Lettera di Natale a Matteo Renzi

Caro Matteo Renzi

mi permetto di usare il tu come si fa tra persone che condividono la stessa passione politica nella sinistra italiana. Come ricorderai ci siamo visti la prima volta a Firenze, nell’agosto del 2009, quando venni nella tua stanza da neosindaco a intervistarti per l’Unità. Allora eri un astro nascente e volevamo capire che ne pensavi del Pd e del centrosinistra. Mi dicesti due cose. La prima: “Noi del Pd siamo sempre in difesa, arroccati, siamo vittime della malattia devastante dell’autoreferenzialità. Dobbiamo prendere in mano i temi veri del paese perché o ci apriamo all’esterno e ci rimettiamo in gioco oppure andremo male e vinceranno sempre i cooptati, quelli che sono succubi del leaderino di turno”. La seconda: “Chiunque sarà il segretario del Pd deve battersi per fare una nuova legge elettorale al posto della “porcata”. Quale? Decidano liberamente, l’importante è che si garantisca il rapporto tra elettore e eletto. Nel nostro Parlamento ci sono persone che farebbero fatica ad essere elette persino in una bocciofila”. Da allora sono passati cinque anni, molte cose sono cambiate ma quei due temi restano centrali nella vicenda politica del Paese. Anzi, diciamo pure sono le vere questioni del contendere. Partendo da quella lontana intervista vorrei provare a dirti quello che, secondo me, va e non va nel Pd oggi. Lo faccio con lo spirito di chi, come sai, pur non condividendo alcune delle tue scelte ha sempre guardato senza pregiudizi alla sfida che hai voluto lanciare. Per comodità, ma credo non ti dispiacerà, userò per questo mio parzialissimo e personalissimo elenco il sistema in voga sui social network: mi piace/non mi piace.

Mi piace la spinta che hai dato alla politica italiana, quella scossa che ha costretto tutti a mettersi in discussione, a indossare le scarpe da ginnastica per poter correre e non restare indietro. Finalmente, al di là del merito di alcune scelte, la politica è tornata a fare la politica e ha rimesso al suo posto la tecnica e tutti i suoi protagonisti degli ultimi anni. Non si governa un paese solo con la calcolatrice o con gli indici e i vincoli decisi nei ristretti club tecnocratici, nazionali e internazionali. La politica è scegliere, decidere, avere il coraggio di imporre una visione, di forzare i parametri. Se l’Italia nel corso della sua storia repubblicana si fosse piegata ai numeretti dei tecnici non sarebbe cresciuta come è cresciuta e forse sarebbe rimasta prigioniera del suo fragile passato. Oggi la politica ha riconquistato il suo potere. E questo è un bene.

Mi piace la tenacia che hai messo nell’imporre al dibattito politico alcuni temi cruciali per il futuro del Paese. Anche se ho diverse perplessità nel merito di certe riforme, però finalmente si parla di riforme e non più dei capelli tinti di Berlusconi o delle sue piacevoli serate ad Arcore. La legge elettorale, il superamento del bicameralismo e il drammatico problema del lavoro sono argomenti fondamentali e averli spinti nell’arena con decisione è stato un fatto positivo. Gestire con sapienza questa complessa partita ora è un dovere politico.

Mi piace come hai affrontato la questione europea e il volto nuovo che l’Italia si è data nel confronto con gli altri Paesi sul binomio austerità-crescita. Certo, molti possono dire con qualche ragione che finora di risultati non se ne sono visti moltissimi. E però non si può non vedere che la battaglia per la flessibilità, quella per favorire la crescita e quella per fare un’Europa che sia la patria del benessere dei suoi cittadini e non la prigione dei vincoli e dei divieti oggi per la prima volta ha dei protagonisti (soprattutto tra i socialisti europei) che prima non aveva. Vedremo i risultati, ma intanto hai fatto quello che i tuoi predecessori non hanno avuto il coraggio o la forza di fare quasi intimiditi di fronte allo strapotere dei tecnici di Bruxelles.

