Mattarella, le parole di un’altra Italia

Ci sono alcune parole nel discorso di insediamento di Sergio Mattarella che lasceranno il segno. Sono parole che uniscono il passato e il futuro, la storia della democrazia e la speranza di un’altra Italia, i volti di uomini e donne comuni e la bellezza della politica. Belle parole, senza nessuna punta retorica. Belle parole che sicuramente daranno sostanza al settennato.

L’unità, innanzitutto. L’unità del Paese, che non è solo unità territoriale – il Nord e il Sud – ma unità sociale, forte e indissolubile coesione, quel sentirsi parte della stessa identità e della stessa sfida. Non è cosa di poco conto. Perchè ci dice, in modo chiaro e senza fronzoli, che l’Italia si salva tutti insieme, e non ciascuno da solo con se stesso. Ricordate? Erano parole pronunciate tantissimi anni fa da un altro grande italiano, il segretario del Pci Enrico Berlinguer. 

Solidarietà: un’altra parola centrale. Essere solidali. Fare, ognuno secondo le proprie possibilità, qualcosa per l’altro. Tendere la mano, essere accanto, farsi carico di chi sta peggio di noi, di chi non ha, di chi si sente escluso, lontano, abbandonato. Il contrario esatto dell’egoismo sociale che ha contrassegnato il nostro paese nel ventennio berlusconiano. Il contrario esatto di quell’invito a farsi gli affari propri, a essere liberi da vincoli in casa propria, nel chiuso delle proprie mura e dei propri interessi.

Lavoro: una parola pesante, soprattutto oggi. Parola importante per chi un’occupazione ce l’ha e vuole che sia difesa e che sia sostanziata dai diritti che la Costituzione sancisce. Ma anche e soprattutto per chi un lavoro non ce l’ha: i disoccupati, soli e senza speranza nel deserto economico e sociale, e i giovani che vogliono che la speranza non sia una parola vuota da usare nei comizi. Le sofferenze degli italiani stanno tutte dentro questa parola. E non a caso Mattarella ha dedicato alla crisi e ai suoi effetti pesanti la prima corposa parte del suo discorso. La crisi è viva, morde, lascia ferite e solitudini. E una politica vera non può non farsi carico, con concretezza, di questa dimensione.

Il popolo, un’altra bella parola che viene declinata nel suo significato più profondo. Non il popolo che contempla il populismo, non la folla plaudente che festeggia il leader di turno. Nemmeno il popolo che delega ogni cosa, usato per premere un clic sul blog di un capo o un mi piace sulle pagine dei sogni. Ma il popolo in carne e ossa, fatto di uomini e di donne con i loro problemi, le loro sofferenze, i loro disagi, i loro progetti e le loro speranze. Il popolo che partecipa, che dà senso alla democrazia, che sta dentro il potere di scelta. Non a caso il potere qui non è il Potere né il Palazzo chiuso in se stesso. La politica e quindi l’esercizio del potere sta nei volti degli italiani che vogliono istituzioni a loro vicine: la scuola, l’ospedale, il tribunale, il municipio. E’ la politica che si fa quotidiana, che si rianima e ritrova se stessa attraverso un rapporto vivo con il popolo che è la fonte della rappresentanza e il cuore delle istituzioni democratiche.

Ieri, oggi e domani riuniti nella parola Resistenza. Già con la visita al sacrario delle Fosse Ardeatine, il presidente Mattarella aveva indicato la fonte della nostra storia repubblicana. Nel suo discorso rafforza questo legame: l’antifascismo come collante del Paese, come segno distintivo della Repubblica, come origine della democrazia. Non è un riferimento secondario. Perché nella Resistenza è l’atto di nascita della Costituzione. E in quella battaglia si unirono i due filoni centrali della cultura politica del Novecento: il comunismo italiano e il cattolicesimo democratico. Che insieme diedero vita alla nostra carta fondamentale.

E poi il futuro, quello per il quale si  spendono i sogni di ogni italiano. Ma il futuro per Mattarella non è un sogno. Lo ha detto con chiarezza, ed è un messaggio preciso per tutti, soprattutto per chi ha le maggiori responsabilità: “Non servono generiche esortazioni a guardare al futuro ma piuttosto la tenace mobilitazione di tutte le risorse della società italiana”. Ecco, di nuovo: tutti insieme. Il futuro si costruisce mobilitando risorse, convolgendo tutti, non lasciando nessuno indietro. Confronto e dialogo, scontro e compromesso: è la dialettica della democrazia. Solo se sarà così, quei giovani ampiamente citati nel discorso del presidente, si sentiranno parte di un viaggio comune. Il cambiamento non sarà, come spesso accade, una parola vuota, ma un impegno su cui misurare l’unità e la coesione del Paese.

Certo, ce ne sono tante altre di parole nel primo discorso di Mattarella. Ma queste mi sembra facciano capire meglio come sarà il settennato che è appena cominciato. Il nuovo presidente sarà sicuramente un arbitro, ma un arbitro che, come ha spiegato, pretenderà che i giocatori rispettino le regole. Quindi nel caso non resterà silente quando le regole saranno infrante. Ma soprattutto Mattarella, a seguire gli indizi contenuti nel suo primo discorso, cercherà di essere il presidente del popolo, il presidente degli italiani, il presidente dell’unità. Perchè se si rompe il muro che ancora separa la politica e i cittadini ne guadagneremo tutti e tutti ci sentiremo figli di un’Italia migliore. Insomma, non sarà un notaio, perché non ammetterà che quelle parole restino solo parole.

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2 pensieri su “Mattarella, le parole di un’altra Italia

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