Astensionismo, non prendiamoci in giro

Ma davvero c’è qualcuno che crede di combattere l’astensionismo concedendo qualche ora in più per andare alle urne? Davvero c’è chi crede che il motivo che spinge tanti, troppi, elettori a disertare il voto sia legato al bel tempo, al mare, all’aria di vacanze o di gite fuori porta? A leggere certi commenti sulla proposta del governo di cancellare la norma voluta da Enrico Letta, che prevedeva il voto in un unico giorno come accade in tutti i Paesi europei e in gran parte dei Paesi del mondo, cadono le braccia.

Perché la causa dell’astensionismo non è il tempo più o meno lungo a disposizione per mettere la croce sulla scheda elettorale. E nemmeno è soltanto la crisi generale che ormai investe tutte le democrazie occidentali che si reggono sempre più sul sostegno di una minoranza dell’elettorato.

Il vero problema, soprattutto in Italia, è la politica. E’ quello che è diventata, è la sua separatezza dal mondo reale. Sono i suoi giochetti, i trasformismi con relativi veloci cambi e ricambi di casacca, il carrierismo che ha preso il posto della passione, il correntismo che ha soffocato le idee e l’affarismo che diventa, sempre più spesso, l’unica bussola da cui farsi guidare. Questo è il nodo. Se non si capisce questo, si fa solo propaganda, si riempie di chiacchiere il vuoto che c’è e che una manciata di ore in più per votare non riuscirà mai a colmare.

La stessa vicenda del prolungamento delle operazioni di voto è dentro questa parabola. Provate voi a spiegare perché si prende una decisione del genere venti giorni prima del voto e in piena campagna elettorale. E provate a spiegare perché si pensa di fare la stessa cosa con il referendum sulla riforma della Costituzione mentre solo qualche settimana fa, per un altro referendum, si invitava a disertare le urne. E provate anche a spiegare perché tanti che qualche anno fa ritenevano fondamentale uniformarci agli altri Paesi che votano in un solo giorno oggi diventano i paladini del prolungamento. Oppure provate a spiegare perché quelli che ci hanno riempito la testa con il taglio ai costi della politica (come se il costo della democrazia fosse quasi in tutto e per tutto una spesa superflua) oggi, d’improvviso, pensano di approvare un decreto che si mangia il tanto sbandierato taglio dei costi dei senatori per ben due anni di seguito.

No, non ci sto a essere raggirato con le solite capriole. La politica la salvi se gli restituisci il suo valore, se eviti che diventi comando dall’alto, se impedisci che il signor elettore sia solo le tre dita che afferrano la matita per fare una croce sulla scheda a ogni scadenza elettorale e poi chi s’è visto s’è visto, se pensi che la comunità (di un partito, di un sindacato, di uno Stato) sia più importante del tuo destino personale e magari ci perdi anche tempo a curarla quella comunità, a renderla viva e responsabile, a dargli il potere che è il senso più profondo della politica. Più di trent’anni dopo credo siano ancora drammaticamente attuali queste parole di Enrico Berlinguer: “Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi, ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica”. C’è poco da aggiungere. Tutto il resto, scusate la franchezza, è noia.

 

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