In memoria di Valarioti, il comunista ammazzato dalla ‘ndrangheta

Sabato scorso a Monticchiello ho partecipato a un’iniziativa dell’Arci di Siena, nell’ambito della Notte Rossa, per ricordare Giuseppe Valarioti, giovane comunista ucciso dalla ‘ndrangheta a Rosarno l’11 giugno del 1980. Questo è il testo del mio intervento.

 

Qualche giorno fa su Repubblica è uscita una lettera scritta da Reggio Calabria. Un lettore segnalava che a Caulonia, nella Locride, era stata data alle fiamme la Casa della Cultura in via di ristrutturazione nell’ex carcere. E commentava: “I clan della ndrangheta si comportano come l’Isis: colpiscono i centri culturali e i servizi sociali per fare terra bruciata e dimostrare che sono loro il vero potere del territorio con cui bisogna fare i conti”. Concludeva amareggiato: “La resistenza civile di sindaci, associazioni e cooperative è ancora forte. Ma fino a quando?”.

Questa è l’immagine della Calabria oggi. Sono passati quasi 36 anni da quell’11 giugno del 1980 quando le cosche ammazzarono Giuseppe Valarioti proprio perché voleva spezzare “il potere della mafia calabrese”. Trentasei anni contrassegnati da più di duecento morti. Una guerra. Anche questo, insieme all’arretratezza, alla povertà, agli alti tassi di disoccupazione, è il problema drammatico del Sud che l’Italia ha dimenticato.

Ho preso lo spunto da questo squarcio sull’oggi per ricordare che la storia di Giuseppe Valarioti è la storia bella e tragica di un comunista italiano che voleva combattere la mafia a viso aperto ed è stato eliminato senza pietà. Il libro “Il caso Valarioti”, scritto da Danilo Chirico e Alessio Magro è un viaggio drammatico in un periodo buio della vicenda di questo nostro Paese. E’ un viaggio nella battaglia di un ragazzo e di un partito per il riscatto della Calabria, un viaggio nelle intimidazioni e nelle minacce dei boss, un viaggio nella morte e nella disperazione. Un viaggio, infine, nella ragnatela di depistaggi, ritardi nelle inchieste, distrazioni, indizi non seguiti, testimoni non ascoltati che hanno contrassegnato il caso Valarioti. Che oggi, infatti, resta ancora un caso irrisolto.

E’ giusto raccontarla la storia di Peppe Valarioti. Perché è la nostra storia. Nostra di tutti, anche di quelli che non hanno mai sentito il fiato minaccioso delle cosche, non hanno mai visto gli agguati, i morti in strada, l’omertà che mette paura. Ma credo che sia giusto raccontarla anche perché illumina meglio una fase della nostra vicenda nazionale che oggi, improvvidamente, si tende a cancellare. Come scriveva Antonio Gramsci solo conoscendo il passato, scavando nelle sue pieghe e prendendo ciò che di buono quel passato ci ha lasciato in eredità possiamo vivere il presente e costruire un futuro solido. Altrimenti ci costruisce su palafitte che cadono giù alla prima violenta mareggiata.

Scriveva Sergio Sergi, inviato a Rosarno, sull’Unità del 12 giugno 1980: “Hanno ammazzato uno dei migliori dirigenti comunisti, un giovane intellettuale figlio di contadini, un appassionato e tenace combattente delle cosche mafiose nella piana di Gioia Tauro”. Quel giorno un titolo di spalla in prima pagina del quotidiano comunista segnala l’enormità di quel delitto di mafia. Il giorno dopo, sempre sull’Unità, il direttore Alfredo Reichlin denunciava in un editoriale che “c’è un silenzio che pesa. L’Italia, anche l’Italia di sinistra guarda distrattamente al Sud. Chiediamoci: quanti giornali, quante emittenti radio e tv hanno appoggiato la battaglia di democrazia e di civiltà del compagno Valarioti?”. E’ il silenzio che uccide nelle terre dove comandano i boss. Quando sei solo, la mafia può colpirti più facilmente, diceva Giovanni Falcone poco prima di essere ammazzato a Capaci.

La vita di Peppe è un esempio di impegno politico e civile in quegli anni difficili. Nasce nel 1950, subito dopo la guerra, in una famiglia povera. I genitori fanno i contadini e lui tocca con mano la fatica e la sofferenza di quel mondo, conosce i bisogni di chi si spezza la schiena tutto il giorno. E’ una scuola di vita. Che gli fa crescere dentro una forte voglia di riscatto sociale. I genitori non vogliono che quel figlio faccia la loro stessa fine. Vogliono che studi, che si faccia una posizione, che abbia la forza del sapere e della cultura per reagire alla legge dell’ignoranza su cui prosperano i potenti. E Peppe studia, frequenta il liceo classico, poi si iscrive all’Università e si laurea in Lettere Classiche. Nel libro c’è la foto di quel giorno: Peppe in giacca e cravatta e occhialoni neri tra la madre e il padre sulla scalinata della Facoltà.

