Quando Pajetta tuonò contro Reichlin: voi dell’Unità siete scissionisti

Ci sono storie che entrano nella storia. Quella di Alfredo Reichlin è sicuramente una di queste. E’ un uomo che ha attraversato quasi un secolo: ha vissuto le tragedie del Novecento ma anche il suo riscatto, è stato un comunista italiano fino alla fine e del Pci si è trascinato sulle spalle la grandezza e i limiti avendo cura di tenere viva quella visione nazionale e mai settaria che fu l’anima di quel partito e che ne fece uno dei perni della ricostruzione democratica dell’Italia. E’ stato nel dopoguerra, con molti altri ragazzi di allora sotto la guida di Pietro Ingrao, l’inventore dell’Unità come giornale nazionale e popolare, quello che Togliatti chiamava il “Corriere della sera della classe operaia”. Non un giornale di partito, ma un giornale vero che sapesse raccontare il mondo con un punto di vista nuovo e originale, tenendo insieme la politica e la cronaca, l’economia e la cultura, lo sport e il cinema, la letteratura e la vita nazionale. Senza di lui, senza quegli uomini che con coraggio inventarono il giornalismo comunista, l’Unità non sarebbe diventata quel grande giornale che è stato e noi che siamo venuti dopo non saremmo diventati quel che siamo diventati.

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Alfredo Reichlin era, come lui stesso si è definito in un’intervista a Repubblica nel 2014, un “borghese diventato comunista”. Aveva studiato al liceo Tasso di Roma e in quegli anni aveva costruito un’amicizia intensa con Luigi e Giaime Pintor, quest’ultimo saltato in aria su una mina tedesca nel 1943. Fu lui, prima di morire in quel modo, la vera guida del gruppo: fece conoscere al giovane Alfredo Rilke e gli Ossi di seppia di Montale, lo spinse ad allargare il suo sguardo e lo mise in contatto con Eugenio Colorni, ebreo antifascista che era stato al confino con Altiero Spinelli, poi anche lui ucciso in un agguato dai fascisti della banda Koch nel 1944. Reichlin cresce in questo clima politico e culturale vivace. Diventa gappista nella Roma occupata dai tedeschi e un giorno vede la morte negli occhi. Lo ha raccontato qualche anno fa lui stesso durante i funerali di uno dei migliori inviati dell’Unità, Arminio Savioli, nel cimitero acattolico di Roma: “Fui catturato dai fascisti. Mi trascinarono per via Cavour e pensai che per me era finita. Improvvisamente dal fondo della strada comparve Arminio. Puntò la pistola e sparò. Uno dei fascisti cadde. Mi liberai e cominciammo a correre…”. Insomma è un uomo che ha frequentato ambienti diversi, ha affrontato sfide difficili e tutto ciò gli ha fatto maturare una solida curiosità intellettuale e una visione politica aperta alla ricerca e alle domande complicate che si porta dietro quando entra nella redazione dell’Unità. Ma Reichlin ha un debole anche per i piaceri della vita, non è un cultore della vita monacale in voga tra i comunisti nel dopoguerra. Spesso e volentieri si lascia andare a quelle che erano considerate “frivolezze borghesi”: l’aperitivo a Montecitorio con gli altri colleghi, tra i quali Vittorio Gorresio, giornalista di punta dell’Europeo di Arrigo Benedetti, le cene nelle case borghesi del centro di Roma, oppure in qualche ristorante di via Veneto con Eugenio Scalfari, Mario Pannunzio e il giro radical degli amici del “Mondo”. Sì, aveva un’aria un po’ snob sin da allora, come ha riconosciuto egli stesso, e quasi gli piaceva ostentarla. Come fece involontariamente quella sera in un camerone della scuola di partito di Frattocchie quando al momento di mettersi a letto indossa il pigiama scatenando le risate e i sogghigni dei compagni di corso. “In quel posto erano tutti in mutande e canottiera…”, ha ricordato più tardi con un certo compiacimento nel suo libro Il midollo del leone. Quando per la prima volta varca la soglia dell’Unità, allora in via Due Macelli, ha appena diciannove anni, ha consegnato le armi e ha una gran voglia di emergere in quella fase di grandi speranze di cambiamento. Comincia lì la nuova storia del giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924.

