Dieci flash (e una breve conclusione) sulla sinistra del Vittoria

Noterelle sparse sull’iniziativa della sinistra Pd al Teatro Vittoria di Roma.
1. C’è un bel po’ di gente non c’è dubbio, diciamo un migliaio di persone tra platea, balconata, quelli che restano in piedi (tanti, forse troppi) e qualcuno fuori. Ci sono molti capelli bianchi, ma anche tanti giovani, più di quanti ci si potesse aspettare: storie passate e storie future insieme, perché le radici contano, come dice Roberto Speranza. Mi pare un buon segno che spazza via qualche timore di reducismo.
2. Il palco è minimal con scrivanie, sedie e leggio trasparenti. In azione sullo sfondo sei giovani tweettatori che curano il live a caccia di hastag e trend topic. Anche il social deve avere la sua parte perché qui non si è rimasti, come ironizza spesso Renzi, al gettone telefonico. Lo slogan non è propriamente entusiasmante: il Pd nel mondo che cambia. Meglio il sottotitolo: per un nuovo centrosinistra. Comunque uno sforzo maggiore per una frase più coinvolgente e netta non avrebbe guastato.
3. Il filmato che apre l’iniziativa non è un granché, si poteva fare di meglio: una raccolta di belle foto (dai migranti alla Volkswagen) che non sembra però avere un filo, o almeno io non l’ho trovato fino in fondo. Ma nella creazione filmica che tocca il cuore, si sa, il campione indiscusso è Veltroni, e Veltroni qui mica poteva esserci…
4. Pier Luigi Bersani arriva prima del fischio di inizio e si prende una bella dose di applausi. Calorosi e ripetuti. C’è affetto, riconoscenza, forse anche nostalgia per quel che poteva essere e non è stato per colpa dei 101 e di tante altre cose accadute due anni fa. Lui siede in prima fila, ascolta: lascia la ribalta ai più giovani.
5. Roberto Speranza, scusate il bisticcio di parole, offre speranze: che la sinistra diventi più forte dentro il Pd, anzi che il Pd diventi un vero partito di sinistra come dovrebbe essere, che i valori di uguaglianza, giustizia sociale e libertà siano centrali, che il centrosinistra non si costruisce imbarcando pezzi di destra, che Renzi prenda atto che il doppio ruolo premier-segretario non ha funzionato e il partito oggi nei territori è più debole. Lorenzo Guerini in platea ascolta in silenzio.
6. Bello l’intervento di Piero Ignazi il quale spiega che dire che destra e sinistra non esistono più è una fesseria e che un partito senza organizzazione diventa un fantasma che indebolisce la democrazia. Interessante quando sostiene che la sinistra (a differenza della destra, appunto) deve battersi per  la giustizia e la libertà, soprattutto per una “libertà liberante”. Il suo discorso è la prova che gli intellettuali servono alla sinistra quando sanno fare gli intellettuali e non i consiglieri del principe oppure gli yesmen.
7. Emma Bonino racconta il mondo e le contraddizioni del mondo, l’europa e le sue fragilità e sottolinea la pochezza del dibattito pubblico italiano. Rivendica con orgoglio l’idea di una politica che si fa con la testa e con il cuore e non con la pancia. Chiede alla platea di camminare insieme. Piace la sua serena determinazione. Applausi.
8. Tra gli interventi spiccano (almeno per me) quello del giovane segretario dei giovani democratici di Napoli Marco Sarracino che esprime una vitalissima passione: vede come fumo negli occhi Verdini e Alfano e racconta che un tempo andava alla Leopolda poi ha smesso perché ha capito che lì volevano smontarlo il Pd e non rimontarlo. Appassionato anche il discorso della sindaca di Calderara di Reno, Irene Priolo, che critica il taglio della Tasi perché mette in difficoltà i Comuni e difende il lavoro dei sindaci che sono in prima linea. Belle persone, vere, che parlano con il cuore e senza tic politichesi.

