Lavoro, c’è qualcosa che non va

E’ vero, l’efficacia o meno delle norme previste dalla legge sul lavoro (smettiamola di chiamarlo Job’s Act, siamo in Italia) si verficherà sul campo come scrive oggi Gad Lerner. Qualcuno dice che già a fine gennaio si potrà capire se ci sarà un’inversione di tendenza nelle assunzioni a tempo indeterminato o meno e soprattutto se quelle nuove regole, molto generose con le imprese, spingeranno i nostri imprenditori a fare investimenti. Perché poi alla fine il punto resta questo: senza investimenti, soprattutto di tipo innovativo, non c’è ripresa e quindi non c’è lavoro. Il modello scelto da Obama lo dimostra ampiamente: lì lo Stato ha spinto sugli investimenti e l’economia americana ha ripreso a camminare. Ma in attesa del responso dei fatti, qualche cosa sui decreti sul lavoro si può dire. Senza pregiudizi: nel bene e nel male..

Nel bene mi pare che l’estensione degli ammortizzatori sociali sia un fatto positivo perché cerca di coprire non solo i lavoratori dipendenti ma anche i cococo e i cocopro e quindi allarga le tutele nel caso di perdita di lavoro. Gli incentivi alle imprese per le assunzioni sono anch’esse un fatto positivo perché possono dare una spinta alla creazione di lavoro attraverso gli sgravi Irpef e la decontribuzione triennale. Bisogna verificare bene, però, se il combinato disposto di sgravi-decontribuzioni e indennizzo in caso di licenziamento produca, come sostiene uno studio della Uil, un vantaggio economico finale per l’azienda. Perché se è così la norma va corretta altrimenti diventa un mostro: l’imprenditore sarà spinto ad assumere per avere i benefici e poi a licenziare nel giro di uno o due anni perché l’indennizzo che è costretto a pagare è inferiore ai vantaggi ricevuti al momento della nuova assunzione.

Quello che non convince della legge ed è quindi un male è la modifica corposa dell’articolo 18. Il reintegro infatti resta solo nei casi di licenziamenti discriminatori (per sesso, religione, appartenenza politica o sindacale) e per quelli disciplinari di cui sia dimostrata l’insussistenza del fatto. Per tutti gli altri ti posso licenziare, ti verso un po’ di soldi e arrivederci e grazie. In sostanza se un imprenditore adduce motivi economici per procedere al licenziamento e poi questi motivi economici non sussistono nessun giudice potrà decidere il reintegro. Un indennizzo e via. Ora questa procedura si estende anche ai licenziamenti collettivi. Quindi se mi voglio liberare di almeno cinque lavoratori per i motivi più vari indico un motivo economico e anche se è palesemente falso il licenziamento è valido in cambio di un indennizzo.

L’impressione è che con queste regole si sposti tutto il potere (forse anche lo strapotere) verso le aziende. Il lavoratore perde gran parte dei propri diritti perché di fronte a qualsiasi discriminazione, travestita con motivi economici, non può più nulla: deve accontentarsi di un indennizzo pari a due mensilità per anno lavorato fino a un massimo di 24. Non mi pare una bella cosa. Si rende legale un atto illegale.

Ma c’è anche un altro problema. In questo modo si spacca il mondo del lavoro in tre: chi lavora nelle aziende sotto i quindici dipendenti (per i quali non vale l’articolo 18), chi lavora già in aziende sopra i quindici dipendenti e chi lavorerà dal 2015 nella stessa tipologia di aziende. Si potrà così verificare il caso che lavoratori di una stessa azienda avranno diritti diversi e questo spingerà gli imprenditori, quando vorranno liberarsi di manodopera, a colpire quelli più giovani perché sono i meno tutelati. Non mi pare un bel risultato. Quando arriverà il momento si dovranno introdurre modifiche serie in Parlamento senza dare ascolto a quella parte della destra che chiede ancora di più contro i lavoratori. Perché se c’è qualcosa che non va in questa legge meglio capirlo subito e intervenire piuttosto che difendere per puro spirito di principio qualcosa che non funziona, penalizza i più deboli e rende diversi lavoratori che ogni giorno lavorano gomito a gomito allo stesso bancone o alla stessa scrivania.

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