Quando il lavoro rende schiavi

“E se ha bisogno di cambiarlo, tenga conto che siamo aperti anche a Pasquetta…”, dice con voce quasi rassegnata la commessa di un negozio in un centro commerciale di Roma. Come, ribatto, lavorate anche a Pasquetta? Dovreste ribellarvi, aggiungo con un sorriso. “Purtroppo, se il centro commerciale si riempie come è successo l’anno scorso poi i negozianti sono spinti a tenere aperto”, risponde la commessa sconsolata.

Ecco: venghino signori venghino nel rutilante mondo del consumismo. Dove non c’è festa che tenga, non c’è Pasquetta e non c’è persino Primo Maggio a trattenere dall’apertura dei negozi per consentire al capriccio del consumatore di esprimersi liberamente come e quando vuole, senza limiti e senza regole.

Lo so che è così da tempo, che questa in fondo non è una novità. Però, in ogni caso a me non piace. Non ritengo giusto, legittimo, sano che i lavoratori siano considerati alla stregua di una merce e non abbiano nemmeno il diritto di passare la festa con un marito o una moglie, con un fidanzato o una fidanzata, con un figlio, un padre, una madre. Insomma, con chi vogliono, dove vogliono, a fare ciò che vogliono in quel tempo dell’ozio che risana la mente e riconcilia con la vita.

E invece no, la modernità – questa modernità che troppo spesso ha il volto della stupidità e della regressione – ci ha abituato al consumo libero e totale. Se ci scappa di comprare, non devono esserci limiti. E se non ci scappa di comprare, hanno inventato apposta queste cattedrali del consumismo, piazzate lontano dalla città in mezzo alla campagna, dove trascorrere la domenica pomeriggio, il Natale dopo il pranzo, la Pasqua dopo l’agnello e la Pasquetta, il Primo Maggio in una sorta di scampagnata dell’acquisto, in una frenetica corsa tra un negozio e l’altro, in un eterno struscio dove non si conosce quasi nessuno se non la persona che ti accompagna.

No, non mi piace. E credo che una vera sinistra riformista dovrebbe riprendere in mano la battaglia per la civiltà del lavoro ricominciando da qui, da questa commessa che accetta con rassegnazione (e come potrebbe altrimenti?) di subire un torto pur di lavorare. Su questo tema – è giusto ricordarlo –  la Cgil ha fatto innumerevoli iniziative, ha resistito e resiste ancora, subendo l’ostracismo e spesso l’ironia di quelli che pensano che difendere la sacrosanta libertà dal lavoro nei giorni comandati sia un ritorno al passato contro le magnifiche sorti e progressive di un futuro che corre corre corre. Non lasciamolo solo, questo sindacato tanto bistrattato.

E non lasciamo soli quelli che subiscono. Per cui, buona Pasqua e buona Pasquetta a tutte le commesse e i commessi d’Italia con l’augurio che riconquistino il loro tempo, stritolato dai nostri egoismi indotti da un’economia sfrenata e senza dignità.

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