Ingrao, i giovani e l’invenzione dell’Unità

“Dimmi, dimmi quanti libri leggi. Dimmi quanti libri leggete voi giornalisti dell’Unità…”. Pietro Ingrao era fatto così, sempre diretto. Senza giri di parole. Pensava che per cambiare il mondo bisognasse conoscerlo. Per conoscerlo bisognasse stare nel gorgo. E poi studiare. Fare il giornalista per lui non è mai stata una passeggiata, e voleva che anche per quelli venuti dopo di lui nel giornale fondato da Gramsci fosse così: conoscenza e studio. Ora che se ne è andato con il carico di una storia grande, ritornano in mente i mille aneddoti di un rapporto con l’Unità che è stato forte, pieno di passione, in alcuni momenti anche conflittuale. Ma solo perchè voleva bene al giornale, voleva che fosse serio e popolare, rigoroso e curioso. Un po’ come era stato quando lui, giovanissimo, lo prese in mano dopo la guerra e lo fece diventare un grande giornale.

Ingrao diventa direttore l’11 febbraio del 1947 e il quotidiano è tutto da fare e da inventare. In quei giorni disordinati c’è una sola cosa chiara: fare un vero giornale. Che sia, come spiega a quei giovani Palmiro Togliatti, il “Corriere della sera della classe operaia”. Insieme con Ingrao arrivano in redazione altri ragazzi tra i quali Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Arminio Savioli, Paolo Spriano, Maurizio Ferrara, Luciano Barca, Davide Lajolo. Hanno fatto buoni studi e buone letture. Gli intellettuali, li chiamano. L’impresa è entusiasmante e loro la affrontano con grande passione e con uno sconfinato spirito di sacrificio. A una parete della redazione in via Quattro Novembre qualcuno ha appeso un cartello che ricorda a tutti di spegnere la luce quando si va via perché i “soldi sono degli operai”. Spesso la sera i giornalisti restano in redazione a parlare. O vanno a “confessarsi” con il direttore per gli amori bruciati. Ma non è tutto rose e fiori. Ci vuole, infatti, l’autorità di Togliatti per imporre al gruppo dirigente del Pci quel giovane intellettuale che ama le poesie di Montale. “Compagni, ma come si fa? Non è nemmeno membro del Comitato centrale”, protesta la vecchia guardia. Ma il Migliore non sente ragioni. E Ingrao si mette al lavoro e inventa tutto da zero: di fatto rifonda il giornale. Il profilo nazionale e popolare del quotidiano è subito chiaro. C’è molta politica, certo. Ma anche la cronaca, l’informazione sindacale, le inchieste sociali , gli spettacoli. C’è lo sport con le “cronache dal giro d’Italia” firmate dal poeta Alfonso Gatto. Quel collettivo guidato da Ingrao si misura con il giornalismo in modo “irruento e sfacciato”. I titoli sono aggressivi, gli articoli partigiani, vengono inventate rubriche cattive e corsivi che tolgono la pelle agli avversari.

Ma è la cultura il vero motore di questo nuovo giornale. La “cultura larga”, che si sporca le mani con la realtà: i migliori intellettuali si mettono al lavoro per raccontare il mondo con parole nuove. Solo per citarne alcuni: Umberto Barbaro, Giacomo Debenedetti, Bruno Barilli. Appaiono sull’Unità i reportage e le inchieste di Vittorini e Quasimodo, di Bontempelli e Calvino. Gianni Rodari cura una bella pagina domenicale per i ragazzi, Sibilla Aleramo si occupa delle donne. Pavese porta su quelle pagine i grandi scrittori americani. Per comprendere meglio questo “capolavoro” di Ingrao non si deve dimenticare il clima di duro scontro dopo le elezioni del ’48 e la sconfitta dei social-comunisti. C’è una cappa sul Paese. L’Unità di Ingrao si conquista così – prima che arrivi il gelo togliattiano – una vera e propria “funzione liberale” contro l’oscurantismo democristiano. La stessa fermezza mette, quel giornale, anche nella battaglia in difesa della democrazia e della Costituzione: negli archivi è conservata una foto di Ingrao con la testa insanguinata dopo essere stato picchiato dalla polizia a una manifestazione contro la “legge truffa” nel ’53.

Era il tempo feroce dei nemici. Della polizia che picchia e che spara contro gli operai, contro i contadini. Per questo il lavoro è l’altro motore che dà velocità all’Unità di Ingrao. Oggi può apparire una ovvietà, ma in quegli anni è un caso editoriale nel panorama di una stampa che aveva lo sguardo da un’altra parte. L’Unità decide che quel pezzo di paese dimenticato è il suo target. E per segnalare il senso profondo di questa scelta, si muove anche il direttore da grande inviato, raccontando le condizioni dei braccianti. Ma sulla condizione operaia si cimentano anche scrittori e registi, interviene Cesare Zavattini, parte Alberto Jacoviello per un lungo “viaggio nell’Italia dei diseredati”. Questa linea d’attacco dà presto i suoi risultati: il quotidiano cresce, nascono le prime associazioni Amici dell’Unità. La diffusione diventa capillare e presto si vendono oltre 400 mila copie. Poi arrivano le feste dell’Unità che saranno la “grande piazza” del giornale. Dalla sua stanza di Botteghe Oscure Togliatti vigila su quelle redazioni. Spesso bacchetta i giornalisti. A volte li esorta. I famosi bigliettini scritti con l’inchiostro verde fanno le pulci quasi ogni giorno. Ma Togliatti non è solo il censore feroce. E’ anche il difensore di Ingrao e della sua redazione. Lo fa nelle riunioni della Direzione, quando l’Unità viene crocifissa perché parla poco del partito e della Russia. E difende il giornale anche dalle pressioni esterne del Cominform.

