Gramsci, l’Unità e quei redattori “zingari della politica”

Ottanta anni fa, il 27 aprile del 1937, Antonio Gramsci moriva nella clinica romana Quisisana dopo undici anni di carcere fascista. Il racconto della fondazione dell’Unità e le moderne intuizioni sul giornalismo. Il quotidiano comunista dalla bufera del delitto Matteotti alla battaglia contro Mussolini e poi alla chiusura. Quello scontro durissimo con i redattori del quotidiano: siete indegni

 

 

Quel 12 febbraio 1924

 

I giornalisti che in piena notte aspettano con ansia nella tipografia di via Settala 22 a Milano non immaginano che sta per cominciare una lunga storia. Forse non lo immaginano nemmeno l’ideatore del giornale, Antonio Gramsci, che è a Mosca, e il suo compagno di battaglia Palmiro Togliatti appena uscito dal carcere fascista. Verso le tre e mezzo del 12 febbraio 1924 escono dalla rotativa Keonig&Bauer le prime copie di un giornale che invece è destinato a durare: si chiama l’Unità. Il Dna del quotidiano viene combinato lì, nelle stanze sgangherate della prima redazione di Milano, dentro la tempesta di un periodo di ferro e di fuoco, tra il grande sogno del comunismo e la ferocia dei mazzieri fascisti appostati agli angoli delle strade. Gramsci ha trentadue anni quando prende carta e penna e scrive la lettera di fondazione dell’Unità. Sta per finire il 1923, siamo a settembre. A Mosca si preparano i festeggiamenti per il sesto compleanno della Rivoluzione di Ottobre ma la grave malattia di Lenin ha già aperto la sanguinosa guerra di successione al vertice del partito. A Roma Benito Mussolini è al potere da poco meno di un anno e il fascismo, dopo la marcia su Roma, controlla ogni angolo del Paese ma non ha ancora battuto fino in fondo il suo pugno di ferro. Solo una manciata di mesi e lo scenario cambierà radicalmente: sarà l’assassinio di Giacomo Matteotti lo spartiacque tra il prima e il dopo.

In quel settembre del 1923 Antonio Gramsci lavora all’Internazionale comunista come rappresentante italiano. Era arrivato a Mosca a maggio dell’anno precedente e lì, dove “arde il fuoco” della prima rivoluzione proletaria, riceve gli echi del terremoto violento che squassa l’Italia e i messaggi preoccupati che arrivano dai suoi compagni. E’ proprio quella distanza dal suo paese che forse gli consente di vedere meglio di altri le cose che non vanno, di misurare i limiti del Pcd’I, quel giovane partito nato a Livorno che sta per compiere tre anni, di capire gli errori che lo fanno sembrare quasi una setta carbonara. La nascita dell’Unità avviene in questo contesto ed è per Gramsci e il gruppo dirigente che gli sta attorno anche un modo per dare ai comunisti italiani un orientamento diverso e per combattere quella battaglia delle idee che non solo farà del Pci un vero partito di massa ma anche del quotidiano comunista un vero grande giornale.

L’operazione di fondazione del giornale non è, però, come può apparire da certe narrazioni semplificate un fulmine a ciel sereno o l’alzata di ingegno di un singolo, ma un lavoro collettivo, un gioco di squadra che dura mesi.  E’ Palmiro Togliatti a porre per primo in modo chiaro il tema di un nuovo quotidiano in una lettera al segretario del Comintern, inviata da Milano il 6 agosto del 1923 nella quale riassume le decisioni prese durante la prima riunione del nuovo Comitato Esecutivo del Pcd’I che si era svolto il 29 e 30 luglio. In quella lettera Paolo Palmi (questo il nome di battaglia di Togliatti) in un capitoletto intitolato Stampa di partito spiega lo stato della situazione. Dopo la soppressione de Il Lavoratore di Trieste il Pcd’I non ha più un giornale. Per questo Togliatti informa che “il Comitato Esecutivo nelle sue prime riunioni si è però reso conto della assoluta necessità in cui il partito si trova di avere un organo quotidiano e, in attesa di esso, di un organo o degli organi settimanali”. Quindi in quei giorni di settembre ormai la decisione di fondare un nuovo giornale è già presa. E infatti sempre Togliatti in una lettera al Comintern del 10 settembre spiega la decisione assunta dal Pcd’I di cominciare il “lavoro per l’uscita di un quotidiano” che sarà “organo di partito”. I comunisti vogliono mettere in piedi un giornale vero e non come accadeva al Lavoratore, dove c’era una “organizzazione giornalistica assolutamente deficiente, anzi quasi inesistente”. La conclusione di Togliatti è perentoria: “Il quotidiano di Milano non potrà essere più organizzato a questo modo”, scrive, perché “noi attribuiamo alla sua uscita una importanza grandissima” in un momento in cui in Italia “stanno maturando seri mutamenti nella situazione politica”.

