La lezione di Eco all’Unità

Il 28 marzo del 2001, dopo otto mesi di chiusura, l’Unità tornò in edicola diretta da Furio Colombo. Quel giorno sulla prima pagina del giornale fondato da Gramsci uscì un lungo articolo di benvenuto di Umberto Eco chiesto e ottenuto grazie all’amicizia personale con Colombo. Quel testo è una grande lezione di giornalismo ancora attuale dopo 15 anni. Lo abbiamo e ritrovato e lo pubblichiamo qui sotto, forse aiuterà a riflettere sulla crisi dei giornali.

Quando nasce un nuovo giornale (e me-glio ancora se rinasce in modo nuovo
uno antico) si desidererebbe sempre
che questo giornale ci dicesse le cose che gli
altri non dicono, o dicesse altrimenti quelle
che dicono. Certo dare consigli è presuntuoso,
e sarebbe più cortese limitarsi agli auguri di
rito, ma in fondo un futuro lettore ha pure
diritto di dire che cosa vorrebbe. E’ così che mi
permetto di fare io, partendo da un dato esterno (esterno ai miei desideri, dico), che mi
serve a spiegare che cosa molti non vorrebbero.
Dunque, viene pubblicata negli
Stati Uniti una rivista a cura
del Council on Foreign Relation, che si intitola Correspondence. Sul numero dell’estate 2000, in
una rassegna dedicata alla stampa
nel mondo, appare un saggio di
Alexander Stille sulla stampa italiana. Ora Stille (figlio del grande
Ugo) è sì di padre italiano ma di
educazione americana, e soprattutto spiega quello che spiega (e nei
termini in cui lo spiega) a un pubblico americano, e quindi la sua
opinione può essere presa come
quella di un americano che ci guarda da lontano.
Ora questo visitatore da un altro
mondo così racconta la stampa ita-
liana agli americani. È una stampa
che appare come molto plurale,
con uno spettro politico che va dal-
l’estrema destra all’estrema sini-
stra. La qualità dei commenti (che
curiosamente appaiono in prima
pagina e non nell’ultima) appare
vivace in confronto a quelli ameri-
cani. Vi collaborano (altro elemen-
to curioso) intellettuali e professo-
ri universitari. Ma a una ispezione
più accurata questa stampa appare
profondamente malata e, al di là
della diversità ideologica, depresssi-
vamente monotona.
In Italia la gente legge poco i gior-
nali, se ne vendono meno di sette
milioni di copie su sessanta milio-
ni di abitanti circa, e una grandissi-
ma parte di copie è di giornali spor-
tivi. I giornali più importanti di
Roma o Milano hanno tirature di
poco più 600.000 copie, per città di
tre milioni di abitanti, e per vende-
re sono costretti a offrire gadgets,
video e Cd.
Malgrado le differenze politiche, se
si vanno a leggere le cinque sei mag-
giori «storie» (come dicono gli
americani) che appaiono in prima
pagina dei cinque e sei maggiori
giornali, esse sono tutte identiche.
Raccontano infatti le faccende dei
principali leader politici di Roma.
Una delle ragioni per cui i giornali
italiani non riescono ad assicurarsi
un nucleo di lettori fedeli è la loro
strana relazione «simbiotica» col
potere politico. Invece di praticare
giornalismo, e cioè andare a vedere
quello che accade nelle zone in cui
il giornale appare, un gran numero
di giornalisti attendono sui gradini
del parlamento aspettando che ap-
paia un uomo politico e faccia la
dichiarazione del giorno. Le «sto-
rie» principali quindi consistono
in un ping pong tra i leader politi-
ci.
Questa insistenza sull’arena politi-
ca risale forse al periodo in cui l’Ita-
lia era uno dei maggiore campi di
battaglia della guerra fredda, quan-
do la minima variazione di idee di
un leader politico poteva avere con-
seguenze internazionali. Ma ora la
posta in gioco sembra essere solo il
potere personale. Così l’abilità gior-
nalistica si è atrofizzata e i giornali
spendono gran parte del loro tem-
po a riciclare acqua calda. La sim-
biosi tra stampa e potere politico
deriva dallo stretto rapporto tra i
proprietari dei maggiori giornali e
la classe politica. Il mondo degli
affari dipende dalle decisioni gover-
native e recentemente il proprieta-
rio di un importante giornale ha
detto che per essere protagonista
in campo economico bisogna pos-
sedere un giornale.
A questo punto Stille racconta quel-
lo che sappiamo già, ma con una
stupefazione che a noi fa difetto:
spiega a chi appartengono i vari
giornali e settimanali italiani, e
spiega come i potentati economici
che li posseggono debbano talora
difendersi dal governo per evitare
inchieste sgradevoli, soffermando-
si in particolare sugli attacchi alle
«toghe rosse» fatti dai giornali del
gruppo Berlusconi (ma non rispar-
mia né Agnelli né De Benedetti);
