A Monticchiello in scena il nostro mal comune

​“L’egoismo ce l’abbiamo addosso”, urla la Voce dal fondo della scena mentre il giovane Marco insegue, con lo sguardo verso un passato glorioso, il futuro, il sogno di un mondo possibile nel quale ritrovarsi insieme. Il sogno di un tempo nuovo nel quale l’io lasci il posto al noi e si ritrovi tra le piccole cose il senso della comunità frantumato dall’odio e dal rancore. “Illusioni”, ribatte la Voce. Una fuga dalla realtà, insiste. 

Anche in questa edizione 2017 (da ieri sera tutte le sere, tranne il 24 e il 31 luglio, fino al 14 agosto) il Teatro Povero di Monticchiello fa i conti con le drammatiche contraddizioni del presente, si immerge nel gorgo della nostra cattiva coscienza, ci mette davanti, come se ci guardassimo allo specchio, alle nostre fragilità, ai nostri egoismi, alle nostre piccole miserie umane. Gli attori, tutti bravissimi compresi i giovani e i bambini al loro esordio), raccontano una storia che è la loro storia, ma anche la nostra. È la storia di un paese che ha perso la capacità di stare insieme e di trovare insieme il modo per affrontare e risolvere i problemi. La storia di un Paese più grande, l’Italia, ormai corroso dalle rivalità e da uno spirito individualista e proprietario che lo rende deserto nel deserto di un’Europa che abbatte i ponti e costruisce i muri. “Si chiude l’uscio di casa, si mette ‘l filo spinato ‘ntorno al campo e si fa da noi”, dice il contadino Quinto alla moglie Annina dopo che è miseramente fallito il tentativo di formare una cooperativa agricola per mettere insieme le debolezza individuali e farne una forza collettiva. 

Ruota attorno a questi dilemmi lo spettacolo, per la regia di Andrea Cresti, che infatti si chiama MalComune. Ma alla fine è un mal comune che non sarà mai un mezzo gaudio secondo l’adagio di un vecchio proverbio. Anzi, rischia di essere un mezzo disastro che travolge le vite e le speranze e che introduce il germe della dissoluzione nelle nostre comunità. MalComune è un viaggio tra presente e passato, alla ricerca dell’origine dei nostri mali. 

Nel presente c’è un ragazzo disoccupato, Marco, che viene a sapere dalla sua compagna Giulia che sono in arrivo tre gemelli proprio mentre si scatena un putiferio per una severissima e stupida legge che obbliga alla fusione i Comuni piccoli. Una legge che altrettanto stupidamente impone alle frazioni di quei Comuni il rispetto di una percentuale: o si riuscirà ad avere un  numero di abitanti pari al 3,78% dei residenti del Comune di appartenenza oppure quelle comunità saranno cancellate per sempre. A nulla serve il tentativo di trovare un accordo tra due centri vicini per evitare il peggio: prevale la difesa del proprio cortile, del proprio io appunto (“Insieme a voi? Ma non avete nemmeno un supermercato”, dice uno dei cittadini), a scapito di una soluzione comune. E in questa guerra si troveranno coinvolti Marco e Giulia spinti (quasi rassegnato il primo, nettamente contraria la seconda) a compiere una scelta drammatica che può coinvolgere i figli che stano per arrivare pur di salvare il proprio paese.

Nel passato, come in un flashback, c’è la storia di un altro fallimento che coinvolge l’idea di far nascere una cooperativa agricola in cui tutti i contadini coinvolti paiono credere, ma che alla fine fanno morire per un pezzo di terra conteso, per un  quercione di cui si rivendica la proprietà e per la marca del trattore da comprare: un Landini, un Fiat 70 cingolato o un Om? “Meglio ‘ndà falliti tutti che guadagnà qualcosa insieme a loro”, sentenzia sconsolato Quinto dopo che la riunione per la costituzione della cooperativa è andata per aria e tutti se ne vanno rassegnati alla loro solitudine.

MalComune è uno spettacolo che non lascia molti margini alla speranza. È semmai la denuncia di una frantumazione sociale della quale ognuno di noi porta la propria parte di responsabilità e che la politica (in senso grande e largo) non sa, o forse non vuole, contrastare, prigioniera come è dei suoi piccoli personalismi e dei suoi miseri egoismi. Neanche il finale dello spettacolo, che non riveliamo per lasciarvi il gusto della sorpresa, risolve il dilemma: sperare nel cambiamento è ancora possibile oppure siamo condannati a vivere rinchiusi dietro i nostri muri protetti dal filo spinato?

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