La lettera di Gramsci per la fondazione, scritta appena due giorni dopo (il 12 settembre) da Mosca, è quindi il passo fondamentale e decisivo a cui si arriva dopo un lungo lavoro preparatorio. Quelle parole sono un vero colpo di frusta sul corpo gracile e ripiegato del partito e un messaggio chiaro ai giornalisti che saranno chiamati a inventarsi l’Unità. La spinta nasce da qui. E alcuni passaggi di quel testo danno l’idea del passo diverso. Il primo è sicuramente il nome scelto per il giornale: l’Unità. Gramsci ritiene che quel nome, così potente, possa aprire nuovi scenari perché deve avere, spiega il capo comunista, soprattutto “un significato per gli operai e avrà un significato più generale”. Dietro quella testata, dunque, c’è un programma che riguarda il caso italiano. Gramsci infatti è convinto che sia fondamentale che il nuovo giornale dia “importanza specialmente alla questione meridionale” che è la questione “in cui il problema del rapporto tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe” ma anche – e qui la riflessione investe profondamente non solo il compito del giornale ma anche il ruolo del partito nella storia d’Italia – “specialmente come problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

 

 

 

Con gli occhiali di Gramsci

 

La storia dell’Unità è dentro questa riflessione dei comunisti italiani. E l’intuizione di Gramsci è poi la spinta principale a fare del nuovo giornale una grande operazione politico-culturale. E infatti quando il quotidiano, nel corso della sua lunga esperienza, è riuscito a svolgere un ruolo importante è perché ha avuto la stessa passione per questo “sguardo nuovo” sul mondo che ha animato Gramsci in quel difficile passaggio. Anzi, di più: il giornale del 1924 può essere considerato il nucleo vitale del quotidiano che rinascerà, dopo la Liberazione, grazie all’iniziativa di Palmiro Togliatti e alla direzione di Pietro Ingrao e che diventerà un modello di riferimento che durerà per novant’anni. La forza del giornale comunista deriva soprattutto dall’idea di giornalismo militante che aveva in mente il fondatore. Bisogna ricordare che Gramsci ha alle spalle una vivace esperienza giornalistica, è uno che conosce bene il mestiere: il grosso del suo percorso l’ha fatto all’edizione torinese dell’Avanti e poi all’Ordine Nuovo. Gramsci ha un’idea chiara in testa che possiamo tradurre così: il giornale non è solo il suo direttore, per quanto geniale possa essere, ma è un “organizzatore collettivo”. Quindi è la sintesi originale di una comunità redazionale che pensa al prodotto (se così si può dire usando un termine più vicino a noi) come confronto-scontro nella passione di un lavoro comune. Se è così, allora un giornale dei comunisti non può, secondo Gramsci, limitarsi alla propaganda, ma deve offrire ai lettori un’analisi compiuta della società. Gli stessi giornalisti non possono accontentarsi del buon confezionamento delle notizie (del copia e incolla, diremmo oggi) ma devono conoscere i fatti, capire i fenomeni nel loro svolgimento, comprendere le mutazioni sociali e politiche. Ma non è tutto, c’è un altro passaggio di grande modernità che va sottolineato perché avrà un ruolo nel successo del quotidiano nel corso del Novecento: dentro quell’”organizzatore collettivo” che pensa il giornale ci sono anche i lettori. Che vengono visti non solo come acquirenti ma anche come antenne nella società, elementi vitali di uno “spontaneo collaborare di uomini che sono uniti da una visione comune”. Possiamo dire che Gramsci delinea in qualche modo, già allora, l’idea di una comunità, una specie di spazio social ante-litteram, che può diventare “veramente la più grande opera di cultura che la storia ricordi, una leva gigantesca per cui tutto un mondo nuovo affiora”.