9. Gianni Cuperlo chiude scherzando sul proprio fake che in mattinata aveva scritto un tweet così: abbiamo scelto il teatro della vittoria perché quello della sconfitta era occupato. Critica Renzi e lo avverte: senza di noi il Pd semplicemente non esiste. Vola alto sui rischi per l’Europa, sui pericoli di guerra, su Parigi, sugli immigrati per i quali occorre creare un corridoio umanitario. Insiste sulla parola alternativa. Dice una cosa che pensano in molti: caro Matteo da solo sei debole, guardati da chi ti dà sempre ragione e apprezza chi esprime dubbi e pone domande. Al sindaco di Firenze Nardella, che aveva rilanciato con un’intervista l’idea del partito della Nazione, manda a dire che si si tratta di una regressione culturale. Cita Manzoni e Don Rodrigo come metafora del Potere che esclude. (Pensiero personalissimo: chissà, se avesse fatto il direttore dell’Unità…)

10. Alfredo Reichlin nonostante i suoi 90 anni suonati resta fino alla fine, ascolta tutti con attenzione. Lo incontro prima della chiusura mentre va a mangiarsi un tramezzino al bar, è contento, mi abbraccia. Gli dico: Alfredo, basta con questo partito della Nazione, ora hanno un po’ rotto. Hai ragione basta, mi risponde sorridendo. Eppure il suo partito della nazione (come ho spiegato in un altro post) era tutt’altra cosa, molto più raffinata, ma i renziani non l’hanno capito. Forse Alfredo, se potesse tornare indietro, quell’articolo sull’Unità non lo riscriverebbe. Così almeno credo.

Breve conclusione. Ho ascoltato tante idee, visto molta passione, sentito grande voglia di esserci e di riprendersi un posto centrale nel Pd. Nessuno, mi pare, pensava all’anti-Leopolda descritta da giornali e giornalisti, qui sono venuti tutti per parlare o per ascoltare, per ritrovare le tracce di un pensiero di sinistra, per impedire che la sinistra faccia il mestiere della destra e che il Pd diventi quel partito della nazione che è un indistinto contenitore buono per tutti e per ogni stagione.

L’impressione però è che il lutto della sconfitta non sia ancora del tutto elaborato. Si percepiva in platea una mestizia per il dove-siamo-finiti. C’è molta strada da fare ancora per ritrovare l’orgoglio perduto, limpido e deciso. C’è anche molto da rinnovare. Sulla comunicazione Renzi è bravo, qui invece si gioca, tranne qualche eccezione, ancora con schemi a volte un po’ desueti nel linguaggio, nel messaggio, nella gestione dell’evento. Forse sarebbe utile uscire, nelle piazze e nelle strade come ha detto qualcuno. Bisogna portare vita vera dentro il Pd, allargare gli orizzonti, andare a caccia del civismo, scovare quelli che hanno qualcosa da dire anche se non sono iscritti, cercare di diventare un collettore di una nuova idea della politica. La sinistra per vincere ha bisogno di questo e non solo di una guerra di posizione dentro il partito tra un emendamento e l’altro sempre di rincalzo a quello che fa o dice Renzi. Ha bisogno di pensieri autonomi, deve cercare qualche volta di dettare l’agenda e non di subirla. Il popolo, che qui molti ritengono giustamente si stia disperdendo, occorre andarlo a trovare in ogni luogo. In fondo la partita per un Pd forte e di sinistra, quella vera, si combatte fuori e non dentro i corridoi e le stanze. Nel mio piccolo di gente che non aspetta altro che un luogo nuovo, aperto, plurale dove fare politica ne incontro tantissima. Insomma, bisogna creare un grande movimento di idee e di passioni dentro i quartieri, nelle fabbriche, negli uffici, nelle università, nei luoghi dell’innovazione, tra gli intellettuali. C’è un’energia nascosta, sotto traccia, che non aspetta altro che di essere riaccesa. Occorre farlo prima che si spenga definitivamente.

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