rileva che l’unico importante gior-
nale economico, molto ben fatto –
dice – dipende dalla Confindustria.
Il paragrafo finale inizia con un ag-
gettivo che ovviamente a noi letto-
ri italiani (specie se sui giornali an-
che ci scriviamo) non fa molto pia-
cere: parla di «balcanizzazione»del-
la stampa italiana. Non sarà politi-
camente corretto, ma l’aggettivo è
questo e vuole dire quello che vuo-
le dire. L’aggettivo «balcanizzazio-
ne» intende sintetizzare tutte le ca-
ratteristiche elencate sopra, caratte-
ristiche che appaiono tutte strane e
incredibili a un lettore americano.
In ogni caso si dice che questa bal-
canizzazione dipende proprio della
renitenza dei giornali italiani a sca-
valcare le frontiere ideologiche, e
inviare i propri reportes non a com-
mentare quel che accade nel Palaz-
zo (come diciamo noi) ma quello
che accade in giro nel paese.
Tralascio il resto, e dico subito che
questa deprimente analisi della
stampa italiana non deve fare pen-
sare che la stampa americana sia
sempre meglio. Ma, quando è peg-
gio, lo è per le ragioni opposte, il
giornale di uno Stato del Mildwest
magari spende poche righe per di-
re che cosa accade a Washington, e
cerca di dire tutto quel che accade
nel Midwest. Non so quale tra i
due mali sia il peggiore. Quando si
legge un cattivo giornale america-
no si capisce perché poi vinca Bu-
sh. Ma, a parte che questi giornali,
buoni e cattivi, appartengono a
gruppi che non hanno connessioni
dirette col potere economico e poli-
tico, anche i buoni parlano del pre-
sidente solo quando è in gioco una
mossa importante, e non lo seguo-
no nelle sue variazioni d’umore
quotidiane, e non si sognano di in-
tervistare ogni giorno dieci politici
per sapere cosa pensano dei loro
avversari (per poi chiedere agli av-
versari di rispondere, e così di se-
guito).
Aggiungerei che l’America non ha
il Papa in casa, e parla di lui quan-
do fa una affermazione importan-
te, senza dedicare servizi a catena a
ogni sua apparizione sul balcone di
piazza San Pietro.
Inoltre, in tutti questi casi, che il
presidente abbia comandato un
bombardamento in Medio Orien-
te, che il Papa abbia condannato le
culture transgeniche o che il parla-
mento abbia votato una legge con-
tro l’immigrazione (tutti fatti di
grande importanza) appare un arti-
colo che informa del fatto e basta
(caso mai segue un commento nel-
la pagina apposita). Quello che col-
pisce nei giornali italiani è che su
qualsiasi evento di qualche interes-
se (o cui si è deciso di creare interes-
se), sia esso il suicidio di una conte-
sa o la rapina in una banca, appaio-
no di regola due pagine con alme-
no quattro articoli di quattro invia-
ti diversi, e tutti dicono natural-
mente la stessa cosa.
Veniamo allora ai miei desideri.
Certo che voglio sapere se il gover-
no ha fatto un accordo con gli
scienziati o blocca la ricerca scienti-
fica, se Berlusconi ha scelto come
futuro ministro della Pubblica
Istruzione Bossi o Maroni, ma vor-
rei che queste cose mi fossero dette
quanto basta. Per il resto, gli avve-
nimenti romani potrebbero occu-
pare una colonnina di stelloncini
essenziali, che comprendano an-
che le due righe indispensabili se
proprio si vuole sapere che il Papa
ha ricevuto una delegazione di mo-
nache coreane. Ma basta un colon-
nino. Così quando ci sarà l’avveni-
mento veramente importante,
quello che ci deve far saltare sulla
sedia, ce ne accorgeremo perché,
solo per quella volta, il giornale
avrà fatto il titolo su più colonne.
Per il resto vorrei sapere tutto il
resto. Tutto il resto che porta i gior-
nalisti a fare i reporter in giro e
non a passeggiare nel transatlanti-
co.
Sarà questo un modo di sfuggire
alla balcanizzazione? Un giornale
sbalcanizzato attirerà più lettori,
oppure il lettore è ormai avvelena-
to, vuole il titolone con «rissa tra
Amato e Fassino», quando in Con-
siglio dei ministri c’è stato invece
uno scambio di opinioni divergen-
ti su un problema all’ordine del
giorno, come deve essere in ogni
paese civile?
Io tuttavia vorrei che il vostro gior-
nale tentasse; forse i lettori sono
più svegli di quanto si crede, forse
hanno bisogno del gadget perché
non provano gusto a leggere un
quotidiano che, se un ragazzo am-
mazza la propria ragazza, spende
almeno una pagina a intervistare i
loro compagni di scuola i quali di-
cono (lo avreste immaginato?) che
gli dispiace.
Scusate l’intromissione, ma a me
quell’aggettivo «balcanico» ha dato
noia. Volete provare?

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