Vita e passione politica, giornalismo e militanza: sono i punti cardinali di un modo di fare informazione che avrà il sugello teorico nei Quaderni del carcere. Nelle Note sul giornalismo, il fondatore del quotidiano usa una formula nuova che in qualche modo sistematizza la prima fase dell’esperienza dell’Unità: giornalismo integrale. Che cosa significa? Si tratta, spiega, di quel giornalismo che “non solo intende soddisfare tutti i bisogni (di una certa categoria) del suo pubblico, ma intende di creare e sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare in un certo senso il suo pubblico e di estenderne progressivamente l’area”. Il compito di un giornale non è quindi quello di assecondare gli istinti dei suoi lettori, ma di produrre una gerarchia – della cultura, della politica, dei fatti – e creare in questo modo nuova coscienza, nuova energia politica. Per fare questo con intelligenza serve una forte capacità di conoscenza. Per questo si devono evitare tutte le tendenze che minano la professione. L’elenco di Gramsci è lungo e impietoso: “l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato, la mancanza di disciplina intellettuale, l’irresponsabilità e la slealtà morale e intellettuale, lo scetticismo e il cinismo snobistico”. Senza questa preparazione professionale le redazioni, avverte Gramsci, tendono a diventare “conventicole di profeti disarmati”. (Su questa impostazione si trovano pagine significative nel libro appena pubblicato dalla giovane casa editrice Tessere “Il giornalismo, il giornalista”, introduzione di Luciano Canfora e postfazione di Giorgio Frasca Polara, che raccoglie gli scritti di Gramsci sul giornalismo).

Solo se si ha chiaro questo retroterra si riesce a capire bene la lunga marcia di quel giornale che, grazie all’impostazione di Gramsci, arriva nelle edicole il 12 febbraio del 1924. Quotidiano degli operai e dei contadini è il sottotitolo con il quale si presenta ai lettori. La prima sede è molto precaria: un ambiente angusto, buio, senza mobili adatti. “Mancavano le sedie, lavoravamo seduti su casse, avevamo una sola macchina da scrivere”, ha raccontato Tina Odolini, allora diciannovenne, assunta come impiegata. Amministratore del giornale è Giovanni Giardina, un milanese di ferro che Tina nel suo racconto definisce un “campanilista fino all’esagerazione”, un uomo sempre nervoso. Ma è vero che il povero Giardina ha un bel da fare perché di soldi ce ne sono pochi, e lo stesso Gramsci sarà costretto a metterci parte dei suoi risparmi per far partire l’impresa: per la precisione 8200 lire, suppergiù lo stipendio annuo di un impiegato. La tipografia che stampa il giornale è la Stige che ha sede negli stessi stabilimenti dove va in macchina l’Avanti: millesettecento lire il prezzo contrattuale per la stampa fino a 30 mila copie; millecinquecento al mese l’assicurazione che l’Unità è costretta pagare a copertura di eventuali assalti fascisti. Nel primo anno, sotto la pressione degli assalti della milizia, la redazione dell’Unità è costretta a girovagare in varie sedi. La repressione fascista, tra arresti e sequestri, provoca anche un cambio continuo di direttori. Dalla fondazione alla chiusura del ’26 saranno in cinque ad alternarsi alla guida del giornale: Pastore, Leonetti, Malatesta, Ravagnan e Li Causi. Un anno dopo la fondazione, la sede si sposta in via Panfilo Castaldi e ancora una volta, inseguiti dalle squadre di Mussolini, in via Napo Torriani, al numero 4, nella casa del nuovo amministratore, Aladino Bibolotti. In una stanzetta dell’appartamento c’è anche una brandina sulla quale dorme Gramsci quando è a Milano e qualcuno lo ricorda mentre, stesso in terra, gioca con i bambini di casa.

La presenza di Gramsci in redazione è rassicurante, soprattutto per i più giovani, che frequenta assiduamente e con i quali condivide il pranzo in una trattoria vicino alla stazione (sette lire il prezzo, compreso il dolce) dove si rilassa e canta qualche canzoncina russa. Fuma moltissimo, i fattorini ogni mattina ritirano dalla sua stanza portacenere stracolmi di mozziconi. Beve molti caffè e mangia poco. Una vita sregolata. Ma segue con interesse il lavoro dei compagni redattori, li sprona, dà suggerimenti e indicazioni, corregge le loro ingenuità. Gramsci in redazione è un tipo duro, molto esigente. Non sopporta i pezzi buttati giù con superficialità, pretende serietà, preparazione e quando le cose non gli piacciono s’arrabbia e urla. Spesso ripete il rimprovero dei tempi dell’Ordine Nuovo: “Questo non è un giornale, è un sacco di patate. Domani Agnelli può chiamare gli operai e dire: vedete, non sanno fare un giornale e pretendono di dirigere lo Stato”.

