In ricordo di Enrico, giornalista de l’Unità

Non ricordo il momento esatto in cui ho conosciuto Enrico Pasquini. Diciamo che lo conoscevo da sempre, da quando ho messo piede nella redazione dell’Unità in via dei Taurini 19 nel lontano 1978. Lui era già lì, con i suoi blocchi di menabò, il tipometro, penne, matite, pennarelli, sempre chino sui fogli a dare una veste grafica alle mille idee che allora circolavano dentro al giornale. Bastava salire al terzo piano, nella zona della direzione e dell’ufficio dei redattori capo e lo trovavi al suo posto, con quello sguardo sereno e curioso, quella gentilezza e quella sobrietà che pochi nel mondo del giornalismo sanno coltivare. Ma Enrico era così, non sgomitava mai, era sempre un passo indietro dalla mischia delle primedonne, pronto a intervenire con la sua idea, il suo disegno, la sua trovata grafica che risolvevano in un attimo tutti i problemi che si accavallavano nelle lunghe discussioni. Parlava con pacatezza, facendo leva sulle ragioni delle sue scelte piuttosto che sulla foga delle parole. Basta guardare la foto qui sopra che conservo gelosamente: lui è lì, sulla destra, come se non volesse disturbare…

Allora per me, giovanissimo cronista, Enrico era uno della direzione, uno importante, uno che stava direttamente in sala macchine. Poi l’ho conosciuto meglio e l’ho frequentato molto negli anni in cui era direttore Walter Veltroni ed io sono stato prima capo del politico e poi redattore capo. Lavoravamo nella stessa stanza, gomito a gomito. Enrico era taciturno, prendeva appunti, faceva disegni che poi nascondeva sotto il blocco, segnalava notizie, agenzie, suggeriva idee. Qualche volta mi diceva di insistere su qualche mia prposta, di essere più deciso, perché lui era d’accordo con me. E quando si faceva la riunione per fare la prima pagina nella stanza del direttore, lui era sempre in disparte, quasi non te ne accorgevi che c’era. Ascoltava, lasciava parlare gli altri, a volte li lasciava anche accapigliarsi per una colonna in più o in meno di titolo, per la grandezza di una foto. Poi, al momento opportuno tirava fuori dal suo blocco il disegno giusto, già pronto, spesso anche con un titolo e senza dire una parola lo porgeva al direttore. E la maggior parte delle volte era la soluzione migliore.

Ricordo ancora oggi quella drammatica domenica del 19 luglio 1992 quando uccisero Paolo Borsellino. Eravamo di turno io e lui in redazione quando arrivò la notizia. Restammo qualche secondo muti di fronte a tanta efferatezza. Poi scattammo, mettendoci al lavoro, ognuno sulle proprie cose. Lui prese il suo pennarello e il suo blocco di menabò, chiese le foto in archivio e cominciò a lavorare. Quando più tardi arrivarono gli altri la prima pagina era già pronta. Un titolo enorme: E’ una strage senza fine Assassinato Borsellino. Accanto la foto del giudice ammazzato, al centro un’altra immagine di via D’Amelio squassata dal tritolo. Ma chissà quante prime pagine sono nate dalla sua fantasia e dal suo pennarello.

Enrico è stato un pezzo importante della storia dell’Unità. Faceva parte di quella schiera di giornalisti che sono il motore di un giornale ma che non appaiono mai. Non firmano, non vanno in tv, ma senza di loro nulla sarebbe possibile. Senza di loro quel delicato meccanismo che è il quotidiano non funzionerebbe mai. Senza Enrico l’Unità non avrebbe funzionato, non sarebbe stata quel grande giornale che è stato. E lui all’Unità era legatissimo. Per tanti anni, dopo la pensione, telefonava, si informava, si incazzava (a modo suo, con parole pacatissime) quando le cose che facevamo non gli piacevano. A volte ci vedevamo a pranzo in un ristorante di viale Trastevere con Paolo Branca, con Nuccio Ciconte, con Fausto Ibba, con Laura Pellegrini (Ellekappa), con Carlo Ricchini, con Ronaldo Pergolini e con molti altri che si portavano nel cuore il giornale, la sua storia e la sua vita e che cercavano, attraverso noi che eravamo ancora lì, di mantenere un legame. Forse ci siamo visti poco perché ai suoi inviti qualche volta abbiamo risposto di no o abbiamo rinviato perché eravamo presi dai tempi infernali del lavoro. Un peccato, a ripensarci ora.

Spesso mi mandava email o messaggini. L’ultimo due mesi fa, per il mio compleanno: “Se non vado errato oggi è il tuo compleanno. Tanti auguri compagno (si può ancora dire?) Pietro; goditi la Val d’Orcia”.

Sì, caro Enrico, si può ancora dire compagno. Tu lo sei stato con la tua serietà, la tua dolcezza, i tuoi consigli, la tua passione. Lo sei stato con amore e dedizione dentro una comunità che credo sia irripetibile. Lo sei stato con discrezione. Lo sei stato per me, perché mi hai insegnato molte cose del lavoro e soprattutto della vita. Sì, oltre che amico sei stato un grande compagno di viaggio quando viaggiare era, nel nostro giornale, sentirsi con orgoglio parte di una grande impresa.

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