Chi fermerà la fuga senza fine

Alba Fedeli era una ricercatrice precaria a Milano. Poi, stanca della sua incertezza, ha fatto le valigie ed è volata a Birmingham. Lì ha scoperto il Corano più antico del mondo e in piena estate è finita come una celebrità sulle pagine del New York Times. “Londra sì che crede nella ricerca”, ha spiegato a chi le ha chiesto della sua scelta di emigrare. Alba è una degli 80 mila italiani che, secondo uno studio pubblicato nei Quaderni della Fondazione Feltrinelli, ha deciso di andarsene. Dal 2007 al 2013 i trasferimenti verso l’estero di lavoratori italiani sono aumentati in modo esponenziale. Erano circa 30 mila, sono diventati appunto più di 80 mila e negli ultimi due anni sfiorano i 100 mila. Fenomeno sicuramente legato alla crisi economica, ma anche – e in molti casi soprattutto – alla scarsa offerta di professioni ad alto contenuto innovativo o al ginepraio di norme, bandi e concorsi che confondono i nostri bravi ricercatori. Si scopre infatti che un quarto di chi lascia l’Italia è laureato, molti sono ricercatori o dottorandi che cercano altrove quel che qui non trovano: il riconoscimento del tanto sbandierato merito, la possibilità di fare ricerca e di avere un ruolo nel sistema universitario o in quello ospedaliero. Il nuovo emigrante è molto giovane: il 56% ha meno di 35 anni.

Quindi: le nostre Università preparano migliaia e migliaia di laureati che poi metteranno le loro conoscenze al servizio di un altro Paese: l’Inghilterra in primo luogo, ma anche la Germania e la Francia. Niente di male, siamo cittadini europei: se non fosse che il saldo tra chi va e chi viene, all’interno dell’Unione, per l’Italia è negativo. E questo non è un bene ovviamente.

La storia di Alba e questi dati allarmanti dicono due cose. La prima è che il livello di fiducia nei confronti del nostro mercato del lavoro, specie per le professioni più specialistiche, è scarsissimo: burocrazia, corruzione, baronati e il dominio della vecchia raccomandazione trasformano in una lotteria la ricerca di lavoro anche per quelli più bravi e preparati.

La seconda è che dovremmo convincerci che l’Università e la ricerca sono il core business della crescita dell’Italia. La grandezza, la civiltà e la propensione al futuro di un Paese si misurano soprattutto sulle chanche che si offrono ai più giovani. Lasciare che questa grande fuga continui è un vero delitto. Ma per far tornare i nostri bravi ricercatori o impedire che altri facciano le valigie non bastano le belle parole nei talk show. E nemmeno qualche slogan ad effetto che fa titolo sui giornali. Serve invece una riforma del sistema universitario e un mercato del lavoro che non premi i soliti furbetti e costringe i migliori ad emigrare. Forse è un bel tema per la sinistra.

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