La strategia della paura e la “dialettica bizantina” di Renzi

​Se non vince il sí io mi dimetto. 

Se vince il no arriva un governo tecnico. 

Se non volete un governo tecnico dovete votare sì. 

Una “dialettica bizantina” quella usata da Matteo Renzi nel tentativo si convincere gli indecisi a dire sì alla sua riforma Costituzionale. Perché, se ci pensate bene, il rischio che si arrivi a un governo tecnico (ipotesi, come vedremo, abbastanza irrealistica) è la conseguenza della premessa (se non vince il sí io mi dimetto) e non del fatto che possa vincere il no. Quindi è la diretta conseguenza del comportamento del presidente del consiglio. Il quale avrebbe anche potuto seguire un’altra strada:far approvare la riforma e poi lasciarla delicatamente nelle mani del vertice del Pd e alla battaglia referendaria dedicandosi ai problemi che sono in cima ai pensieri degli italiani: il lavoro e la ripresa.

Così non è  stato per libera e consapevole scelta. D’altra parte Renzi lo ha detto papale papale durante il confronto tv con Landini: sulla riforma mi gioco tutto. E dunque ora che cosa vuole da noi visto che è lui ad aver messo in palio, per usare un’espressione molto in voga nel cerchio renziano, la sua “poltrona” di Palazzo Chigi?

Ma poi, voi ci credete proprio a questo spauracchio del governo tecnico? Siete proprio sicuri che se Renzi dovesse dimettersi (e sottolineo se) si arrivi a un premier non politico. Personalmente non ne sono convinto, per il semplice fatto che una maggioranza in Parlamento esiste e che il Pd è il baricentro di quella maggioranza. Il presidente Mattarella, nel caso di una crisi, non potrà non tenere conto di questo punto di partenza per qualunque strada: sia un Renzi bis, sia un governo Padoan o sia un governo Delrio o sia qualsiasi altra soluzione di maggioranza.

In conclusione, non fatevi ingannare dagli scenari catastrofici che hanno contrassegnato questa brutta campagna referendaria: per fortuna la democrazia italiana è abbastanza forte per resistere a questi urti. Che sarebbero lontani anni luce da quelli che nel 2011 portarono l’Italia a un passo dal commissariamento. E quella volta non fu per una disfida sul bicameralismo paritario o semiparitario,  ma per lo spread che era volato alle stelle e per una situazione economica vicina al crack. 

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