Quel primo numero del 12 febbraio, che non sarà affatto un sacco di patate, esce quindi in una situazione quasi spericolata. Ha quattro pagine, è una colata di piombo com’era consuetudine per tutti i giornali del tempo. Ma è un gioiellino, nonostante i limiti oggettivi che abbiamo visto. Il titolo principale della prima pagina, graficamente disegnata su sei colonne, è dedicato alla “Russia sovietista” riconosciuta da Mussolini “con alquanto ritardo”. Appare in basso nella pagina il primo di una lunga serie di corsivi contro i socialisti accusati di “illudere le masse”. Ma è l’editoriale, non firmato (che qualcuno attribuisce ad Angelo Tasca, ma sicuramente è ispirato da Gramsci) a spiegare il senso di questo nuovo giornale. Il titolo è indicativo: La via maestra. “Il nostro giornale – si legge – si propone di sondare metodicamente le cause che hanno piegato i lavoratori sotto il peso di una gravissima sconfitta, di farne pesare gli insegnamenti nella loro coscienza militante”. C’è in queste parole l’eco delle riflessioni di Gramsci sui rischi ideologico-settari che corre il partito e proprio quel nome ha senso solo in questo contesto nuovo perché l’unità a cui si fa riferimento “non è un richiamo di ordine sentimentale e decorativo” ma al contrario “lo strumento idoneo per la lotta del proletariato ed ha alla sua base una concezione politica ben definita e coerente che vi circola come sangue vivo”. Sembra chiaro, già da questo esordio, il taglio che vuole avere quel giornale degli operai e dei contadini. Un’informazione politica schierata, la lotta sindacale e operaia, ma anche i fatti della vita: la cronaca, compresa quella nera e giudiziaria, la cultura e gli spettacoli, il corsivo polemico o pedagogico, il reportage. Lo schema non è del tutto nuovo, perché già l’Avanti segue la stessa linea editoriale, ma ha punte di originalità che si rafforzano nei numeri successivi. Il 13 febbraio, per esempio, occupa uno spazio vistoso in prima pagina un’inchiesta su quanto rende il capitale, firmato con lo pseudonimo di Economicus. L’obiettivo è confutare la tesi sostenuta da Luigi Einaudi in base alla quale il capitale, nel complesso e nella media, fa pochi profitti. Per contrastarla si usano fonti indipendenti, in particolare uno studio statistico del Credito italiano e un’analisi dell’Economist.

L’altro assillo del fondatore, come abbiamo già visto, è il rapporto vivo con i lettori. Che infatti sull’Unità diventa costante e occuperà una parte importante e centrale del giornale. Si parte subito: sul numero del 13 febbraio, in prima pagina una notizia in neretto spiega come sia “necessaria la collaborazione degli amici, dei lavoratori tutti”. “Vorremmo contare su un forte gruppo di operai e di contadini – è l’invito – che ci scrivessero, come sanno e senza preoccupazioni per la grammatica, le loro idee, le loro impressioni, che parlassero della loro vita nei campi e nelle officine”. C’è bisogno anche di soldi per far vivere il giornale, e ne servono molti. Si lancia la prima sottoscrizione: “Se i denari non ce li danno i lavoratori dove li possiamo prendere?”. Il 16 febbraio viene inaugurata la rubrica delle lettere: si chiama Gli operai e i contadini a l’Unità e resterà un appuntamento fisso.

Nei primi mesi di vita dell’Unità Gramsci non c’è. Da Mosca si è trasferito a Vienna ma non può ancora rientrare a Roma perché su di lui pende l’ordine di arresto emesso da Mussolini. Ma segue il giornale con interesse. Ha voglia di fare, è pieno di energie perché nel turbinìo degli avvenimenti la sua vita privata ha avuto una svolta. Nella capitale sovietica, nel sanatorio Bosco d’argento dove era ricoverato, ha conosciuto Giulia Schucht. Ne è nata una storia d’amore che lo coinvolge pienamente per la prima volta (“il tuo amore mi ha rafforzato, ha fatto di me un uomo”, scriverà Gramsci a Giulia il 29 marzo del 1924). Quando l’Unità arriva nelle edicole, per lui c’è un’altra svolta: Giulia aspetta un bambino e Gramsci confessa che la notizia lo ha “riempito di gioia”. “Vorrei abbracciarti e sentire anch’io una nuova vita che unisce le nostre più ancora di quando non siano unite”.

