All’Unità nei giorni di dolore per Berlinguer

Carlo Ricchini, che è stato caporedattore all’Unità per molti anni, mi chiede di condividere con voi questo bellissimo ricordo dei giorni del malore e della morte di Enrico Berlinguer trascorsi all’Unità tra un’edizione e l’altra, tra un titolo e l’altro che poi sono rimasti scolpiti nella nostra memoria. Grazie Carlo.

Per la prima volta – ed ero redattore capo da diversi anni- sentii trasmettere quell’ordine: “Fermate le rotative!”. Non era in un film, era la sera di giovedì 7 giugno 1984, nella redazione romana dell’Unità. La prima edizione stava “girando”, si sentiva il rumore e il vibrare delle macchine, quando giunse da Padova la voce di Ugo Baduel, rotta dall’angoscia e gridata nel telefono.“ Berlinguer sta male…mentre parlava sul palco è stato colto da malore…lo portano in ospedale…”Quando Ugo, l’inviato che seguiva sempre il segretario, telefonò la seconda volta, la redazione era quasi al completo. Il direttore Macaluso aveva fatto richiamare tutti. Ora era seduto dietro la scrivania nel box in fondo allo stanzone, attorniato da tutti noi: bisognava valutare e decidere come dare la notizia, ci furono altre telefonate con Ugo che era riuscito a strappare i primi giudizi dei medici. Emanuele Macaluso, la mano sulla fronte, meditò ancora per minuti che sembravano interminabili, poi chiese ancora a noi qualche consiglio. La prima pagina viene rifatta. Le rotative erano rimaste ferme un’ora a Roma e a Milano. Titoliamo “Berlinguer gravissimo”, su nove colonne.
Da quella sera alcuni di noi non toccarono più il letto, non c’erano soste. Si preparano pagine speciali, edizioni straordinarie. I titoli dei giorni seguenti saranno il giorno dopo, sabato: “L’Italia con il fiato sospeso”, e domenica parole più drammatiche : ”Berlinguer condizioni disperate”. Sempre a tutta pagina il titolo di lunedì 11 giugno: “ Ti vogliamo bene Enrico”, che interpretava il sentimento di angoscia e di profonda stima che si respirava in tutto il Paese. Ma aveva anche il sapore del messaggio di commiato. Lo stesso giorno, alle 12,45, la fine. Con il nodo alla gola si preparò la prima edizione straordinaria, titolo grande, in nero, maiuscolo :”E’ MORTO”.
Rimane difficile ricostruire nei dettagli gli avvenimenti e la atmosfera di quel periodo, era in atto ed evidente una crisi politica, il partito si era ritirato dal sostegno al governo, il segretario aveva lanciato la parola d’ordine della “alternativa democratica”, il distacco dal Psi era sempre più profondo; Bettino Craxi era diventato capo del governo in alleanza stretta con la democrazia cristiana, il Pci era continuamente sotto attacco, si combatteva per difendere i salari contro l’abolizione della cosiddetta “scala mobile”, una battaglia importante. Decisiva e poi perduta. Due mesi prima Enrico Berlinguer era stato fischiato e insultato a Verona mentre entrava  al congresso socialista e Craxi, disse che non si era unito ai fischi soltanto perché non sapeva portare le dita alla bocca.
I giornali scrivevano che Enrico Berlinguer era un guerriero che combatteva isolato nel suo stesso partito, testardo, come tutti i sardi. Ma non era vero. Il partito era con lui, la stima e l’affetto che lo circondavano, lo dimostravano le massicce partecipazioni ai suoi comizi, poi, purtroppo, ai suoi funerali.