Un bel giorno. L’inizio di un’altra storia, pensano tutti. Lo pensa anche Peppe che però ben presto si renderà conto che è un’illusione perché il lavoro non c’è, anche se hai una laurea in tasca. Fa qualche supplenza a scuola, dà ripetizioni ai ragazzi di Rosarno, gli parla di Platone e di Aristotele, gli spiega il passato per capire il presente, gli racconta di Medma, una città dell’antica Grecia che sorgeva proprio lì nel comune di Rosarno. Come ricorda la sua fidanzata Carmela: “ I ragazzi li prendeva per mano”. E’ proprio il lavoro che manca che spinge Peppe a impegnarsi. Si butta a capofitto nella battaglia per l’occupazione giovanile, fa parte dei primi gruppi che si battono per una legge che infatti arriverà nel 1977, la legge 285, che aprirà qualche prospettiva per molti ragazzi italiani.

Poi proprio in quell’anno 1977 varca la porta della sezione del Pci di Rosarno e si iscrive. E’ uno dei tanti in Italia che arrivano al Pci affascinati da Enrico Berlinguer. E a chi gli chiede perché di quella scelta risponde: “Se non lo facciamo noi chi lo deve fare?”. Colpisce la somiglianza con tante altre storie che arricchirono in quegli anni la vita del Partito comunista e che portarono aria nuova nelle sezioni.

Peppe è bravo, è aperto, è colto ma sa parlare il linguaggio delle persone normali, è coraggioso, intransigente. Nel giro di un anno diventa segretario della sezione, spinto da un vecchio compagno, Giuseppe Lavorato, contro i dubbi e le resistenze degli iscritti. “E’ troppo giovane, è arrivato da noi da così poco tempo”, dicevano. Ecco, da quel momento in cui diventa segretario per Peppe comincia la breve storia di una morte annunciata.

Non guarda in faccia a nessuno. Sfida i boss sul loro terreno, contrasta l’abusivismo con cui si arricchiscono le cosche, si impegna per la nascita delle cooperative agricole che tolgono potere ai boss nelle campagne di Rosarno e tenta di tenere sotto controllo la coop Rinascita dentro la quale la ndrnagheta cerca di infiltrarsi. Insomma, è il nemico numero uno delle cosche. Nei comizi in piazza non ha paura, li sfida apertamente: non ci fermerete, dice urlando nel microfono. Eppure lo sa che quella è gente che non scherza.

Ma non desiste perché è consapevole che quella è la battaglia più importante in Calabria. Sa che la ndrangheta ha fatto il salto di qualità e si è buttata nei grandi affari del centro siderurgico, delle autostrade, del porto di Gioia Tauro. Sa che girano miliardi. Sa che quegli uomini che opprimono la sua terra hanno referenti politici: prima la Dc, ora il Psi che è diventato spregiudicato e aggressivo. Sa tutto, Peppe, ma non si ferma. Nemmeno dopo che i boss incendiano l’auto del suo amico e compagno Lavorato, nemmeno dopo che incendiano la sezione. Anzi, in piazza urla ancora più forte: se pensano di intimidirci non ci riusciranno, i comunisti non si piegheranno.

E poi con gli altri compagni la sfida è nelle urne. Va casa per casa a riconquistare i voti che le cosche hanno rapinato con le minacce. Va nei loro quartieri, sotto le loro finestre. E’ una battaglia senza sosta, giorno per giorno, strada per strada. Alle elezioni del 1980 infatti il Pci vince a Rosarno. Peppe è candidato e viene eletto con un numero enorme di preferenze. Pensa che il primo obiettivo è raggiunto: i giovani hanno votato comunista, la mafia perde terreno, si cambia pagina.

Ma è un’illusione. Troppi piedi ha pestato Peppe. Troppi interessi illeciti ha cercato di colpire. La sera dello spoglio delle schede elettorali, con la certezza della vittoria in tasca, va insieme agli altri militanti del Pci a festeggiare in una pizzeria fuori Rosarno. Sono tutti contenti. Brindano e progettano. Non stanno nella pelle per quello straordinario risultato. Una bella serata.

Poi il buio. All’uscita della pizzeria un killer appostato sul tetto di un vecchio casale, che poi si scoprirà essere di proprietà di un parente del boss Pesce, prende la mira e spara con la lupara. Peppe cade tra le braccia di Lavorato. Lo caricano in macchina, si corre in ospedale. Ma non c’è niente da fare. Peppe muore. Ha trent’anni, mille sogni nel cassetto, una fidanzata con la quale immaginava il futuro, la speranza di un’altra Calabria, di un’altra Italia.

