Giovani, quella fuga senza fine

Alba Fedeli era ricercatrice precaria a Milano. Poi, stanca della sua incertezza, ha fatto le valigie ed è volata a Birmingham. Lì ha scoperto il Corano più antico del mondo e un anno fa è finita come una celebrità sulle pagine del New York Times. “Londra sì che crede nella ricerca”, ha spiegato a chi le ha chiesto della sua scelta di emigrare. Alba è una dei 4,8 milioni di italiani che, secondo un rapporto di Migrantes, ha deciso di andarsene e oggi lavora e vive all’estero. Solo nel 2015 hanno fatto le valigie 107 mila e di questi il 36,7% è giovane tra i 18 e i 34 anni. Dal 2005 al 2015 i trasferimenti verso l’estero di lavoratori italiani sono aumentati in modo esponenziale: +55%. Un esodo.

Il fenomeno è sicuramente legato alla crisi economica, ma anche – e in molti casi soprattutto – alla scarsa offerta di professioni ad alto contenuto innovativo. Si scopre infatti, secondo uno studio pubblicato qualche mese fa dalla Fondazione Feltrinelli, che un quarto di chi lascia l’Italia è laureato, molti sono ricercatori o dottorandi che cercano altrove quel che qui non trovano: il riconoscimento del tanto sbandierato merito, la possibilità di fare ricerca e di avere un ruolo nel sistema universitario o in quello ospedaliero. E infatti nel rapporto Migrantes il 38,3% di chi emigra lo fa per mancanza di opportunità in Italia e il 23,8% per una migliore offerta di lavoro all’estero. Quindi: le nostre Università preparano migliaia e migliaia di laureati che poi metteranno le loro conoscenze al servizio di un altro Paese: l’Inghilterra e la Germania in cima alla classifica. Niente di male, siamo cittadini europei: se non fosse che il saldo tra chi va e chi viene, all’interno dell’Unione, è negativo per l’Italia.

Le storie di questi migranti e i dati statistici così drammatici ci dicono due cose. La prima è che il livello di fiducia nei confronti del nostro mercato del lavoro, specie per le professioni più specialistiche, è scarsissimo: burocrazia, corruzione, baronati, il dominio della raccomandazione e la scarsità di fondi, trasformano in una lotteria la ricerca di lavoro. La seconda è che dovremmo convincerci che l’Università e la ricerca sono il core business della crescita dell’Italia. La grandezza, la civiltà e la propensione al futuro di un Paese si misurano soprattutto sulle chances che si offrono ai più giovani. Lasciare che questa grande fuga continui è un vero delitto. Ma per far tornare i nostri bravi ricercatori o i lavoratori ad alta specializzazione non bastano le belle parole nei talk show o la retorica delll’Italia che marcia verso il sol dell’avvenire. Anche perché a oggi più del 65% di chi vive o lavora all’estero esclude o ritiene improbabile o poco probabile il suo ritorno in Italia. Non vi pare un problema gigantesco?

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