 

 

 

Nella bufera di un delitto imperfetto

 

Nonostante la forza della passione politica, non è facile andare controcorrente in un periodo così duro della storia d’Italia. L’Unità ci riesce e batte il chiodo ogni giorno contro il regime. Ma la vera prova del fuoco deve arrivare e si presenterà qualche settimana dopo: sono i giorni drammatici in cui il Duce decide di affondare il coltello nella piaga di un sistema politico ormai collassato. In un crescendo che dura solo pochi mesi Mussolini trasforma le squadre fasciste in Milizia volontaria per la sicurezza, istituisce il Gran Consiglio del Fascismo che assume, al di fuori degli assetti costituzionali, un ruolo centrale nell’azione del regime, fascistizza polizia, prefetture e amministrazione dello Stato. Infine impone ai suoi alleati, tra violenze e minacce, una riforma elettorale ultramaggioritaria (la legge Acerbo). Si tratta, come si vide in seguito, di un modo spiccio per spianare la strada alla vittoria del Listone fascista e ridurre ai minimi termini le opposizioni. La marcia trionfale di Mussolini insomma non si ferma e la reazione dei comunisti e del loro giovane giornale è determinata. Ma non c’è solo l’indignazione e la denuncia sulle pagine di quei giorni difficili. Lo sforzo del giornale si concentra anche sulla “sfida proletaria al fascismo”, sulla battaglia per l’affermazione di una lista che si spera possa almeno arginare l’ondata mussoliniana. Su questa linea l’Unità conduce una campagna di duro contrasto alle “illusioni” e agli imbrogli del fascismo e rivendica la sua linea intransigente: guerra a Mussolini e governo operaio e contadino. Si usano tutti gli strumenti giornalistici in una battaglia senza esclusione di colpi.

Ma le elezioni vanno come era prevedibile. I risultati sono un plebiscito per il Listone di Mussolini: più di quattro milioni di voti e una percentuale che sfiora il 67% consentono di far scattare il premio di maggioranza previsto dalla legge Acerbo. L’Alleanza proletaria ottiene 268 mila voti e 19 seggi. Complessivamente le forze di opposizione hanno due milioni di voti e al Nord le liste antifasciste prendono più consensi del Listone. Gramsci viene eletto deputato nel collegio del Veneto e protetto dall’immunità parlamentare può partire da Vienna alla volta di Roma dove arriverà il 12 maggio. Trova una situazione caotica e pericolosa. Il voto ha lasciato troppe ferite e ha incendiato lo scontro politico: si susseguono le denunce di violenze, intimidazioni e brogli nelle varie circoscrizioni elettorali. L’Unità ne dà conto ogni giorno, in modo martellante. A metà maggio si insedia il nuovo Parlamento e iniziano i primi scontri in aula, che proseguono nei giorni successivi in modo sempre più drammatico. Il 31 maggio l’Unità denuncia con forza in prima pagina: Tempestosa seduta alla Camera: i deputati delle minoranze aggrediti e percossi. E’ il giorno del giudizio, quello in cui Giacomo Matteotti pronuncia il suo discorso durissimo contro le violenze e i brogli fascisti durante le elezioni e inchioderà Mussolini alle sue responsabilità. Il giornale comunista riporta stralci di quel dibattito, le dure parole del deputato socialista (“voi rovinate le basi stesse della vostra e nostra esistenza”), le minacce, le provocazioni del Duce, le urla. Dieci giorni dopo quel clima da guerra civile avrà il suo l’epilogo: Matteotti viene rapito mentre sta andando alla Camera e scompare. Il 13 giugno l’Unità, come molti altri giornali, apre con la notizia che scuote il Paese. Ma lo fa con un titolo che appare troppo misurato: L’on. Giacomo Matteotti scomparso. Quello dell’Avanti, per dire, è molto più duro: Un fosco delitto antisocialista. Il giorno dopo, però, il quotidiano comunista si riprende e spara in prima pagina la sua indignazione: “Neppure il cadavere dell’on. Giacomo Matteotti è restituito”

E’ Gramsci, in quelle ore concitate e sconvolgenti, a decidere per la linea dura del quotidiano. Capisce che si è aperta una falla nel potere mussoliniano e che un atteggiamento inflessibile delle opposizioni potrebbe mutare il corso delle cose. Per questo, l’indicazione che dà subito al direttore dell’Unità Ottavio Pastore è netta: dobbiamo essere inflessibili, dobbiamo fare il processo a tutto il regime. Lo conferma Giuseppe Amoretti, redattore dell’Unità, il quale ricorda che Gramsci chiamò per telefono da Roma la redazione di Milano: “Ci disse che bisognava attaccare ed essere noi in testa all’attacco”. Coincidente anche il racconto di Camilla Ravera, allora nella segreteria del Pci, che ricorda che fu il cronista parlamentare dell’Unità Felice Platone ad avvertirla della scomparsa di Matteotti e le espresse anche il timore per l’incolumità di Gramsci. “Mi disse – è il racconto – di aver poi trovato Gramsci alla sala stampa della Camera mentre dettava ai compagni della redazione di Milano il titolo”. Quel titolo voluto da Gramsci non uscì, come erroneamente risulta dai ricordi dei protagonisti, il giorno dopo il rapimento di Matteotti ma nell’edizione del 21 giugno e fu come una parola d’ordine: Abbasso il governo degli assassini. L’editoriale, non firmato ma scritto da Gramsci, è intitolato Responsabilità: è un duro atto d’accusa contro le opposizioni democratiche che poste davanti all’alternativa di dover scegliere “tra la certezza dell’avvento al potere del fascismo criminale e la incertezza di un movimento autonomo della classe operaia entrano in un’organica crisi di tentennamenti, di oscillazioni, di dubbi che si manifesta politicamente nella inerzia e nella passività”.

