Dove va la sinistra del Vittoria

Appunti sparsi sulla manifestazione con Enrico Rossi, Roberto Speranza e Michele Emiliano al Teatro Vittoria di Roma.

1. Bandiera rossa è un inno bello ed emozionante per molti di noi. Eppure averlo scelto per aprire la manifestazione mentre scorrevano le immagini della “nostra storia” mi è sembrato molto retrò, un atto simbolicamente rivolto al passato piuttosto che al futuro. Perché la sinistra deve ritrovare il proprio ruolo di sinistra, non ci sono dubbi, ma deve farlo innovando, parlando al mondo di oggi e non a quello di ieri. E siccome i simboli contano, quell’avvio con “avanti popolo” è stato simbolicamente sbagliato e ha riavvolto il nastro alle manifestazioni del Pci di 30-40 anni fa.
2. Che la sinistra debba guardare avanti, d’altra parte, è stato il senso del discorso di Enrico Rossi, quello più profondo, preparato con cura perché questa era la sua manifestazione poi trasformata in iniziativa unitaria. La sinistra che ha in mente il presidente toscano è una sinistra ancorata al tema del lavoro, che lotta contro le disuguaglianze, che combatte il capitalismo furbetto dei creditori anonimi di Mps e cerca alleanza con gli imprenditori che hanno a cuore il lavoro e la qualità del produrre. Rossi immagina un nuovo socialismo che unisca radicalità e responsabilità di governo. Un partito partigiano, che non metta sullo stesso piano Marchionne e l’operaio Cipputi. Una buona piattaforma per voltare pagina.

3. Roberto Speranza è molto vicino a questa impostazione, anzi diciamo che lui e Rossi hanno idee comuni sulla sinistra e sui suoi compiti. Speranza insiste molto  sul “noi” contrapposto all’”io” che domina la scena nel Pd. Cerca di allontanare il sospetto che sia tutto un problema di date congressuali. Il problema anche per lui è il lavoro, la crescita, la disuguaglianza. Ma proprio per questa contiguità nei contenuti tra Rossi e Speranza uno si aspetta che da una riflessione comune nasca una candidatura comune. Anzi, da questo punto di vista bisogna dire che la minoranza ne ha perso di tempo negli ultimi tre anni e ancora si presenta divisa. Non va più bene.
4. Michele Emiliano è una strana creatura. Abile comunicatore, alla fine è quello che “si ruba” la platea con le sue battute, con gli attacchi a Renzi e gli elogi ben piazzati a Bersani, D’Alema e poi a Rossi e Speranza. Ha i tempi giusti, la voce tonante giusta, la maestosità per dominare le piazze. Ma dei tre è quello meno in sintonia con una sinistra radicale socialista. Ha una storia diversa, nasconde alcune ambiguità  (a cominciare dal suo rapporto ambivalente con Renzi), accarezza il pelo a certi argomenti populisti e dimostra di avere una visione della politica in cui la potenza del leader ha un ruolo molto centrale. Diciamo che nel “noi” ci sta stretto e si trova più comodo in un “io”. Soprattutto se è quello suo.

5. In che direzione andrà questa alleanza Rossi-Speranza-Emiliano è difficile prevederlo. Tutto dipende da che cosa accadrà nelle prossime ore nel Pd. È evidente che la scissione non la vuole nessuno in questa manifestazione di Roma. Vogliono un congresso vero, vogliono rifondare il Pd, dargli un’impronta più radicale e di sinistra, essere ascoltati e rispettati, battersi per vincere. Certo, vogliono anche che Renzi si faccia da parte dopo la pesante sconfitta del referendum invece che ostinarsi a spaccare tutto pur di strappare la rivincita. Ma come dar loro torto?
6. E se dovesse essere scissione? Allora certo c’è tra questa gente venuta da diverse parti d’Italia la passione e il coraggio per ripartire. Ma è inutile illudersi, non sarà facile. Perché oltre alla passione serve molto altro per dare gambe a un nuovo partito: un insediamento sociale chiaro, un programma articolato, un gruppo dirigente nuovo che sappia parlare non solo a chi ha i capelli grigi ma anche a chi vuole conquistarsi il suo spazio nella vita.

7. Troppi anziani, infatti, si vedono in giro in platea o sulla piazza e pochi giovani. È il problema del Pd ma anche di questo pezzo di popolo di sinistra. Anche qui di ragazzi ce ne erano ma erano una piccola minoranza. Ecco un tema, certo non nuovo ma centrale, su cui costruire una sinistra nuova.
8. Che farà Renzi? Se ignorerà il messaggio forte e non di rottura che viene dal Teatro Vittoria sfascerà il Pd. Se fosse un segretario lungimirante dovrebbe capire che anche questo è il Pd e senza questo il Pd muore. Non illudiamoci, Renzi ci ha abituato ad altro e non so se avrà o troverà l’equilibrio necessario a gestire una fase così complessa. Oggi servono i costruttori di ponti e non i costruttori di muri. A ognuno la sua stagione. E oggi Renzi, che i ponti non sa proprio costruirli, è drammaticamente fuori stagione.

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