Il Pd e la “sindrome quattrodicembrista”

Vorrei consigliare i dirigenti del Pd – dal segretario in giù – di smetterla di usare la teoria complottista condita con una bella dose di vittimismo per giustificare ogni brutta cosa. O meglio, vorrei consigliare loro di curare la “sindrome quattrodicembrista” di cui sono vittime perché provoca una dannosa alterazione della realtà, pericolosi giramenti di testa e seri disturbi del visus.

Non si può attribuire, con malcelata irritazione, la responsabilità di tutti i guai che combinate a quelli che il 4 dicembre – e in prima fila ovviamente c’è sempre Massimo D’Alema, seguito da Bersani, Speranza e aggiungete voi chi volete – hanno fermato il Radioso Futuro che Matteo Renzi aveva in serbo per noi. Lo state facendo con la legge elettorale ora proporzionale e non più magnificamente maggioritaria come era l’Italicum per colpa, ripetete in coro, di chi ha votato no; lo fate ogni giorno sulla riforma costituzionale che, secondo gli effetti nefasti della sindrome suddetta, dovrebbe essere presentata in forma nuova in Parlamento da chi non è nemmeno eletto e per di più non è membro del partito di maggioranza; lo fate per giustificare una molto probabile alleanza con Berlusconi dopo il prossimo voto; qualcuno addirittura ha attribuito al “quattrodicembrismo” persino la responsabilità di una sentenza del Tar che ha bloccato la nomina di alcuni direttori di museo. Sono solo alcuni esempi, molti altri se ne potrebbero fare: basterebbe farsi un giro sui profili social di molti dirigenti Pd per vedere come ad ogni inciampo si risponde con la cantilena “ma il quattro dicembre”.

Questi comportamenti sono il sintomo di una malattia: la derealizzazione. Che in politica è assai grave, come si può facilmente immaginare. In questo modo la sconfitta del 4 dicembre – sulla quale peraltro il Pd non ha minimamente fatto una riflessione seria – sembra l’effetto di un Contropotere Malvagio guidato dal Nemico Interplanetario Massimo D’Alema piuttosto che, come realmente è, il risultato di una serie di clamorosi errori politici che hanno spinto il popolo (lo stesso popolo a cui fate spesso riferimento) a dire no, grazie.

Pensate un po’, per fare un solo esempio ricavato dalla nostra storia, se Amintore Fanfani si fosse messo lì a guardare ogni cosa affetto dalla “sindromedeldodicimaggio” dopo la sconfitta al referendum sul divorzio. Lui non lo fece, o lo fece poco, ma il suo partito comunque non glielo avrebbe permesso a lungo. Non a caso dopo un anno da quel 12 maggio lo fece dimettere e nominò un nuovo segretario che si chiamava Benigno Zaccagnini che, insieme ad Aldo Moro, tentò di aprire un’altra fase politica. 

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