Sette pacate riflessioni sul voto

Se evitiamo di farci confondere dalla solita “sindrome del pasdaran”, che colpisce da una parte e dall’altra dello schieramento politico e da una parte e dall’altra delle diverse sponde dentro al Pd, forse possiamo analizzare in modo proficuo il voto delle Regionali e trarre le lezioni che possono servire a capire che cosa succede nel Paese. Da questo punto di vista sono fuorvianti sia i commenti di chi dice che hanno subito una pesantissima sconfitta il Pd e Renzi sia di chi, al contrario, sostiene che hanno ottenuto una brillante vittoria il Pd e Renzi. Se uscissimo da questo circolo vizioso potremmo osservare i seguenti fatti:

  1. E’ sicuramente vero che il Pd conquista cinque regioni su sette. Di queste prima ne aveva cinque su sette. Quindi, una specie di pareggio. Cede la Liguria ma ottiene in cambio la Campania. Qualcuno ha fatto notare che, in termini di popolazione, la Campania è più robusta della Liguria e quindi il cambio è in attivo per il Pd. Si potrebbe obiettare che il guazzabuglio del caso De Luca, ora stretto tra la legge Severino e lo Statuto regionale, non si sa quale soluzione avrà. Si nominerà un vice in attesa del responso definitivo sulla ineleggibilità? O si dovrà tornare alle urne? Questioni non di poco conto.
  2. E’ sicuramente vero che il Movimento cinque stelle ha ottenuto “zerotituli” come dice simpaticamente Orfini perché non ha conquistato nessuna delle sette regioni. Però è anche vero che il partito di Grillo, dato per morto un mese sì e l’altro no negli ultimi due anni, resiste ed è un competitore da non sottovalutare anche se (vedi più sotto) perde voti rispetto alle politiche del 2013 quando ebbe contro Bersani il suo exploit.
  3. Non è sicuramente vero, come dice l’ineffabile Brunetta, che Forza Italia e il centrodestra non leghista siano andati bene. Ormai il partito di Berlusconi, se si esclude il caso della Liguria, ha percentuali al di sotto del 10%, lontane anni luce da quelle precedenti. La crisi sembra irreversibile e il fantasma del Cavaliere non fa altro che peggiorare la già disastrata condizione del centrodestra.
  4. E’ vero che la Lega è il partito che coglie il miglior risultato in termini di voti, sicuramente al di là delle pur rosee previsioni della vigilia. Con Zaia difende il Veneto, nonostante la scissione di Tosi, con percentuali sopra il 50%, sfonda in Toscana, in Liguria è determinante nella vittoria di Toti, scende giù in Puglia e in Campania. Questo dato, sommato a quello del M5S, ci dice che il vento populista soffia ancora pericolosamente sull’Italia. E questo è un bel problemino.
  5. Sarà anche vero che l’astensionismo, come dicono gli analisti, è un fenomeno normale nelle società moderne, ma il fatto che domenica sia andato al voto poco più del 50% degli elettori deve far riflettere. Un elettore su due è rimasto a casa, ben al di sotto delle percentuali delle Europee. Con un di più che dovrebbe preoccupare il Pd: l’astensione è più massiccia nelle Regioni tradizionalmente di centrosinistra come l’Umbria, la Toscana e la Liguria. Ci sarà un motivo?
  6. Il Pd si prende le sue cinque Regioni ma lascia sul campo più di due milioni di voti rispetto alle Europee di un anno fa e oltre un milione rispetto alle politiche del 2013. Sono dati preoccupanti diffusi dall’Istituto Cattaneo. Questo significa, al netto della valenza locale del voto, che una fetta consistente di elettori che un anno fa avevano creduto nella sfida di Renzi, oggi ci ripensano, cambiano partito o decidono di non votare. La stessa emorragia colpisce i Cinque Stelle che lasciano per strada quasi due milioni di voti rispetto alle politiche e più di 800 mila rispetto alle Europee. L’unica forza politica che segna un più è la Lega di Salvini. Riflettere anche su questo, prego.
  7. In conclusione, concentrando il nostro ragionamento sul Pd e sulla sinistra, il voto non è stato né un trionfo né un disastro. Ha segnalato, pur con il dato positivo del 5 a 2, una serie di problemi che sarebbe suicida sottovalutare. Per questo credo che Renzi e gli uomini che hanno in mano il Pd dovrebbero riflettere invece che farsi prendere da facili entusiasmi. Se due milioni di elettori che ti avevano premiato un anno fa hanno deciso di fare un passo indietro sarà o no un problema? Se il partito astensionista è più forte nelle tue aree di riferimento è un problema o no? Se in Liguria i dati mostrano che anche con i voti di Pastorino (ovviamente depurati da quelli ottenuti da Rete a sinistra) Paita non avrebbe vinto lo stesso contro Toti è un problema o no? La domanda da farsi è semplice: in questo anno dove si è sbagliato? Strizzare l’occhio a un elettorato moderato ex berlusconiano e maltrattare l’elettorato più legato alla tradizione della sinistra è stata una mossa azzeccata? E l’infilata di legge sul lavoro e riforma della scuola quanto ha pesato sui risultati elettorali? E quanto hanno pesato certi toni di guerra contro i sindacati?

    Se Renzi avrà il coraggio e l’umiltà di farsi queste domande e di trovare le risposte giuste forse c’è tempo e modo di ricostruire dentro il Pd un clima di condivisione che è mancato e offrire al Paese il progetto di un partito più maturo e unito che ha a cuore il futuro degli italiani. Altrimenti, e lo dico con preoccupazione, le cose rischiano di mettersi male nei mesi a venire. Perché, come s’è visto, la destra troverà il modo di rimettersi in piedi magari sotto le sembianze di un nuovo legaforzismo e il grillismo rialzerà la testa riuscendo persino a contendere al Pd il primo posto nel ballottaggio previsto dall’Italicum.

    Insomma, c’è tempo per correggere. Basta volerlo.

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2 pensieri su “Sette pacate riflessioni sul voto

  1. lei confronta i voti ottenuti dal M5S ora con quelli ottenuti alle politiche, cosa del tutto illecita, e ne deduce una diminuzione dei voti. Perchè non fa la stessa cosa confrontando i voti del PD ottenuti oggi con quelli delle elezioni europee dello scorso anno? Se lo avesse fatto ne avrebbe dedotto che nel PD c’è stata una ecatombe

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    • lei evidentemente non ha letto il mio articolo, altrimenti avrebbe verificato che ho correttamente confrontato i dati sia del M5S che del Pd alle politiche del 2013 e alle europee del 2014 così come ha fatto l’istituto Cattaneo

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