Fare il giornalista dell’Unità diventa sempre più pericoloso, la lotta per la libertà di stampa si inasprisce, i pericoli sono dietro l’angolo ogni giorno. La battaglia diventa di pura resistenza. Sarà anche per questo che il 12 agosto del 1924 l’Unità cambia ragione sociale: con l’ingresso della frazione terzinternazionalista del Psi nel Pcd’I, il quotidiano abbandona la formula del “quotidiano degli operai e dei contadini” e diventa “Organo del Partito comunista d’Italia”. Il giornale vive momenti drammatici: viene “sistematicamente sequestrato tutti i giorni” e questa condizione di quasi illegalità sfianca una redazione che si sente braccata. In quel clima di terrore comincia ad insinuarsi tra i giornalisti persino il fantasma del sospetto. Nelle riunioni in cui già si discute come garantire, anche in clandestinità, la presenza del giornale e quale nucleo di redattori sia più in grado di reggere all’urto dello squadrismo, qualcuno solleva pesanti dubbi sui colleghi che vengono dalla tradizione socialista, quei “terzini” entrati nel partito solo da qualche mese. Girolamo Li Causi è uno di questi: deve restare fuori dal gruppo, dice qualche redattore, non è totalmente affidabile. Si tratta di pregiudizi, alimentati dall’isolamento e dalla pressione del regime, che provocano fratture e incomprensioni. Sarà Gramsci a dire di no a quelle purghe. “Prese energicamente le mie difese e volle che restassi nella redazione”, ricorda Li Causi. E mentre si prepara il tempo della cospirazione si lotta disperatamente anche per restare pienamente nella legalità. Forse proprio per avere la garanzia di un imprimatur ufficiale, l’11 luglio di quell’anno viene costituita presso il notaio Vittorio Buffoli la “Società anonima Editrice Unità Milano” che ha come scopo la “pubblicazione del giornale quotidiano politico l’Unità nonché di edizioni di coltura e propaganda”. Sono presenti alla firma dell’atto il condirettore Buffoni, i redattori Leonetti, Amoretti e Germanetto e Orfeo Zamboni che di fatto sarà l’amministratore. Il capitale sociale è di centomila lire, ventimila ciascuno per i cinque “comparenti”. Tra i sindaci della società compaiono Umberto Terracini e Ruggiero Grieco. Il clima diventa sempre più pericoloso. Il giornale dell’11 gennaio avverte: Mussolini può sopprimere l’Unità ma non può soffocare la voce del Partito comunista. E l’11 febbraio, alla vigilia del primo anniversario della fondazione del giornale, si lancia dalla prima pagina un grido: Lavoratori stringetevi tutti attorno alla bandiera del Partito comunista d’Italia ricordando, con particolari sottoscrizioni, il suo primo anno di vita e di battaglia. I soldi arriveranno e non saranno pochi. Il primo maggio, in un numero tutto dedicato alla sottoscrizione per il giornale della classe operaia, l’Unità può annunciare che in poche settimane sono state raccolte più di 140 mila lire.

 

 

 

Quello scontro con la redazione prima dell’arresto

 

Nel corso del 1925, mentre Mussolini scatena l’offensiva, l’Unità dovrà fare i conti anche con una situazione interna al partito che provoca conflitti aperti e scontri feroci. La resa dei conti tra Gramsci e Bordiga è ormai arrivata al dunque, non c’è più spazio per mediazioni e compromessi: o di qua o di là. Lo scontro sarà durissimo, senza esclusione di colpi, e non ha un esito scontato. Ma questo “ripiegamento” interno e queste estenuanti discussioni così laceranti, hanno però i loro effetti sul giornale che perde un po’ del suo smalto. Si affievolisce la curiosità culturale e quel senso di apertura mentale che lo aveva contraddistinto nella prima fase rendendolo vivace e brillante. Non si può negare, a considerare quel che accade attorno a quella redazione, che sia un esito prevedibile. Stretti tra la violenza fascista, l’autorità del Comintern e l’”insidia frazionista” i giornalisti cercano di navigare nel miglior modo possibile ma spesso sono travolti dal mare grosso. C’è un’altra bufera che rende il viaggio incerto: la guerra interna al partito bolscevico dopo la morte di Lenin. Gli sbandamenti del Comintern (dal fronte unico e dalla fusione con il Psi alla tesi dei socialisti ala sinistra del fascismo fino alla linea del socialfascismo qualche anno dopo) rendono difficile tenere fermo il timone. Né mette serenità il modo in cui arriva sulla scena del comunismo Josif Stalin, quel “meraviglioso georgiano” che è riuscito a conquistare il partito nonostante il giudizio negativo espresso su di lui da Lenin e contenuto in un promemoria che farà tremare le stanze del Cremlino: “E’ un uomo rude e va rimosso dall’incarico di segretario”.