“TUTTI” è il titolo che demmo al giornale di quella giornata ( ripreso in un magnifico libro di Francesco Piccolo, uscito in questi mesi ) volendo sottolineare, interpretare, comprendere, lo stato d’animo, il sentimento vero, di cuore e di cervello, che quel milione e più di persone avevano voluto esprimere. “TUTTI”, una parola sola, secca, rossa, fotografava l’anima.  Come “ECCOCI”, il titolo che l’aveva preceduta e che per la prima volta usciva dagli schemi del giornalismo e dalla grafica giornalistica non essendo  più soltanto un annuncio ma, con una unica parola, coinvolgeva, chiamava alla partecipazione attiva, voleva dire di più : siamo qui, abbiamo risposto, siamo uniti, vogliamo batterci, ci crediamo, credevate gli operai fossero spariti, non fatte i conti senza di noi. La Cgil aveva proclamato lo sciopero generale contro il taglio della scala mobile. Erano venuti da tutta Italia con treni, pullman, navi . E quel giornale veniva alzato sopra le teste e mostrato alla gente ai lati dei cortei, alle telecamere, ai fotografi. Uno scatto sorprese Enrico Berlinguer che con l’Unità tesa fra le braccia mostrava a sua volta quella prima pagina, come a rispondere ai lavoratori. Era il 24 marzo del 1984. Tre mesi prima del malore di Padova.” ADDIO “,  fu il titolo a caratteri di scatola, tutto rosso, il giorno dei funerali. E anche in quella sola parola era racchiuso il sentire di quelle persone che provenienti da tutta Italia erano accolti dal  giornale che le comprendeva, le coinvolgeva.
E’ comprensibile che il vecchio cronista, mentre stende queste modeste note, rifletta su quei giorni lontani. Oggi la situazione politica è mutata, il Pci non c’è più, la crisi che già allora si affacciava si è fatta drammatica, il futuro è incerto;  trent’anni fa si lottava, le fabbriche e le piazze erano protagoniste, ora le battaglie sono in prevalenza verbali, schermaglie a volte punteggiate di volgarità. E l’opinione, la conquista delle menti, il coinvolgimento, appunto, sembrano farlo prevalentemente i salotti televisivi, i Tg-spettacolo. Tuttavia in qualche commento, in alcuni approfondimenti sui giornali, in convegni, si sente parlare se non di bisogno di socialismo almeno di una società più equa. E, vista la modestia degli attori, si avverte la assenza di un personaggio come Enrico Berlinguer.
Nostalgie? E noi come eravamo, noi dell’Unità di quei tempi, noi di quei titoli? Noi che un anno dopo realizzammo un libro con centinaia di foto inedite, che è stato il punto di riferimento per altri libri su Berlinguer (e qui voglio ricordare chi lavorò con me alle “iniziative speciali”, in particolare Luisa Melograni, Eugenio Manca, Enrico Pasquini, e ovviamente l’ottimo direttore Emanuele Macaluso che le consentì). Poche parole: eravamo sorretti da una grande passione politica e morale, da spirito di sacrificio, credevamo nel nostro lavoro, guardavamo con fiducia al futuro. E oggi possiamo guardare al nostro passato con orgoglio, senza rimpianti, grati ad un movimento che ci ha aiutato a comprendere la società, il mondo, a distinguere, a credere nella solidarietà, nella giustizia, nei giusti comportamenti. “Siamo diversi…” disse un giorno Berlinguer e venne subissato di critiche. Personalmente credo ci fosse una verità in quella affermazione.
