Quanto vale un operaio morto?

Sui siti è la quattordicesima o la quindicesima notizia, dopo lo spettacolare gol di Lionel Messi contro l’Espanyol o la disavventura dell’economista bloccato in aereo perché sospettato di essere uno dell’Isis. Le morti sul lavoro non tirano, non hanno mai tirato si sa. Sembrano quasi incidenti di percorso o effetti collaterali in un mondo che corre veloce e non ha tempo, e nemmeno la pietà, di fermarsi davanti a un corpo senza vita di un operaio ucciso in un cantiere o in una fabbrica.

La storia di Carlo Morelli, morto schiacciato da una lastra di marmo a Massa, non fa eccezioni. Eppure quella storia, se uno avesse il tempo di fermarsi tra un tweet e l’altro, direbbe molte più cose di quante ne possa dire un saggio sociologico o un’analisi economica sul futuro del lavoro.

Carlo aveva 61 anni e faceva un lavoro durissimo, di quelli che a una certa età uno non dovrebbe più fare. Era precario, oltretutto. Sì, era precario a 61 anni, un lavoratore interinale. Dicono che presto avrebbe avuto il suo contratto a tempo indeterminato. Le cronache raccontano che era contento per questo. “Finalmente quest’estate possono andarmene in ferie”, aveva confidato ai compagni di lavoro. Carlo lavorava nel settore dei marmi da più di 30 anni, quattro anni fa aveva perso il posto perché l’azienda in cui era impiegato, la Ronco Marmi di Carrara, aveva chiuso travolta dalla crisi del settore. Carlo aveva famiglia e si era dovuto arrangiare. E così alla soglia dei sessant’anni aveva accettato lavori di serie B, pochi diritti e molta fatica, pur di tirare avanti.

Quella di Carlo è una storia italiana. Di un’Italia che ha ancora molto da fare per trovare la propria dignità. Ecco, quando si discute di mercato del lavoro, di flessibilità, di licenziamenti, di precariato e di pensioni bisognerebbe ricordarsi di queste storie e non perdersi solo dietro ai tassi, gli indici e i percentili. Bisognerebbe pensare a quelli che a sessant’anni suonati mettono a rischio la propria vita con lavori pericolosi e usuranti, si accontentano delle briciole di un mercato del lavoro selvaggio per sopravvivere e pregano affinché arrivi una pensione che invece si allontana sempre di più. E qualche volta, come è accaduto a Carlo e come solo pochi giorni fa è successo ad altri due lavoratori di Carrara, restano a terra travolti da una lastra di marmo o da una frana.

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