Nonostante le tempeste che arrivano da Mosca e il pugno di ferro del regime fascista il Pcd’I riesce finalmente a trovare se stesso. Il congresso di Lione che si svolge in gran segreto a gennaio del 1926 è il congresso della svolta per i comunisti italiani. Gramsci ci ha messo due anni a neutralizzare l’opposizione di Bordiga che è il grande sconfitto di quelle assise clandestine. Nel voto finale otterrà il 9,3% contro il 90,8% della “centrale”. La polvere si dirada e l’orizzonte diventa più chiaro: a Lione il Pcd’I comincia la lunga marcia che lo porterà a diventare, tra mille contraddizioni e qualche pericolosa battuta d’arresto, un grande partito di massa. E lungo questa strada, con la mente più aperta e il settarismo in soffitta, l’Unità può rafforzarsi come grande giornale nazionale e popolare. Ma questa nuova via dei comunisti italiani e quindi anche la forza espansiva che può spingere l’Unità riceveranno di lì a breve il colpo di grazia del fascismo. Il giornale è tallonato dalla milizia e dai prefetti e sottoposto a una micidiale pressione: in appena due anni, a parte i sequestri parziali o locali, l’Unità ha già subito 146 sequestri nazionali, due sospensioni e i redattori vivono braccati e vengono picchiati.

E’ in questo clima che avviene un furibondo scontro tra Gramsci e la redazione del giornale che, se da una parte è la testimonianza di una condizione difficile di agibilità politica dall’altra è la prova di una tensione interna al partito che ancora non si è del tutto stemperata. Lo spunto di questa aspra polemica è un articolo di Gramsci in polemica contro il “Mondo” pubblicato come editoriale con il titolo “I contadini e la dittatura del proletariato” sul numero del 17 settembre 1926 in una forma scorretta, pieno zeppo di errori e di strafalcioni. Il fondatore aveva fatto dettare il testo per telefono dalla Camera dei deputati alla redazione di Milano e nel passaggio avviene il guaio. Gramsci, appena vede il suo articolo pubblicato in quelle condizioni, va su tutte le furie e invia ad Alfonso Leonetti (che tra alti e bassi in questa fase è di fatto il direttore del giornale) una nota di servizio durissima. La forma in cui è stato pubblicato l’articolo, scrive Gramsci, è “indecente, indegna” e dimostra “poco scrupolo professionale” e totale “inesperienza politica” che ha fatto fare un “titolo incomprensibile e cretino”. Gramsci va giù duro e considera “inconcepibile che i redattori dell’Unità pensino che i collaboratori siano degli idioti assoluti” capaci di riempire i loro scritti “con le banalità e gli spropositi più madornali”. La conclusione è insultante per la redazione: questo non è “giornalismo rivoluzionario”, è invece “avventurierismo da zingari della politica”.

