Il comunista cancellato, la replica del regista Negrin

Pubblico qui sotto la lettera del regista Alberto Negrin a proposito della polemica sul comunista cancellato nella fiction di Raiuno “Tango per la libertà” da lui diretta.

 

 

 

Buongiorno a tutti, sono Alberto Negrin, regista e cosceneggiatore della miniserie ‘Tango per la libertà’. Ho letto con un certo stupore quanto è stato scritto da Spataro e poi anche da Eleonora Cimpanelli e Antonio Manca, miei cosceneggiatori, a giustificazione del ‘comunista scomparso’ nel nostro film. Nella versione consegnata e concordata prima da tutti noi e poi dalla Rai, il personaggio ispirato al sindacalista Di Benedetto, con il nome di Ameri, era praticamente ridotto a zero, aveva solo un paio di battute insignificanti e una presenza per lo più muta degna di una semplice comparsata. La sua connotazione come sindacalista della CGIL non è mai stata esplicitata in nessuna delle tante versioni scritte e poi di comune accordo modificate. Ancora meno è mai stata esplicitato il suo essere comunista. E’ perciò assurdo pensare a censure da parte di chicchessia. Voglio ricordare, a chi non mi conoscesse, che ho realizzato sempre per la Rai una miniserie con Favino protagonista sulla figura di Giuseppe Di Vittorio. Una storia tutta comunista a partire dal protagonista. Lo ricordo a chi ama navigare nelle costruzioni complottistiche politico-ideologiche di qualsiasi genere. Le fabbriche, gli operai, i comunisti di cui parla Spataro nel nostro lavoro non ci sono mai stati. Nel nostro film c’era ed è rimasta la presenza della famiglia Santoro, operai che vengono aiutati dal viceconsole, così come un altro operaio prima torturato e poi fuggito che si chiama Cirianni. Ai Santoro vengono portati via dai militari un fratello e la moglie incinta. Il nostro film è ‘liberamente ispirato’ alle vicende di Enrico Calamai (tanto è vero che il viceconsole lo abbiamo chiamato Marco Ferreri), non è la messa in scena del suo libro tanto è vero che lo stesso Calamai ha espresso la sua approvazione nonostante avessimo ‘inventato’ una notevole quantità di personaggi e avvenimenti che avevano però la forza della verità perchè ispirati a fatti accaduti durante la dittatura militare. Un film non è un trattato storico-politico-ideologico ma un’opera che deve arrivare al maggior numero di persone per aprire la loro mente e il loro cuore. Un film non è uno strumento partitico o ideologico o religioso. Un film deve raccontare la verità con gli strumenti dello spettacolo e con le tecniche proprie dello spettacolo. E in questo io non ho mai tradito la sostanziale verità dei fatti che racconto. Il personaggio che abbiamo deciso di raccontare era il Viceconsole italiano alias Enrico Calamai. Sono assolutamente disponibile a proseguire questo dialogo anche con la possibilità di analizzare ogni singola versione della sceneggiatura fino a quella definitiva. Non ho assolutamente nulla da nascondere.Proprio per questo sono rimasto sorpreso per quanto hanno scritto Cimpanelli e Manca, che ritengo ingenuamente sorpresi nella loro buona fede. Cito brevemente una precisazione che mi hanno inviato dopo un mio messaggio: “Caro Alberto, hai ragione nel dire che non si definiva esplicitamente Ameri “comunista” nel copione, ma era ovviamente ispirato a Di Benedetto, che comunista lo era, come Sereni a Foà e Ferreri a Calamai. Chi, come Spataro, conosceva il libro, lo avrebbe senz’altro riconosciuto.”
Questa risposta non mi soddisfa perchè le nostre scelte non possono essere fatte per giustificare le possibili obiezioni o critiche di qualcuno. Nostro dovere è dire la verità sostanziale, non mentire mai e non trasformare il proprio lavoro in strumento a disposizione di ‘utilizzatori’ predeterminati. Il nostro personaggio ‘scomparso’ non era assolutamente all’altezza di ricordare Di Benedetto e, facendolo ‘scomparire’ abbiamo sicuramente evitato di peggiorare la situazione. In ogni caso io me ne assumo comunque la completa e anche solitaria responsabilità, come ho sempre fatto per ogni film che ho portato a termine. Mi scuso per l’eccessiva lunghezza.

Alberto Negrin

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Ringrazio Alberto Negrin per l’attenzione che dedica all’articolo nel quale ho criticato la scelta di cancellare il sindacalista comunista Filippo Di Benedetto dal film “Tango per la libertà” da lui diretto. Mi stupisce però il suo stupore, perché come lui svolge liberamente il proprio lavoro di regista, io ho cercato di svolgere liberamente il mio lavoro di giornalista. Nessuno ha mai pensato, tanto meno io, che un film sia un “trattato storico-politico-ideologico” o uno “strumento partitico o ideologico o religioso”. Ci mancherebbe altro. D’altra parte il partito a cui si fa riferimento (il Pci) non esiste più da molto tempo. Penso invece, come scrive Negrin, che un film “deve raccontare la verità con gli strumenti dello spettacolo e con le tecniche proprie dello spettacolo”. In questo caso sinceramente non è avvenuto. Nessuno finora – né gli autori, nè Rai Fiction, né ora il regista – ha spiegato perché sia stato deciso di tagliare il personaggio Di Benedetto dalla fiction.

Perché se è vero che il film è liberamente ispirato al libro di Enrico Calamai “Niente asilo politico” e quindi non ne è la riproduzione fedele (ci mancherebbe), è anche vero che il regista ha deciso di citare quel libro proprio nei titoli di testa del film andato in onda su Raiuno. E in quel libro Di Benedetto svolge un ruolo importante, è uno degli elementi della “triangolazione” per la libertà di cui parla Calamai.

Dalle parole di Negrin si capisce che c’è un contrasto di vedute con gli altri sceneggiatori del film Cimpanelli e Manca, i quali nella lettera che hanno mandato a questo blog sostenevano che nella sceneggiatura iniziale quel personaggio c’era, e anzi c’era la Cgil, il Pci, gli operai e le fabbriche (che non cito io, caro Negrin, ma i suoi coautori). Negrin dice il contrario e parla di un personaggio con una “presenza muta” e quindi insignificante. Ovviamente non entro nel merito della polemica tra regista e sceneggiatori, né mi interessa analizzare ogni singola versione della sceneggiatura come propone il regista. Deduco però che qualche problema c’è stato nella preparazione di quel film. Non so chi abbia ragione e chi torto, chi dica la verità e chi no. La lettera di Negrin, dopo quelle dei due coautori e del vicedirettore di Rai Fiction mi conforta nel ritenere che la mia critica era giusta e che su quella storia bella e tragica è stato fatto un bel  po’ di casino.

 

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