Poi, però, arrivano le bufere. “Le parole ci cadono sulla testa come chicchi di grandine”: è il 5 giugno del 1956, il New York Times ha appena pubblicato il rapporto segreto di Krusciov su Stalin e nella redazione di Milano Rodari lo legge ad alta voce tra lo sconcerto. A Roma Ingrao aspetta che torni Togliatti da Mosca per saperne di più. Nessuna risposta. In questo strano silenzio Ingrao, però, decide di intervenire il 21 marzo con un editoriale dal titolo significativo: “Nuove vie aperte”. E’ un articolo importante perché rivendica il coraggio di discutere degli errori compiuti perfino da “una grande figura del movimento operaio qual è quella del compagno Stalin”. E centra il punto politico che poi infiammerà il dibattito del Pci: è possibile la “trasformazione del regime sociale seguendo un’altra via”? La sua risposta è sì: è la “via italiana al socialismo”. E’ forse il primo indizio di una riflessione critica sul regime sovietico e sul ruolo del Pci. Ma quel barlume si spegne presto e la reticenza si impone sulla voglia di aria nuova. E infatti quando la bomba Stalin esplode con un fragore assordante, l’Unità tace. Soltanto il 13 giugno compare in prima pagina un comunicato dell’ufficio stampa del Pci con il quale si annuncia un’intervista che Togliatti ha concesso alla rivista Nuovi argomenti. Ogni paese, dice il leader del Pci, deve seguire la sua via al socialismo, non esiste più un paese-modello. Sembra una svolta. Che Ingrao infatti decide di cavalcare sostenendo che bisogna liberarsi da “ogni ipoteca”.

Ma quel 1956 è un anno tremendo che sembra non finire mai. Proprio nei giorni in cui, molto faticosamente, si riesce a parare il colpo del rapporto segreto, dall’est arriva un’altra tegola. A fine giugno scoppia la rivolta di Poznan. Gli operai della fabbrica polacca Zispo protestano per le paghe ridotte e i turni massacranti. La polizia spara: trentotto morti, centinaia di feriti. La versione polacca è netta: sono stati i provocatori imperialisti. Vito Sansone è il primo giornalista occidentale ad arrivare a Poznan e racconta sull’Unità la rabbia degli operai, l’indignazione per il comportamento della polizia, i dubbi. Ma solo qualche giorno dopo su quelle domande cala la mannaia di un editoriale di Togliatti intitolato, non a caso, “La presenza del nemico”.

Il vento, però, non si può fermare con le mani. Ingrao tenta in tutti i modi di insinuarsi negli spiragli di riflessione aperti da quel dramma che viene da est. Ci prova a settembre inviando Alfredo Reichlin e Luciano Barca in Unione Sovietica: andate e raccontate, dice loro. Al ritorno i due giornalisti scrivono un lungo reportage a puntate. L’impressione che ricavano è problematica: “La visione di scorcio che abbiamo avuto della società sovietica è stata tale da modificare profondamente gli schemi politici e sentimentali che avevamo nella testa”. Ma proprio ora che questi primi, anche se timidi, segnali di dubbio si affacciano, arriva una nuova mazzata che cambierà la storia e soffocherà ogni pensiero critico. Il 23 ottobre una manifestazione di studenti sfocia in una rivolta contro il governo e il partito a Budapest. Anche in questo caso è la “presenza del nemico” a spiegare tutto. “Scontri nelle vie di Budapest provocati da gruppi armati di contro-rivoluzionari”, è infatti il titolo dell’Unità. Il giorno dopo Ingrao scrive quell’editoriale non firmato che lo perseguiterà a lungo e sul quale farà una spietata autocritica: “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.

Un’occasione mancata i cui effetti saranno pesanti: la redazione è in subbuglio e molti scrittori sono sul piede di guerra e abbandonano. Quel trambusto spinge Ingrao a reagire: decide di mandare a Budapest uno dei suoi inviati di punta, Alberto Jacoviello. Il suo primo reportage esce il 13 novembre, quando ormai l’invasione è compiuta. Ma quell’articolo apre un altro squarcio di verità: “Eppure non si può dire che tutti coloro che hanno preso le armi in Ungheria siano fascisti o banditi. Errore sarebbe dimenticare che al movimento hanno partecipato anche i lavoratori”, scrive Jacoviello. Ma il tempo sembra scaduto e la ferita del ’56 non si può rimarginare. E’ il tempo dei sogni che muoiono. E’ il tempo della Bonaccia delle Antille, come scriverà più tardi Italo Calvino: “Il capitano aveva spiegato che la vera battaglia navale era quello star lì fermi guardandoci, tenendoci pronti, ristudiando i piani delle grandi battaglie navali…”.

Quando lascia la direzione dell’Unità, Pietro Ingrao si porta sulle spalle questo decennio di ferro e di fuoco. Le sue speranze, i suoi sogni e i suoi errori. Entra nella segreteria del Pci. Ma prima di andare via chiede e ottiene che alla guida del giornale ci siano, l’uno a Roma e l’altro a Milano, due giovani brillanti: Alfredo Reichlin e Aldo Tortorella. Ingrao vuole difendere l’Unità moderna cresciuta, nonostante gli sbagli, dentro quelle bufere. E se un futuro c’è stato gran parte del merito lo si deve a lui. A un uomo che, navigando in mare aperto, ha inventato un grande giornale di popolo. Oggi che gli diciamo addio, è giusto ricordare anche quel pezzo di storia che ha segnato la vita dell’Unità e di tanti uomini e donne che al giornale hanno dedicato le loro grandi passioni.

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