A che serve un “partito blablacar”?

Che le cose non andassero bene chi voleva l’aveva capito da tempo: sfiducia, delusione, disaffezione, insomma chiamatela come volete questa “malattia” che ha aggredito il Pd. Oggi su Repubblica si forniscono le cifre: in tre anni si sono persi per strada 400 mila iscritti e circa 1500 circoli e il prossimo anno la tendenza prevista sarà in netto peggioramento. Dire che si sta razionalizzando, come ha fatto il vicesegretario Guerini, non regge perché altrimenti vorrebbe dire che quelle 400 mila tessere perse erano tutte fasulle e questo sarebbe ancora più grave. Cerchiamo di essere seri, per favore.

Da qualche giorno anche tra i fedelissimi di Renzi si fa un gran parlare del partito che non va, del segretario che non riesce a fare il segretario, di una classe dirigente che non si vede nemmeno a cercarla con il lanternino e quindi nelle città non si sa chi candidare. Bene, finalmente ci sono arrivati anche loro a capire che qualcosa non funziona. Certo, si fermano qui e non fanno il passo in più: l’idea del doppio incarico segretario-premier è un’idea sbagliata, anzi dannosa. Questo è il punto. Un partito ha bisogno di cura, ha bisogno di autonomia, ha bisogno di interloquire con il suo governo e non di esserne un semplice megafono. Perché un partito vive non solo di governo ma di popolo. E quindi deve stare tra il popolo e svolgere un ruolo di pungolo nei confronti del governo, anche quello guidato dal proprio leader. Per farlo ha bisogno di un segretario vero che curi la sua creatura, coinvolga i suoi iscritti, faccia iniziative non solo governative, alzi la voce quando c’è da alzarla e sappia dire al suo premier se le sue scelte sono giuste o sbagliate. Non è roba vecchia, da comunisti nostalgici, è roba attuale.

Purtroppo sono discorsi talmente banali che non ci sarebbe da insistere più di tanto. Però con questa storia dei “gufi” e dei “rosiconi” quelli che hanno provato a dirle queste cose sono stati trattati come traditori, sono stati criticati e ogni volta che loro parlavano qualcuno alzava le spallucce o il sopracciglio e pensava: ma guarda questo, noi stiamo cambiando l’Italia e rompe le scatole, noi siamo al 41% e questo va a cercare cavilli.

Il problema – e il caso di Roma lo dimostra in maniera lampante, come ho potuto verificare scrivendo il libro Roma senza Capitale insieme con Roberto Morassut – è che il Pd è diventato una specie di partito blablacar. Avete presente quella app del cellulare con cui si prenota un’auto che fa un certo percorso? Bene, si sale sull’auto che, mettiamo, va a Bologna, si parla con il conducente, si scherza, poi si paga contribuendo alle spese e arrivederci e grazie. Il giorno dopo magari se ne prenota un’altra per tornare indietro o per andare altrove: si parla, si scherza, si paga e arrivederci e grazie di nuovo. Ora, un partito così se può tornare utile a qualche “marpione” in cerca di un passaggio per un posto in lista, un incarico in qualche società pubblica o un seggio in Parlamento, sicuramente non torna utile agli iscritti. I quali non capiscono che ci stanno a fare, non sanno chi li ascolta, non hanno alcun potere se non quello ogni tanto di montare i gazebo per le primarie o gli stand delle feste dell’Unità. E quindi, sfiduciati, se ne vanno…

La domanda, alla fine, è semplice: a che serve un partito blablacar?

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