Quel mondo sospeso tra Pasolini e De Andrè

“Quello che non ho è una camicia bianca / quello che non ho è un segreto in banca / quello che non ho sono le tue pistole / per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole”.

“Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a ‘tempi nuovi’, ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico”.

Fabrizio De André e Pier Paolo Pasolini. Due uomini diversi, con sensibilità diverse, ma che hanno raccontato il nostro Paese e il mondo con gli occhi di chi sa guardare oltre le apparenze. Di chi sa guardare dall’alto, sorvolando sul panorama della modernità e catturando le immagini di un declino anche nel periodo del massimo benessere e della massima felicità.

Un cantautore e un intellettuale. Sta qui, in questo tentativo di tenere insieme i due sguardi, di rincorrere le parole di uno e la musica e le parole dell’altro, la bellezza di “Quello che non ho”, lo spettacolo di Neri Marcorè (regia di Giorgio Gallione) fino a domenica scorsa in programmazione al Teatro Quirino di Roma e nei prossimi giorni alla Pergola di Firenze. E’ uno spettacolo sorprendente, qualcosa che non ti aspetti o comunque non ti aspetti in questo modo. Un Marcorè inusuale, pochissime battute ma molte riflessioni sul tramonto del nostro mondo, sulla crisi della civiltà, sul silenzio degli uomini di fronte ai pesanti scricchiolii di un universo che sembra senza futuro. Soprattutto un Marcorè bravissimo interprete delle canzoni di De Andrè che segnano il viaggio nella desolazione umana. E bravissimo lettore di Pasolini, delle sue parole crude, della sua indignazione e del suo oltraggio al Potere. Due uomini con il coraggio di andare in “direzione ostinata e contraria” e di farlo con intelligenza, con profondità, senza troppi compromessi.

Ne viene fuori uno spettacolo vivo, ricco di spunti, di idee, di sollecitazioni. Segnato dal pessimismo della ragione e dall’ottimismo della volontà, nel quale i bambini sfruttati del Congo e del Ruanda o i disastri ambientali del Mediterraneo, i piccoli rom morti bruciati nella loro baracca o l’isola di plastica che avvolge il mare inquinato sono tanti capitoli di un libro sul declino dell’Occidente e sulla sua incapacità di rendersene conto.”E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / signora libertà signorina fantasia” canta De Andrè in “Se ti tagliassero a pezzetti” qui reinterpretata con passione.  Accanto a Marcorè tre bravissimi cantanti-musicisti-attori (Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini) che con il semplice suono di tre chitarre (quattro con la dodici corde suonata con leggerezza dal protagonista) e con le mani battute su un cubo di legno danno il ritmo giusto al viaggio nel tempo.

La sensazione che rimane alla fine è duplice. La nostra impotenza da una parte e la nostra indignazione dall’altra. E se l’indignazione riuscisse a sconfiggere l’impotenza di noi abitanti ciechi del pianeta? Ecco, appunto: sarebbe già un grande risultato nell’epoca dello sviluppo infinito di un mondo finito.

Grazie a Neri Marcorè che ci ha fatto porre le domande giuste e ci ha fatto pensare. Se potete, in giro per l’Italia, fate l’impossibile per non perdervelo.

 

 

 

 

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