Berlusconi e la sindrome dell’eternità

Torno in campo per un’Italia migliore, ha detto Silvio Berlusconi dopo che la Cassazione ha confermato la sua assoluzione nel processo Ruby. Sinceramente, sembra di vedere un film già visto o di leggere un libro già letto. Con l’aggravante che sia il film che il libro di oggi sono la bruttissima copia degli originali. Noiosi, ripetitivi, fuori contesto, sgrammaticati. La storia non si può ripetere. Come diceva l’uomo con la barba: la seconda volta è sempre una farsa. E visto che per Berlusconi non è nemmeno la seconda, ma forse la terza o la quarta o la quinta volta, la farsa rischia di diventare una triste parodia.

Il problema politico dell’ex Cavaliere non sono i suoi processi, bene o male che vadano,  ma è lui stesso. La sua coazione a ripetere, il suo incontenibile bisogno di eternità, il suo sentirsi indispensabile ora e sempre, la sua irrefrenabile voglia di fare il padrone sia nell’impresa che nella politica. Si sa che la cosa più difficile per un uomo pubblico è l’uscita di scena. Bisogna essere sani e non essere stati inquinati dalle tossine della politica o del comando per decidere quando e come è il momento di far calare il sipario. Non tutti ci riescono, è vero. Anzi, quasi nessuno ci riesce. La differenza tra il mondo di Berlusconi e quello normale è che a un certo punto nel mondo normale c’è sempre qualcuno che batte sulle spalle del potente di turno e gli dice: è il momento di farti da parte. Si combatte, si fanno i congressi, qualche volta si fa anche qualche colpo di mano e l’uomo che comandava poi non comanda più. Inutile fare i nomi perché, per fare un esempio, la storia della sinistra negli ultimi venti anni è ricca di leader costretti a fare il passo indietro.

Quindi il problema politico di Berlusconi, oltre a essere se stesso, è anche il fatto che Forza Italia resta un partito padronale e chi prova a mettere in discussione la sacralità del padre-padrone viene condannato per alto tradimento e messo all’indice. Ora però la questione è semplice e crediamo chiara anche agli occhi degli osannanti dell’ex Cavaliere: se Forza Italia non archivia Berlusconi e mette in campo una nuova leadership in grado di fare i conti con la crisi di credibilità della destra, in quel campo resterà solo un deserto. E in quel deserto scorrazzeranno le truppe del Matteo fascio-leghista che cercherà di imporre il suo marchio della paura su un elettorato disorientato e diviso per portarlo a combattere contro i fantasmi.

Qualcuno penserà che a chi vota a sinistra può non importare nulla se non esisterà più una destra di governo. Ma è un errore. Un sistema politico in cui manchi uno dei due poli è fragile, squilibrato, forse anche pericoloso. Diciamo la verità: non è positivo se per troppo tempo – tra il fascio-leghismo protestatario e il grillismo che vive sugli aventini- l’unico attore politico in campo resta il Pd. Senza conflitto e senza contrappesi, la democrazia alla fine non si sente troppo bene.

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