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A Reichlin Pietro Ingrao lascerà la direzione del giornale alla fine dell’”indimenticabile 56”, dopo la tragedia dell’invasione sovietica dell’Ungheria e la bufera che si scatenerà sul Pci che appoggiò quella dura repressione. E’ un momento complicato: c’è gente che abbandona il partito, molti intellettuali voltano le spalle, l’Unità perde lettori e Reichlin (insieme con Aldo Tortorella che dirige l’edizione di Milano) cerca in tutti i modi di contenere le perdite facendo un giornale più popolare, politicamente più aperto, più sensibile ai sentimenti che agitano la società italiana ormai dentro il boom economico. Resta direttore per cinque anni. Cinque anni intensi e difficili. Al termine dei quali lentamente la fiducia del partito nel direttore (e nel vicedirettore che era Luigi Pintor) comincia a incrinarsi a causa della sua sintonia con Ingrao che stava cadendo in disgrazia nel partito. Reichlin soffre per quell’isolamento che lo stringe negli ultimi mesi del 1961, tra sospetti e veleni, prima che il caso venga risolto con la sua estromissione e la nomina di Mario Alicata.

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Proprio in quel periodo lo scontro con Togliatti si fa più duro e le critiche all’Unità si fanno più intense da parte del gruppo dirigente del Pci. Reichlin cerca di difendersi e in una lettera a Togliatti del 5 luglio del 1961 (custodita negli archivi della Fondazione Gramsci) si lamenta della scarsità di mezzi e di uomini per fare un grande giornale: “Si assume il Corriere come punto di riferimento per valutare l’Unità e ciò è giusto, ma allora tutti i problemi organizzativi dovrebbero essere valutati con lo stesso metro”. E più avanti rivendica il tentativo di rinnovare il giornale che invece Togliatti considera inutile: “Non credo che la ricerca del rinnovamento sia inutile né costituisca una fuga in avanti. C’è il problema di nuovi temi, di un linguaggio più semplice e più aderente all’animo popolare, di un legame con la realtà e con le masse meno paternalistico, meno schematico. E’ un problema che riguarda tutta la vita del partito e a maggior ragione del giornale”. La risposta di Togliatti non concede nulla. Ribadisce le sue critiche durissime al giornale, alla sua fattura, alla scrittura e alla presentazione e ne addossa la responsabilità ai direttori. “Il vostro difetto principale – scrive il segretario del Pci – sta nell’assenza di continuità della presentazione della nostra linea politica e della polemica contro gli avversari. Andate a salti, a fiammate, ciò disorienta e dà l’impressione di un rivendicazionismo senza principi…Il vostro editoriale pecca spesso di astruseria e talora è un giuoco di raffinate congetture…Serve un rilievo più grande e continuativo agli atti di politica estera dei paesi socialisti…C’è un’ambiguità della terza pagina con una tendenza alla capitolazione di fronte ai conformismi avanguardistici…Ci sono buchi troppo frequenti sulle nostre iniziative”. Insomma il giudizio di Togliatti sul giornale è negativo.

Lo scontro tra Reichlin e la segreteria del Pci è destinato ad acuirsi. A dicembre del 1961 avviene un furibondo scontro con Gian Carlo Pajetta, responsabile Stampa e propaganda. L’accusa di Pajetta è pesantissima: scissionismo. “Non condivido le manifestazioni di scissionismo o di leggerezza che trovano posto sull’Unità”, scrive in una dura requisitoria al direttore dell’Unità. Reichlin è infuriato e risponde per le rime in una lettera del 13 dicembre 1961 inviata per conoscenza anche a Togliatti. “Se pensi che la direzione dell’Unità tolleri (o incoraggi?) manifestazioni di scissionismo o di leggerezza io chiedo una riunione nella sede più ufficiale per stabilire se e in che misura la tua accusa è valida…Respingo come assolutamente ingiusta e – scusami – perfino calunniosa l’accusa di scissionismo”.

Il clima è questo e lo spazio di Reichlin all’Unità va lentamente chiudendosi. Lui tenta un’ultima carta ma senza successo. Manda un lunghissimo documento alla segreteria intitolato “Rapporto sulla situazione dell’Unità e sulle prospettive del suo miglioramento” nel quale cerca di rilanciare la sua direzione. In quel testo si manifesta l’esigenza di un profondo rinnovamento del giornale, senza più “zone d’ombra” e “reticenze”, con un rapporto più forte con le masse e con i lettori e meno paternalismo e posizioni prefabbricate e scontate. Per Reichlin bisogna “fare del giornale sempre meno un altoparlante di parole d’ordine prestabilite e sempre più un mediatore attivo tra l’indirizzo generale del partito e la realtà delle lotte delle masse”. Non risulta dai documenti presenti negli archivi della Fondazione Gramsci che la direzione o la segreteria del Pci abbiano discusso quel documento. Continua invece lo stillicidio di accuse all’Unità fino a quando, qualche mese dopo, si cambia direttore e viene nominato Mario Alicata. Reichlin viene spedito in Puglia a fare il segretario regionale: un vero e proprio esilio politico nel momento in cui si scatena nel Pci la guerra agli ingraiani.

