Qualcuno era comunista

Questo articolo è uscito su l’Unità del 12 ottobre 2012. Lo rilancio dopo tre anni perché, a parte i riferimenti e le dichiarazioni datate, credo mantenga una sua attualità. Siamo semmai andati più avanti…

Potrà apparire strano, ma il Pci rischia di diventare il convitato di pietra di queste complicate primarie del centrosinistra. Non perché ci sia qualcuno che sia così folle da riportare in vita un partito che è stato sciolto ormai più di vent’anni fa, in quel teso congresso di Rimini che nel febbraio del 1991 decretò la nascita del Pds.

Quella è storia, ormai. E chi l’ha vissuta in prima persona ricorda che fu una storia dolorosa, scritta con la fatica di una dura battaglia delle idee che non ha uguali nelle vicende della politica italiana. Due congressi, diversi comitati centrali, migliaia di assemblee nel tentativo di salvare il nucleo vitale di un’esperienza che aveva segnato la vita della democrazia italiana. Oggi però il Pci ritorna nelle pieghe dello scontro come se dopo tanti anni restasse aperta quella che un tempo si chiamava la «questione comunista», e cioè l’originalità di un percorso che, con tutti gli errori e le omissioni, è stata parte fondamentale nella costruzione dell’Italia repubblicana.

Proprio ieri Giorgio Gori, inventore del successo di Mediaset e oggi uomo-immagine di Matteo Renzi, ha rilanciato su Twitter una frase pronunciata da Piero Sansonetti, per lunghi anni giornalista di punta de l’Unità: «L’uscita di scena di Veltroni e D’Alema segna la vera fine del Pci. Il Pci non è finito nel ’91, è finito ingloriosamente oggi». Gori ha fatto sua quella frase e l’ha scagliata nel web perché, come spiega in un’intervista al nostro giornale, rappresenta bene quel che sta accadendo.

Ma che cosa sta accadendo? L’impressione è che sulle note della rottamazione torni nella politica italiana il fastidio per una storia, l’insofferenza nei confronti di una sinistra libera dal massimalismo e dal radicalismo e che è una forza nazionale di governo. Un approdo che, anche qui con qualche errore, ha tenuto saldo il rapporto con un universo sociale che rischiava di perdere qualsiasi rappresentanza politica, soprattutto nell’era dell’egoismo sociale interpretato da Silvio Berlusconi. Un mondo di operai, impiegati, precari, piccoli imprenditori, potremmo chiamarli i produttori che nell’eldorado promesso dal Cavaliere non avevano alcun posto e non potevano svolgere alcun ruolo. Allo stesso modo rischiavano di sparire dal vocabolario della politica alcune parole che costituiscono i punti cardinali della sinistra: l’uguaglianza, la democrazia, la giustizia, l’equità, il lavoro. Parole oggi ancora attuali e che segnano l’agenda di tutte le forze progressiste europee.

È stato proprio Berlusconi, sin dal suo apparire sulla scena politica, il più fervido anticomunista: aveva capito che lì stava l’ostacolo da abbattere, il nemico vero da sconfiggere, la comunità da cancellare per spianare la strada all’Italia padrona in casa propria e al potere assoluto del denaro. Questa «guerra ai comunisti» è stata combattuta anche con la complicità di un modello politico che ha imposto il presidenzialismo come vocazione. Grazie anche ad alcuni cedimenti del centrosinistra, è passata l’idea che bastasse l’uomo solo al comando, che i partiti come organismi collettivi e reti di relazioni fossero ormai un ferro vecchio e che il sistema mediatico e la bella immagine potessero tutto. Si è imposta insomma una politica liquida che ha rischiato di cancellare uno dei tratti distintivi della sinistra: il suo essere popolare, perché fatta di persone con la passione civile, il coraggio delle proprie idee e un profondo spirito di appartenenza a una casa comune.

Quanto di questa ispirazione venga dalla storia dei comunisti italiani, che sono stati parte centrale della sinistra, non può non essere evidente. Le cose potevano anche andare in un altro modo. Se in quel lontano 1989, di fronte alle immagini del crollo del muro di Berlino, il Pci non avesse avuto il coraggio, e a tratti anche l’incoscienza, di una rottura estrema, oggi di fatto non esisterebbe la sinistra in Italia. Certo, quella svolta ebbe le proprie debolezze culturali e qualche cedimento eccessivo a un nuovismo che rendeva rarefatto il rapporto con le altre forze europee.

Però ha consentito di trasferire nel nuovo mondo il nucleo fondamentale di un’esperienza storica che è passata attraverso l’antifascismo, la Resistenza, la Costituzione, la costruzione di una Repubblica democratica fondata sul lavoro e la sua difesa contro gli assalti del terrorismo e delle stragi. Che ha portato sulla scena milioni di uomini e donne che prima non avevano né voce né dignità. Che ha consentito, per la prima volta, di condurre quella sinistra al governo del Paese assicurando all’Italia il suo ancoraggio all’Europa e mettendo in pratica un riformismo che resta forse la stagione più proficua della Seconda repubblica. E che infine ha dato vita al Partito democratico, facendo incontrare quelle culture politiche riformiste che la guerra fredda aveva tenuto contrapposte.

Non si può dimenticare che a guidare questa lunga marcia tra sconfitte e vittorie, e quindi a difendere il ruolo della sinistra in Italia, c’erano molti di quelli che oggi sono finiti nella lista nera della rottamazione. Forse è un caso, forse anche no.

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