Caro De Gregori, guarda che sei tu quello seduto accanto

No, caro Francesco De Gregori, non riuscirai a convincermi. Non riuscirai a convincermi che non sei tu “quello seduto accanto”, quello che “ti prende la mano e ti asciuga il pianto”, quello che “conosce il tempo e che ti spiega il mondo”. E anche se quella canzone la canti con l’orgoglio di chi vuole difendersi e non vedersi dentro una fotografia – fissato per sempre, come fossi un oracolo – le tue parole le sento sulla pelle, ci viaggio dentro, le prendo e le porto con me, le accarezzo nel tempo, le custodisco, le rincorro come si rincorre un’utopia. Quelle parole e le note e la chitarra e il ritmo e la voce e gli scatti della voce e i silenzi sono i tuoi, proprio i tuoi nell’attimo esatto in cui mi stai seduto accanto. Ma sono anche i miei, i nostri. Perché una canzone è come un romanzo o una poesia: quando è scritta vola, è di tutti e tutti ne diventano padroni. Ognuno ci mette del suo, ognuno ci trova una scheggia di vita, un attimo di felicità o la condivisione di un dolore.

Ed è per questo che sei grande quando sei lì, lontano, sullo sfondo di un grande palco. Perché lungo quarant’anni, dai Settanta a oggi, hai scritto, di nota in nota, la colonna sonora di milioni di vite, hai inseguito i nostri giorni, ti sei nutrito dei nostri tormenti, hai dato voce alle nostre speranze.

Ascoltandoti ieri sera al Palalottomatica di Roma, nell’avvio del tour Vivavoce, a questo ho pensato. E ti ho perdonato anche per aver corretto quelle canzoni, perchè l’hai fatto in punta di piedi, con delicatezza e senza trasgressioni: sono tornate nuove, ripulite, ma hanno conservato se stesse, la loro originale emozione. Restano, quelle canzoni, tante stazioni in un viaggio nella storia di un’Italia “derubata e colpita al cuore”. Ma anche di un’Italia che si innamora, e lo fa “mentre il mondo sta girando senza fretta” e il povero Cesare è ancora lì, “perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina”. L’Italia di Caterina, che chissà “quanti mascalzoni hai conosciuto e a quanta gente quante volte hai chiesto aiuto”. Storie, contraddizioni, amarezze chissà perchè. Ma forse in fondo “non c’è niente da capire” perché la vita è qui, in questo affanno. Nell’ostinato cercare di farsi guidare “dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia” con la speranza dentro al cuore che “senza fame e senza sete e senza ali e senza rete voleremo via”.

Voleremo via. Voleremo via dal dolore o dalla notte che “passerà o la faremo passare”. Da questa guerra che – anche oggi, anche ora – bussa alla porta e non è vero che è “bella anche se fa male” perché fa male eccome e non è bella. Meglio fuggire via, forse c’è ancora un treno da prendere che ci porti lontano, e guarda laggiù verso l’orizzonte, “tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore”.

Sono pezzi di vita. E pezzi di sogni, di delusioni, di speranze, di ostinazioni. Noi qui, dentro il vortice del tempo, circondati da “pezzi di sorriso, pezzi di canzone” ma anche da “pezzi di parola, pezzi di Parlamento, pezzi di pioggia, pezzi di fuoco spento”. Combattiamo e resistiamo, sapendo che “ognuno è fabbro della sua sconfitta e ognuno merita il suo destino” e poi vedrai che tanto alla fine “qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure”.

Parole, parole e musica. La voce, quella splendida voce che graffia. Un cappello, la barba, gli occhiali, la chitarra a tracolla, le mani che disegnano frasi nell’aria. Due ore e mezza sospesi tra ieri e oggi, tra i ricordi e gli amori, una foto dietro l’altra, quella volta ricordi e quell’altra, quel giorno, quel tempo. Ogni canzone un angolo di vita sistemato su uno spartito infinito con le note che fuggono verso il futuro. Perché domani continueremo a camminare e sentiremo “i nostri passi nel vento e il vento ci prende per vela” e anche se faticheremo a tenere il timone, noi lo sappiamo che l’Italia ha gli “occhi asciutti nella notte scura”, lo sappiamo che è stata “colpita al cuore e presa a tradimento”, ma noi non ci arrendiamo, no non ci arrendiamo perché vogliamo un’Italia diversa, un’Italia “che non ha paura”.

Sì, futuro è una parola bella e gentile. E lo abbiamo imparato anche inseguendo queste canzoni, giorno dopo giorno. Proprio per questo, caro Francesco, non è vero che non sei tu “quello seduto accanto”. Sei tu, sei lì, sei con noi. Sei proprio “il vagabondo sul vagone, la pace tra gli ulivi e la rivoluzione”.

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