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Reichlin tornerà all’Unità come direttore una seconda volta alla fine degli anni Settanta e dopo il successo alla direzione di Rinascita farà un giornale popolare e al tempo stesso intellettualmente raffinato in un periodo complicato della storia d’Italia.

Per concludere questi appunti su un grande comunista italiano, se mi è permessa una digressione personale, vorrei ricordare che se sono diventato giornalista e ho lavorato per quarant’anni all’Unità il merito (o la colpa) è proprio di Alfredo Reichlin. Nel 1978 ero un militate comunista di una sezione di periferia di Roma, studiavo filosofia all’Università e aveva una gran voglia di fare il giornalista. Era un vero e proprio tarlo. Ma non sapevo davvero come fare. Così un giorno, pensando in cuor mio che sarebbe stato del tutto inutile, scrissi una lettera al “compagno Alfredo Reichlin, direttore de l’Unità, via dei Taurini 19”. Raccontai la mia storia, le mie origini umili, il mio impegno militante nel partito e nella diffusione dell’Unità e il mio sogno di fare il giornalista e di farlo proprio nel giornale di Gramsci. Affrancai, spedii e pensai: tanto non risponderà mai. E invece qualche giorno dopo arrivò un espresso che conservo ancora gelosamente: caro compagno Pietro, mandami un tuo curriculum o passa tu a portarmelo. Ovviamente passai a portarlo in via dei Taurini, lo consegnai alla fidata segretaria del direttore Maria Peggio e qualche giorno dopo varcai la soglia della cronaca di Roma e cominciò la mia storia con l’Unità.

C’è un altro episodio del mio rapporto di allora con Reichlin che mi fa piacere ricordare. Qualche volta ci abbiamo scherzato su perché in questa storia c’è molto del personaggio Reichlin e anche molto del Pci di allora. Qualche mese dopo il mio arrivo in Cronaca di Roma vengo spedito alla Magliana dove è in atto una protesta degli abitanti delle case comunali perché quando piove e il livello del Tevere si alza dai water dei primi piani esce di tutto. Diligentemente, come si usava allora, parlo con gli inquilini, passo in sezione a sentire che cosa dicono i compagni, vado al Sunia (il sindacato degli inquilini) e poi torno e scrivo il pezzo mettendo sotto accusa Alvaro Marchini che aveva costruito quelle case. Quel pezzo viene passato e stranamente viene anche firmato: allora in Cronaca difficilmente si firmavano i pezzi perché eravamo un collettivo e quindi le individualità venivano messe da parte. Il giorno dopo, prima che potessi essere felice per uno dei primi articoli firmati pubblicati in apertura di cronaca, si scatenò il putiferio. Chiamò mezzo Pci per protestare. Diventai un caso. Alla fine fui convocato dal direttore, insieme con il capocronista Paolo Soldini. Ero terrorizzato, ma pronto a difendermi. Così feci, dicendo che quello che avevo scritto me lo avevano detto i compagni della sezione o quelli del Sunia e che quindi non mi ero inventato nulla. Reichlin mi guardò impassibile e disse: “Spataro… Marchini… la resistenza romana… il partito… il movimento democratico”. Nel pronunciare quelle parole stringeva e allargava le dita delle mani e mi fissava negli occhi. Era il suo modo di farti capire in che ginepraio ti eri cacciato, parlare per immagini. Con quelle parole senza alcun verbo che le collegasse mi voleva dire: Spataro, ti rendi conto che hai accusato Marchini, un uomo vicino al partito, uno che ha fatto la resistenza, un pezzo importante del movimento democratico?

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Questo era Alfredo Reichlin. Anche questo, perché poi è stato tanto altro. Deputato, dirigente di primo piano del Pci e del Pds, tra i fondatori del Pd e tra i suoi critici più intransigenti quando ha avvertito i segni del declino, fino all’ultimo articolo scritto per l’Unità in cui invita a salvare la sinistra dalle macerie.

Grazie di tutto, compagno Alfredo.

 

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