Ecco, questa è la storia di Peppe come la raccontano in questo libro Chirico e Magro. Con il contorno di altri delitti, uno solo dopo dieci giorni: viene freddato un altro comunista, assessore in un Comune poco distante da Rosarno. E poco prima di Peppe venne ucciso un altro comunista, Rocco Gatto, un contadino che si era rifiutato di pagare il pizzo sul grano. In quella terra martoriata arriva Enrico Berlinguer a dare sostegno ai compagni in trincea. Arrivano anche Pietro Ingrao, Achille Occhetto, Fabio Mussi. Il Pci sa che quella battaglia è una battaglia nazionale.

Trentasei anni dopo ancora non si sa chi materialmente uccise Peppe Valarioti. Inchieste e processi sono finiti nel nulla, tra ritrattazioni, prove mancanti, pentiti che si pentono a metà, pezzi di politica che hanno cercato di depistare. Come fece il sindaco di Rosarno, un socialista, che spinse giornali e investigatori a seguire la pista di un fantomatico delitto passionale. Una storia come tante nell’Italia della mafia.

 

Ma che cosa ci insegna la storia di Peppe trentasei anni dopo? Quale lezione per l’Italia di oggi? Credo che ci insegni due cose.

La prima è che quella battaglia per bonificare il Sud, per spezzare le catene del potere mafioso è ancora drammaticamente aperta. Da allora ne sono accadute di cose. Ci sono stati i delitti del generale Dalla Chiesa e di Pio La Torre, ci sono stati i tremendi attentati che nel 1992 massacrarono Falcone e Borsellino. Ci sono state decine e decine di altre vittime. C’è stata una scia di morte che dalla Sicilia alla Calabria fino alla Campania ha segnato il nostro Paese. E oggi, che sembra che quei delitti eccellenti siano solo un ricordo lontano, la situazione non è diversa. Perché la mafia si è camuffata, si è messa il colletto bianco: fa affari, si insinua nelle istituzioni, entra nelle stanze del Campidoglio con Mafia Capitale, condiziona decine e decine di paesi d’Italia. Basta citare il caso di Quarto, con tutti i suoi lati oscuri che coinvolgono i Cinque Stelle oppure quello di Brescello che tocca il Pd per avere l’esatta dimensione del fenomeno. Ma la mafia emigra: arriva al nord, a Milano, penetra in Emilia Romana, lambisce anche certe zone della Toscana.

Questo vuol dire che la morte di Peppe Valarioti non ha insegnato nulla? Certo, dobbiamo chiedercelo e la risposta non è semplice. Se lo Stato e le istituzioni non capiscono che il Sud e la sfida alle cosche è un problema nazionale e quindi non agiscono di conseguenza tra altri trentasei anni molti di voi si ritroveranno qui a denunciare gli stessi fatti, le stesse connivenze, le stesse coperture politiche.

La seconda lezione è che la vicenda di Peppe spiega in modo lampante che nel nostro passato ci sono pezzi di belle storie. C’è la sua, ma c’è anche – per citarne alcune – quella di Peppino Impastato, oppure quella del sindaco pescatore di Pollica Angelo Vassallo.

Peppe era un comunista. Era iscritto al Pci di Berlinguer. Era militante di un partito che ha svolto un ruolo importante nella storia del nostro Paese e che ha contribuito a fargli fare passi avanti nella giustizia, nella difesa della democrazia sempre dalla parte dei diritti degli ultimi.

Questo dobbiamo ricordarcelo sempre. Perché chi tenta di inquinare la storia, mettendo tutti nello stesso sacco, chi dice che il nostro passato è un passato da cancellare, un passato di ignobili storie e di incalliti conservatori, mente. Come se il passato fosse tutto indistintamente marcio, come se il Pci e la Dc fossero la stessa cosa, come se chi combatteva la mafia fosse uguale a chi con la mafia conniveva o ci faceva affari, come se Peppe Valarioti fosse uguale a quelli che, nella Rosarno degli anni Ottanta, erano al soldo della cosca dei Pesce.

Così ci rubano la cosa più bella: sapere chi eravamo, che cosa abbiamo fatto, quali battaglie sono state combattute contro lo strapotere e i soprusi. Non esiste individuo senza la sua storia. Allo stesso modo non esiste una società senza il suo passato. Se vogliamo, tutti insieme, costruire un futuro nuovo dobbiamo sapere che non si comincia dall’anno zero ma da quello che abbiamo costruito finora.

E Peppe Valarioti fa sicuramente parte di questo nobile passato che dobbiamo portare con noi nel futuro.

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