Il referendum e la disciplina di partito

Non sarà una controrisposta alla sua risposta alla mia lettera, perché di solito gli scambi epistolari quando vanno per le lunghe diventano noiosi, magari non per chi li scrive ma sicuramente per chi li legge. Oppure, come ha scritto scherzosamente Davide Baruffi su Facebook, se dovete continuare a scrivervi meglio fare un contratto telefonico you&me. Quindi, niente caro Sergio Staino. Ma qualcosa sul confronto politico tra me e il direttore dell’Unità (che potete trovare qui nei post precedenti a questo) vorrei dirlo, se non altro perché certe argomentazioni da lui usate sono abbastanza diffuse nel giro di quelli che voteranno sì al referendum, nel tentativo – che a me continua ad apparire molto fragile – di convincere chi vuole votare no a cambiare idea.

L’argomento usato da Staino per tentare di smontare il mio ragionamento molto di merito a favore del no alla riforma costituzionale fa parte curiosamente dell’armamentario di quel passato che oggi viene crocifisso in nome di una presunta vocazione al futuro dei protagonisti della Riforma costituzionale. Si chiama, o meglio si chiamava, disciplina di partito, quello spirito di appartenenza che quando c’era il Pci spingeva spesso, ma nemmeno sempre, i militanti o i dirigenti a scegliere il partito pur in presenza di dubbi o contrarietà a certe scelte. Sulla base di questo nostalgico e tardivo innamoramento del centralismo democratico, Staino mi accusa di essere un anarchico individualista perché voglio difendere il mio libero voto contro la superiorità del partito e addirittura di aver usato nella mia lettera un “meraviglioso campionario di antipolitica”. Aggiungendo persino di sorprendersi che io voglia buttare “alle ortiche tutto il nostro passato”. Figurarsi.

Ora a parte che, essendo arrivato al Pci con Enrico Berlinguer segretario nel 1976, a differenza di Staino non ricordo di aver mai votato contro la mia coscienza scegliendo la linea del partito, trovo singolare che un argomento di questo tipo venga usato oggi che si teorizza il partito liquido, che si riduce il potere degli iscritti e si rafforza quello degli elettori, anche quelli semplicemente di passaggio. Trovo singolare che si rivaluti quello che, con il Pci ancora vivo, era considerato superato e che noi giovani di allora consideravamo anacronistico battendoci contro e prima di noi coraggiosamente lo aveva fatto Pietro Ingrao esplicitando il proprio dissenso all’XI congresso nel 1966. E trovo ancora più  singolare che a farlo sia uno come Staino che proprio negli anni Ottanta appariva un dissacratore di certe liturgie di partito e un eretico compagno di viaggio. Uno, per fare un solo esempio, che metteva il segretario del Pci Alessandro Natta nudo sul suo bell’inserto satirico allegato all’Unità con il titolo Nattango, tra le proteste dei vertici di Botteghe Oscure.

Se questo invito a stringerci a corte a me pare il vecchio che è avanzato, allo stesso modo, in presenza di una modifica della Costituzione, trovo fuori registro anche l’appello a difendere il castello minacciato da un’orda di barbari. Se il confronto sulla riforma fosse stato subito orientato verso lidi più tranquilli oggi non saremmo qui a gridare allarmi su allarmi. Se il governo e il premier si fossero tenuti al riparo dalla durezza dello scontro e non lo avessero al contrario fomentato oggi non leggeremmo i retroscena sul dopo Renzi. Non è la cronaca, come scrive Staino, a rendere infuocato il confronto, perché quando Renzi diversi mesi fa ha iniziato a dire “o con me o contro di me” oppure “dite sì o mi dimetto”, Donald Trump non solo non era presidente degli Usa ma nessuno avrebbe scommesso un dollaro che lo sarebbe mai diventato. E allora, per quanto mi riguarda, non si può mettere a repentaglio il governo, il Pd, il centrosinistra e poi al dunque dire a me: ma come, fai vincere i populisti e mandi a casa un governo democratico? Non ci sto a passare per il responsabile dei disastri incoscientemente ma consapevolmente preparati da chi non ha voluto sentire ragioni, consigli, suggerimenti e avvertimenti. Qui non si sceglie il governo, non si vota per il Parlamento, non si decide un premier. Si parla di Costituzione, che è la nostra carta d’identità a prescindere da chi abita a Palazzo Chigi.

Per questo, dopo qualche tormento, ho fatto un’altra scelta: esprimere un giudizio nel merito di quella riforma, senza secondi o terzi fini. Ma a quel merito,  che della mia lettera era buona parte, Staino non ha dedicato nemmeno una riga. Così come d’altra parte accade sul mio blog, su Facebook o su Twitter, dove i sostenitori del sì difficilmente si soffermano sulle obiezioni ma anche loro preferiscono rifugiarsi nella politica-politica facendo appello alla Superiore Causa contro l’Invasione degli Ultracorpi.

Questo è quello che penso di questo referendum e della sua dissennata gestione e delle parole scritte dal direttore dell’Unità, delle quali lo ringrazio con l’amicizia di sempre. Vorrei rassicurare infine Staino che non penso di dover mettere da parte alcuna antipatia nei confronti di Renzi, come lui mi chiede, perché non è il binomio simpatia-antipatia che guida i miei giudizi politici, come mi hanno insegnato a fare proprio all’Unità. E poi quelle poche volte che l’ho frequentato quando ancora non era il Grande Capo, Renzi non mi stava per niente antipatico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un pensiero su “Il referendum e la disciplina di partito

  1. I rottamatori, spaventati che qualcuno possa assolvere al compito mai realizzato di rendere possibili i diritti espressi nella costituzione cercano di farsi passare per innovatori in modo da rendere legali tanti abusi che costituzione avrebbe dovuto vietare. Mi sono dilungato in http://docs.com giuseppe ambrosi

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