Quel pasticciaccio brutto del caso Lo Porto

Obama ci ha informati per tempo o no? L’ha detto a Renzi durante la visita alla Casa Bianca o no? Lo ha comunicato solo dopo quasi una settimana e perchè? I nostri servizi sapevano o no? La drammatica fine di Giovanni Lo Porto diventa sempre più un rebus e pone tanti interrogativi che riguardano la dignità del nostro paese e delle sue istituzioni, a cominciare dalla presidenza del Consiglio. E oltretutto riguardano anche il rispetto umano per il dolore di due genitori.

La questione è serissima. E ci colpisce il modo con cui sia Renzi che gli uomini a lui più vicini tentino di chiuderla con troppa rapidità. Il nostro presidente del consiglio, intervistato dalla Gruber, ha detto che lui ha saputo della morte di Giovanni solo mercoledì 22 aprile da una telefonata di Obama. Poi ha aggiunto: credo che anche gli americani lo abbiano saputo quel giorno. Credo: un verbo che un premier non dovrebbe mai usare in questa accezione (posso immaginare, presumo) soprattutto su una vicenda così delicata che riguarda la morte di un cittadino italiano per una colpa grave di un nostro alleato. Un premier non deve credere, deve sapere con chiarezza e informare i suoi cittadini.

Il New York Times, finora non smentito, ha ricostruito in modo diverso la storia: Obama, quando ha incontrato Renzi alla Casa Bianca il 17 aprile, sapeva che uno dei due occidentali uccisi nel raid con il drone era Giovanni Lo Porto, ma non lo ha detto al premier italiano. Secondo questa ricostruzione l’Italia quel giorno non ha saputo nulla: né Renzi, né i funzionari dei servizi che hanno partecipato a riunioni ristrette a margine del summit. Se ciò è vero resta la domanda: perché Obama non ha informato Renzi con il quale si è intrattenuto in un lungo incontro e poi a cena?

Se le cose sono andate così come racconta il New York Times le istituzioni italiane non possono assolutamente accettare il comportamento scorretto e grave dell’amministrazione americana. Il premier italiano, tornando alle parole dette alla Gruber, non può accontentarsi di “credere” che anche Obama sapesse lo stesso giorno in cui lo ha informato, cioè il 22 aprile. In questi casi, che toccano la dignità nazionale, per di più nei rapporti con uno storico alleato come gli Usa, si deve pretendere chiarezza. Si deve sapere con certezza. Il governo italiano deve pretendere che Obama dica la verità. E se le cose stanno come scrive il New York Times l’Italia deve protestare in modo energico per la mancata immediata informazione e anche per non aver ricevuto notizie sui sospetti, che circolavano da tempo nelle stanze delle intelligence, che in quel raid poteva essere stato ucciso un cittadino italiano.

No, non è in gioco la figura di un premier. E’ in gioco il ruolo del nostro Paese, il rispetto che merita sulla scena internazionale. E’ in gioco il diritto degli italiani di sapere come sono effettivamente andate le cose. E soprattutto è in gioco il diritto di una famiglia che è stata colpita nei suoi affetti più cari. Che da mesi aspettava la liberazione di Giovanni e ora viene a sapere che il figlio era morto a gennaio e per tre lunghissimi mesi qualcuno lo ha tenuto nascosto non solo all’Italia ma a loro stessi, feriti dal dolore, dall’ansia e dalla preoccupazione per le sorti del loro figlio.

Da un presidente del Consiglio italiano questo ci aspettiamo. Ce lo aspettiamo da Renzi. Ci aspettiamo che fughi qualsiasi ombra, che chieda spiegazioni, che ottenga risposte credibili e che informi il Paese. Lasciar correre è un pericoloso segno di debolezza, una ferita all’immagine dell’Italia, nonché una mancanza di rispetto per il dolore dei genitori di Giovanni.

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