Ciak, la storia eravamo noi

“State in campana, perché  i popoli che se scordano la storia prima o poi ce sbattono er grugno”. Quale citazione migliore per un viaggio nella storia se non questa di Scipione-Marcello Mastroianni tratta dal film di Luigi Magni Scipione detto anche l’Africano? Quale citazione migliore per raccontare un Paese come l’Italia che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la memoria? E quale citazione migliore per dare il via allo straordinario viaggio nel cinema italiano che è questo bellissimo libro “Storia d’Italia in 15 film” (Laterza, 20 euro)?
L’autore è una nostra vecchia conoscenza: Alberto Crespi, critico cinematografico dell’Unità, in forze al giornale di Gramsci ormai da qualche decennio. Un “critico di fiducia” per molti lettori (sicuramente per chi scrive), uno che dà (quasi) sempre i suggerimenti giusti e osserva il cinema con uno sguardo nazional-popolare – nel senso gramsciano del termine ovviamente – e cioè senza tentazioni elitarie. E infine uno che ama il cinema italiano, lo racconta con curiosa intelligenza e ne conosce anche gli angoli nascosti, cosa non molto diffusa in un Paese con forti tentazioni esterofile.
Quindi, l’uomo giusto al posto giusto per raccontare la storia d’Italia attraverso i film. Crespi ne ha scelti quindici, e come in ogni scelta c’è quel tanto di arbitrario e soggettivo sul quale si potrebbe anche discutere. Ma attorno a quei quindici titoli principali ne ruotano molti altri, in un gioco ad incastro in cui c’è il meglio della cinematografia e la crema dei registi nazionali e sicuramente molti nostri film del cuore. Ne viene fuori quasi un’autobiografia cinematografica della nazione, popolata di memorabili personaggi che sono entrati nella nostra vita e fanno parte ormai del nostro immaginario.
Si parte da 1860 di Alessandro Blasetti, un film sulla spedizione dei mille e quindi sul Risorgimento nel quale il protagonista (Garibaldi) appare solo di sfuggita in modo da creare quell’alone di mito che spinge a vedere in lui (il film è del 1934) la proiezione del Duce che allora dominava incontrastato sull’Italia. Si passa a Se sei vivo spara di Giulio Questi, un film western che è un film sulla Resistenza, dove i banditi cattivi sono vestiti di nero e i poveracci e gli indiani sono i partigiani, e dove il regista riversa la sua esperienza di lotta contro i nazifascisti e la sua voglia di riscatto. Si arriva, dopo diverse altre stazioni, al tragico e spietato capolavoro di Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma, un film sul fascismo che ancora incombe sull’Italia e sul disgusto per un Paese mancato, in quel 1974 che, come scrive Crespi, non è per niente “happy days”. È l’anno in cui avviene la strage fascista di Brescia, i brigatisti rapiscono il giudice Mario Sossi, a Catanzaro riprende il processo per la strage di piazza Fontana (1969) a carico di Pietro Valpreda e Marco Merlino e nell’aria si sente odore di golpe mentre il Paese lancia un forte segnale di speranza con il no al referendum sul divorzio che l’Unità definì una “grande vittoria della libertà”.
Ma c’è altro, molto altro, in questo libro che attraverso i film ci racconta di noi stessi, dei nostri sogni e delle delusioni, dei nostri imbrogli e delle nostre cattiverie, di quello che avremmo voluto essere e non siamo stati. Dei nostri vizi nazionali che hanno quasi tutti la straordinaria maschera di Alberto Sordi. Delle speranze tradite che hanno il volto di Manfredi, Gassman, Satta Flores e Stefania Sandrelli in quel capolavoro di Ettore Scola che è  C’eravamo tanto amati. Della per noi insospettabile “carica rivoluzionaria” del Sandokan di Sergio Sollima. Da un ciak all’altro scorrono davanti a noi le immagini della nostra storia: le camicie nere dei fascisti, quelle rosse dei partigiani, l’Italia che si ritrova, l’arrivo del boom e la voglia di futuro, gli intrighi tra politica e servizi deviati, le stragi fasciste, il terrorismo che si tinge di rosso, il tragico rapimento di Aldo Moro, la forza dei comunisti e la debolezza dei post-comunisti, la corruzione e il crollo del regime, la mafia e la camorra e i delitti di mafia e di camorra, l’arrivo di Berlusconi e del suo universo televisivo che cambia il carattere degli italiani, il massacro della Diaz dopo la morte di Carlo Giuliani…
E’ un viaggio straordinario: un grande  libro di storia senza la retorica della Storia, un grande libro di cinema senza la presunzione del Cinema. Crespi è un bravissimo giornalista ma anche e soprattutto un ottimo scrittore che sa prenderti per mano e ti suggerisce percorsi, ti lascia indizi, ti trasmette curiosità e ti fa capire come il cinema italiano abbia non solo raccontato la storia ma in diversi passaggi l’abbia anche prevista. Tutto questo è fatto con leggerezza, con una sapiente leggerezza capace di tenere insieme le storie e le passioni che hanno segnato il nostro Paese. Alla fine del libro la vedi tutta intera la strada percorsa, la vedi l’Italia che rimane. E come Nino Manfredi in Nell’anno del Signore, non ti resta che prendere atto, con malinconia, che “’a rivoluzione è bella che zompata”. Almeno per ora.

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