti. Vito Sansone è il primo giornalista occidentale ad arrivare a Poznan. Ingrao ci apre il giornale del 1 luglio: “L’inviato dell’Unità a Poznan ha parlato con gli operai della Zispo”. Un titolo sbiadito, non c’è dubbio. Ma Sansone racconta la rabbia degli operai, l’indignazione per il comportamento della polizia, i dubbi sulla ricostruzione. Sono dubbi, espressi anche dal capo della Cgil Di Vittorio, che però non avranno vita lunga. Solo qualche giorno dopo, infatti, su quelle domande cala la mannaia di un editoriale di Togliatti intitolato, non a caso, “La presenza del nemico”. Tutta colpa dei provocatori. Punto.

Il vento, però, non si può fermare con le mani. Ingrao tenta in tutti i modi di insinuarsi negli spiragli di riflessione aperti da quel dramma che viene da est. Ci prova a settembre inviando Alfredo Reichlin e Luciano Barca in Unione Sovietica: andate e raccontate, dice loro. Al ritorno i due giornalisti scrivono un lungo reportage a puntate. L’impressione che ricavano è problematica: “La visione di scorcio che abbiamo avuto della società sovietica è stata tale da modificare profondamente gli schemi politici e sentimentali che avevamo nella testa”. Partiti da Roma con tante certezze capiscono che le loro idee “avevano il difetto di riferirsi a una visione mitica dell’Unione sovietica”. Ma proprio ora che questi primi, anche se timidi, segnali di dubbio si affacciano, arriva una nuova mazzata che cambierà la storia e soffocherà ogni pensiero critico. Il 23 ottobre una manifestazione di studenti sfocia in una rivolta contro il governo e il partito a Budapest. Anche in questo caso è la “presenza del nemico” a spiegare tutto. “Scontri nelle vie di Budapest provocati da gruppi armati di contro-rivoluzionari”, è infatti il titolo dell’Unità. Il giorno dopo Ingrao scrive quell’editoriale non firmato che lo perseguiterà a lungo e sul quale farà una spietata autocritica: “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”. E’ una linea sbagliata, che chiude l’Unità in un recinto. Ingrao ne è consapevole e quando il 4 novembre l’Armata Rossa invade Budapest va a trovare Togliatti e gli esprime il suo “sgomento”. Il segretario lo liquida con sarcasmo: “Oggi invece io ho bevuto un bicchiere di vino in più”. Ingrao resta in silenzio, non sa rispondere. Non ha il coraggio di rispondere. E il titolo dell’Unità, il giorno dopo, è tristemente trionfalistico: “Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia e al terrore bianco”.

Un’occasione mancata i cui effetti saranno pesanti: la redazione è in subbuglio e molti scrittori sono sul piede di guerra. Alcuni di loro scrivono un testo critico con il Pci che passerà alla storia come il “manifesto dei centouno”. Tra i firmatari ci sono personaggi importanti: da Carlo Salinari a Carlo Muscetta, da Paolo Spriano a Natalino Sapegno, da Alberto Asor Rosa a Renzo De Felice, da Enzo Siciliano a Elio Petri. La sera in cui la lettera diventa pubblica nelle stanze del giornale – che si rifiuta di metterla in pagina – il clima è brutto. Ingrao è teso. “Quando entrai nella sua stanza mi accolse con uno sguardo che voleva dire: tu quoque”, ricorda Spriano nel libro “Le passioni di un decennio”. Arriva persino Togliatti e si mette a discutere nei corridoi. Ha un battibecco con Tommaso Chiaretti, eccellente corsivista, che difende le critiche al Pci. Alla fine il segretario perde la pazienza e urla: “Volete fare una frazione contro la direzione del partito? Allora la farò anch’io la frazione. Vedremo chi avrà la maggioranza al congresso”.

Quel trambusto, che divide e provoca lacerazioni, spinge Ingrao a reagire: decide di mandare a Budapest uno dei suoi inviati di punta, Alberto Jacoviello. Il suo primo reportage esce il 13 novembre, quando ormai l’invasione è compiuta. Ma quell’articolo apre un altro squarcio di verità: “Eppure non si può dire che tutti coloro che hanno preso le armi in Ungheria siano fascisti o banditi. Errore sarebbe dimenticare che al movimento hanno partecipato anche i lavoratori”, scrive Jacoviello. Ma il tempo sembra scaduto e la ferita del ’56 non si può più rimarginare. E’ il tempo dei sogni che muoiono. E’ il tempo della Bonaccia delle Antille, come scriverà più tardi Italo Calvino: “Il capitano aveva spiegato che la vera battaglia navale era quello star lì fermi guardandoci, tenendoci pronti, ristudiando i piani delle grandi battaglie navali…”.

Quando lascia la direzione dell’Unità, Pietro Ingrao si porta sulle spalle questo decennio di ferro e di fuoco. Le sue speranze, i suoi sogni e i suoi errori. Entra nella segreteria del Pci ringiovanita con cui Togliatti cerca di rispondere alla drammatica crisi del 1956. Ma prima di andare via chiede e ottiene che alla guida del giornale ci siano, l’uno a Roma e l’altro a Milano, due giovani brillanti molto dubbiosi sui fatti di Budapest. Due giornalisti in grado di contrastare le spinte normalizzatrici che vengono dal partito: Alfredo Reichlin e Aldo Tortorella. Ingrao vuole difendere l’Unità moderna cresciuta, nonostante gli sbagli, dentro quelle bufere. Vuole che resti un giornale popolare con un profilo culturale aperto e serio. Un giornale curioso, battagliero. La notte del 30 dicembre del 1956 compie, si può dire, il suo ultimo atto da direttore: inaugura la nuova sede di via dei Taurini, a San Lorenzo, che ha una rotativa modernissima. Una foto lo ritrae con il bicchiere in mano mentre brinda al futuro del suo giornale. E se il futuro poteva esserci, come di fatto c’è stato, gran parte del merito lo si deve a lui. A quell’uomo che ha preso in mano un’Unità clandestina orfana di Gramsci e l’ha trasformata, navigando in mare aperto spesso contro vento, in un grande giornale di popolo.

*Piccola nota bibliografica.

Di Pietro Ingrao: Volevo la luna, Einaudi; Masse e Potere, Editori Riuniti; Crisi e terza via, Editori Riuniti; Le cose impossibili, a cura di N.Tranfaglia, Editori Riuniti; materiali contenuti nel sito ww.pietroingrao.it.

A.Leiss-L.Paolozzi, Voci dal quotidiano, Baldini&Castoldi

L.Pintor, Servabo, Bollati-Boringhieri

G.Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza

R.Gualtieri, L’Italia dal 1943 al 1992, Carocci

P.Murialdi, La stampa italiana nel dopoguerra, Laterza

P.Spriano, Le passioni di un decennio, Garzanti

D.Sasson, Togliatti e il partito di massa, Castelvecchi

G.Gozzini-R.Martinelli, Storia del Pci vol. VII, Einaudi

M.L.Righi, Quel terribile 1956, Editori Riuniti

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