E’ una brutta storia ma non finisce qui. Gramsci pretende la pubblicazione di una errata corrige in prima pagina che esce sul numero del 19 settembre nella quale si parla di “massacro del buon senso e della correttezza intellettuale” compiuto dalla redazione, si riportano in buona forma tutti i passaggi e poi il colpo di grazia: “Lasciamo alla buona volontà dei lettori operai di correggere gli altri strafalcioni”.  I redattori non la prendono bene, protestano con Leonetti il quale prende carta e penna e difende la redazione dall’aggressione facendo sapere che sia la nota di servizio che l’errata corrige sono stati “unanimemente giudicati indegni di un compagno responsabile”. Sono, aggiunge Leonetti, “più frutto di isterismo che di meditato giudizio” considerando le condizioni di lavoro dei giornalisti. Insomma, la responsabilità è della “cattiva dettatura” fatta eseguire non da un “elemento capace” ma dal solito “trombettiere” (veniva chiamato così l’addetto della Camera dei deputati incaricato di dettare al telefono per conto dei parlamentari). Leonetti conclude con durezza: “Respingo a nome della redazione con sdegno la qualifica di zingari della politica”. La polemica non si chiude qui, perché Gramsci risponde a sua volta a Leonetti. Il testo non è stato ritrovato ma dalla replica successiva di Leonetti si capisce che il capo del PdCi parli di un “sistema di lavoro disordinato e sgangherato”, sostiene che “le condizioni di lavoro non spiegano e non giustificano un bel nulla”, e minaccia addirittura un richiamo alla redazione da parte della Centrale del partito. A quel punto si svolge addirittura una riunione di redazione sulla polemica i cui toni devono essere abbastanza duri. Tant’è che Leonetti riprende carta e penna e dice a Gramsci, allegando il verbale della riunione, che i giornalisti non si “lasceranno demoralizzare benché definiti leggeri, scorretti professionalmente e senza scrupoli”. Per molti anni, fino al 1975, non si è avuta traccia dell’ultima risposta di Gramsci. Quella lettera fu rinvenuta negli Archivi Centrali dello Stato dove era finita dopo che era stata sequestrata a Gramsci, insieme ad altro materiale, al momento del suo arresto. E’ un documento che lascia in sospeso questa aspra polemica che segna gli ultimi giorni di legalità dell’Unità. Perché Gramsci non fa un passo indietro e considera gli argomenti usati dalla redazione gratuiti e scaturiti “dal nulla del vostro cervello eccitato a vuoto” e frutto di un metodo di discutere “semplicemente rattristante degno di un ladroncello dinanzi al giudice conciliatore” e di una “pedestre incapacità politica”. Per Gramsci il difetto principale dei giornalisti dell’Unità è che “non vi siete abituati a studiare anche nelle difficili condizioni in cui si svolge il vostro lavoro”, promette che “per quanto le mie forze e le mie capacità lo consentiranno voglio aiutarvi a migliorare”.

(Il carteggio tra Gramsci e Leonetti e l’ultima lettera poi sequestrata a Gramsci dalla polizia fascista sono stati pubblicati per la prima volta sulla rivista Studi Storici, primo numero del 1975 a cura di Tommaso Detti. La lettera sequestrata al capo del Pci è stata rintracciata nell’Archivio Centrale dello Stato da Paola Pirovano ed è stata pubblicata anche sull’Unità del 10 aprile 1975. Lo scontro tra la redazione e Gramsci viene anche rievocato in un articolo di Girolamo Li Causi pubblicato dall’Unità il 10 febbraio 1974 in uno speciale sul cinquantennale della fondazione del giornale con il titolo “1924-1926: come viveva il giornale nei primi anni di vita”).

Forse quello scontro tra Gramsci e la redazione avrebbe potuto essere ricomposto, forse ci sarebbe stato il modo di smussare certi giudizi e di considerare che, con la milizia fascista alle costole, fare un giornale era davvero una missione quasi impossibile. Purtroppo in quell’ottobre del 1926 la storia va da un’altra parte e non si sarà più tempo per rimediare. Gli ultimi numeri del quotidiano nel 1926 sono quasi sbiaditi. Già a metà di quel terribile ottobre i giorni sembrano ormai contati per il sistema democratico e per la stampa libera. Mussolini, dopo aver superato indenne la crisi Matteotti, arriva proprio in quel mese, dopo l’attentato di Bologna, a decretare lo scioglimento di tutti i partiti, la chiusura dei giornali, delle associazioni e delle organizzazioni democratiche e a istituire il famigerato Tribunale speciale davanti al quale passerà il fior fiore dell’antifascismo e del comunismo italiano. L’ultimo numero legale dell’Unità ha la data del 31 ottobre del 1926 ed è il simbolo di una voce che muore: la prima pagina è in buona parte dedicata all’Urss, ai successi della dittatura del proletariato e alla conferenza del partito bolscevico. All’interno ci sono numerose “corrispondenze operaie” e una recensione teatrale sull’Imbecille di Luigi Pirandello. Sembrano passati anni luce dal brillante esordio del 12 febbraio del 1924. Eppure sono solo trentadue mesi e diciannove giorni. La dittatura fa calare il sipario sul giornale comunista in modo brutale.

Qualche giorno dopo, la sera dell’8 novembre, mentre rientra a casa dalla Camera dei deputati il suo fondatore Antonio Gramsci viene arrestato dalla polizia fascista con in tasca quella sua ultima lettera ai redattori del giornale. Per lui comincia il calvario del carcere che poi lo condurrà alla morte il 27 aprile del 1937. Per l’Unità inizia il lungo inverno della clandestinità prima che arrivi la primavera della rinascita.

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Un pensiero su “Gramsci, l’Unità e quei redattori “zingari della politica”

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