E’ comprensibile, rammentando quel periodo, e in particolare quei giorni tristi mentre si lavorava al giornale sulle ultime ore di Berlinguer, tornino a turbinare nella mente gli stessi ricordi: al primo incontro, entrambi giovanissimi, in un malandato teatro nella periferia della mia città. Era il segretario della Fgci, tornava dalla Cina, ci parlò della Lunga Marcia e della vittoria di Mao. Un vecchio compagno, alla fine, commentò: “E’ un giovane Togliatti…”. E quel giorno che mi mandò a chiamare per un bonario rimprovero. Lavorava a pochi passi da via dei Taurini, segretario regionale del Lazio,  e un deputato si era ripetutamente lagnato perché non avevo ancora scritto un pezzo sul porto di Civitavecchia. E ancora: un’assemblea calorosa, di giornalisti e tipografi, nello stanzone di composizione nella tipografia; o alle feste dell’Unità, quando Berlinguer consegnava il testo del discorso qualche ora prima di parlare e sapevi, e lo vedevi, che aveva scritto tutta la notte. Ma il ricordo più pressante, che mi preme ora raccontare, che per tanti anni ho conservato per me, è una chiacchierata davanti ad un televisore da poco spento, in un box del palazzo dello sport di Milano, nel primo giorno dell’ultimo congresso di Berlinguer. Era la sera del 2 marzo 1983, dunque un anno e pochi mesi prima della sua scomparsa. Aveva svolto la sua relazione, con sottolineature rilevanti specie se si leggono con gli occhi di oggi. Nelle sezioni per quasi un anno il partito aveva discusso su tesi contrapposte, contro quella del Comitato centrale c’era quella sostenuta, e poi nettamente sconfitta,  da Cossutta e Cappelloni che si opponeva al giudizio negativo di Berlinguer e della maggioranza  sui paesi del cosiddetto “socialismo reale” e alla formula dell’“esaurimento della spinta propulsiva del modello sovietico”.  Un discorso che aveva come tema centrale la pace e l’avversione allo schieramento dei missili a testata atomica nei due teatri, quello americano e quello sovietico. E dell’URSS aveva aspramente criticato “la politica di potenza in Afghanistan contraria al rispetto della sovranità e indipendenza dei popoli”.  Il segretario aveva anche dedicato molte pagine alla validità dei valori e degli obiettivi del movimento socialista e aveva denunciato il giungere della crisi economica, il dilagare dello spostamento di capitali nella speculazione finanziaria, rivendicando la necessità di una “concentrazione di investimenti nel campo energetico, nell’elettronica, nell’informatica,  nell’agricoltura, nelle ferrovie statali, nella creazione di un sistema integrato di trasporti.” La questione morale, l’esigenza di una imposta patrimoniale, la lotta alla mafia, il superamento del bicameralismo, un mutamento del partito, “un partito nuovo” , “aperto, moderno, più libero, più schietto”; ma anche partito di massa “che oggi significa non solo estensione delle sue basi sociali ma anche pieno dispiegamento della vita democratica”.
Vedeva lontano Enrico Berlinguer. Aveva progetti di cambiamento radicali. E la conferma la ebbi proprio quella sera. La prima giornata del congresso era finita, c’era stato anche un brindisi nell’ufficio allestito per il segretario, una scrivania, alcune sedie, un paio di poltrone, un gran mazzo di fiori su un tavolo, un grosso televisore. C’erano alcuni dirigenti e anche le tre figlie di Berlinguer, addossate alla parete, un po’ intimidite. Pensavo  che di lì a poco tutti sarebbero andati via, a cena. Erano quasi le otto di sera. C’era un gran silenzio quando nel mio ufficio, nella redazione del congresso ( i resoconti, i commenti, i titoli, le impaginazioni, venivano trasmessi per telescrivente e telefoto, non c’erano ancora i computer), stavo attendendo la telefonata da Roma sul “tutto arrivato, tutto ok”. Credevo di essere rimasto solo, quando vedo affacciarsi Berlinguer che chiede: “Posso vedere il telegiornale ?. Il mio, ho provato più volte, non funziona…questo è già acceso…”. Ed ecco la sigla del Tg1, il servizio di apertura sul congresso, carrellata sulla platea e gli spalti gremiti, alcuni primi piani, poi il segretario mentre parla, un po’ riassunto e un po’ in voce. Fine. No. Segue un commento: appare Gianni Granzotto, una istituzione della Rai, mentre parla si rigira fra le mani una penna argentata. Commento di routine di quel tempo: “Nessun passo avanti, non si è accentuato il distacco da Mosca nonostante il congresso…il Pci rimane in mezzo al guado…”. Il guado, ossessione giornalistica di turno. Spegniamo lo schermo ma Berlinguer rimane seduto. Ha voglia di parlare. Impossibile ora ricostruire le parole usate, ma il senso è questo e se uso le virgolette è per comodità riassuntiva: “Non vogliono o non riescono a capire che se si rompe totalmente con l’Unione Sovietica il partito si spacca in due…Una gran parte del partito la guarda ancora come il Paese che ha vinto il nazismo …c’è ancora un legame profondo…Io voglio portare tutto il partito in un percorso nuovo, senza lacerazioni…”  .Purtroppo, il fato,  la morte erano in agguato.
  

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