Il Pd e il paradosso del signor voucher

Potremmo chiamarlo il paradosso del voucher.

Un sindacato, la Cgil, raccoglie più di tre milioni di firme per un referendum che chiede, tra l’altro, l’abolizione dei famigerati voucher (quelli, per intenderci, che fior di imprenditori comprano al tabaccaio e ci pagano i lavoratori invece che far loro un contratto) che, previsti dalla legge Biagi voluta dal governo Berlusconi, negli ultimi anni erano esplosi in modo incontrollato. Il referendum su questo punto viene accolto, il governo traccheggia un po’ ma poi fissa la data: 28 maggio.

Tutto bene, se non fosse che Renzi e il Pd hanno il terrore di perdere un altro referendum (dopo quello del 4 dicembre sulla  riforma costituzionale) su una parte di un’altra legge considerata fondamentale, quella sul lavoro che gli americanisti di Palazzo Chigi hanno ribattezzato Jobs Act perché fa più scena. Che fare per depotenziare il referendum? Semplice: abolire completamente i voucher che fino a qualche mese fa venivano comunque difesi a spada tratta perché combattevano il lavoro nero bla bla bla. Così il referendum salta. Ottimo. Però…

Però ora chi è titolare della funzione legislativa e ha preferito non correre il rischio-referendum e nemmeno assumersi la responsabilità di fare una legge equilibrata accusa la Cgil di favorire il lavoro nero e di aver voluto abolire uno strumento utile in certi casi di lavoro saltuario soprattutto per l’aiuto domestico.

Ma stiamo scherzando? Assumetevi le vostre responsabilità, per favore. La democrazia è bella per questo, perché riconosce il diritto di fare un referendum abrogativo e il dovere di chi fa le leggi a fare le leggi in cui crede e poi decide il popolo sovrano. Se non avete il coraggio di affrontare un referendum e nemmeno quello di impegnarvi in un’altra legge e ve la cavate smentendo quello che sostenevate poco fa poi non prendetevela con chi, per statuto, difende i diritti dei lavoratori. E per fortuna nostra  continua a farlo.

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