Non mi piace la guerra che hai dichiarato al sindacato e non mi piaciono i toni che hai usato tu e quelli, ancora più duri, che hanno usato alcuni uomini della tua squadra. Vedi, io rimango fedele a una frase che diceva Enrico Berlinguer: ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non uno per uno. Oppure potrei citare un’altra frase che diceva don Milani: sortirne tutti insieme è la politica. Abbiamo vissuto una lunga stagione di spaccature e di contrapposizioni, durante il ventennio berlusconiano si è fatto di tutto per dividere, per bruciare quella tela di relazioni sociali e politiche che è il cuore della democrazia italiana. Oggi, da un premier di sinistra io mi aspetto altro: mi aspetto il confronto, anche duro, il dialogo, il rispetto per chi, nonostante tutti i difetti del mondo, rappresenta milioni e milioni di lavoratori. Mi aspetto che sia capace di creare il consenso attorno alle sue idee e non fratture e contrasti. Il Pci, che avrà pure avuto tanti difetti, mi ha insegnato che nelle posizioni dell’altro spesso c’è qualche ragione e mi ha insegnato anche che senza una politica di alleanze sociali il cambiamento diventa illusorio. Appunto: ci si salva tutti insieme. A chi dirige sta il compito, certo difficile ma ineludibile, di portare non dico tutti ma la maggioranza dall’altra parte del fiume. Questo, credo, è il compito principale di una forza di sinistra.

Non mi piace come hai affrontato il tema dell’articolo 18. Possiamo ridurne la portata quanto vogliamo ma io credo che quella norma resti un baluardo contro i soprusi e la violazione dei diritti e non c’entri assolutamente nulla con la creazione di nuovi posti di lavoro. So che cosa significa non aver avuto la copertura di quell’articolo: ho avuto un padre operaio che ha lavorato sempre in piccolissime aziende artigiane e nel corso della sua vita lavorativa è stato spesso licenziato senza giusta causa e mi ricordo le sofferenze in famiglia quando non riusciva a trovare un altro lavoro o lo trovava in nero e sottopagato. Quando ha smesso di lavorare, dopo più di quarant’anni, proprio per questo, si è ritrovato con una pensione di qualche centinaio di euro, una miseria. Vedi, io penso questo: se un licenziamento è illegittimo è una inaccettabile violazione dei diritti e della dignità del lavoratore.

Non mi piace una legge elettorale che non garantisce, come chiedevi giustamente in quell’intervista di cinque anni fa, il rapporto tra elettore ed eletto. Non sono un appassionato di sistemi elettorali e, come diceva Norberto Bobbio, non mi entusiasma l’ingegneria politica. Ma sulla legge elettorale di due cose sono sicuro. La prima: garantire la certezza del risultato e quindi la chiarezza del vincitore che poi dovrà governare. La seconda: ridare, come si dice, lo scettro al principe, cioè ridare il potere di scelta all’elettore. Prevedere una quota consistente di capilista bloccati e nominati non soddisfa quest’ultima regola e quindi non cancella del tutto quello che, da te come da altri, è stato considerato l’obbrobrio del Porcellum: i nominati. Si può risolvere il problema in modi diversi, ma si deve risolvere. L’elettore non può essere usato impropriamente per mandare in Parlamento un eletto scelto nelle segrete stanze non sulla base delle capacità, dell’autorevolezza e delle idee che sostiene ma di altri discutibili e ignoti criteri.

Non mi piace quello che sta succedendo nel Pd. E non solo per la questione di Mafia Capitale che considero un fatto di immensa gravità: leggere che esponenti del partito che sostengo hanno fatto affari con i fascisti, i ladri e gli imbroglioni mi provoca una incontenibile indignazione, un moto di ripulsa. Permettimi di ricordare ancora Berlinguer e le sue parole profetiche sulla questione morale. La sinistra che voglio è diversa – sì, uso ancora questa parola: diversità – perché non lavora per spregevoli ineressi privati ma per il bene comune. Ma non è solo per questo, che pure è tanto, che non mi piace quello che succede nel Pd. Un partito, soprattutto un partito di sinistra, è innanzitutto una comunità: uomini e donne che stanno insieme perché credono negli stessi valori e si battono per gli stessi obiettivi. In una comunità, che esiste non per obbligo di legge ma per libera scelta di chi decide di farne parte, il rispetto dell’altro è un valore fondante. E quando l’altro – stia in minoranza o in maggioranza poco importa – sostiene una tesi diversa non lo si tratta come un reprobo, un traditore o un ferro vecchio. Vedi, anche in questo caso guardo al passato – che spesso è migliore di quel che immaginiamo – e ricordo in che modo si discuteva nel Pci, che pure aveva attraversato la tempesta dello stalinismo. Ricordo che persino quando si trattò di sciogliere il partito nessuno mai usò l’arma della denigrazione, dell’offesa e dell’insulto. Anche io potei – e scusa questa seconda digressione personale – liberamente essere contro in un giornale, allora diretto da Massimo D’Alema, in maggioranza a favore della svolta di Occhetto. Nessuno di noi mise mai in dubbio l’onestà intellettuale dell’avversario. A tal punto, pensa un po’, che proprio nel pieno di quello scontro, nonostante le mie posizioni, fui nominato capo del servizio politico del giornale. Ecco, vorrei che nel Pd ci fosse un po’, almeno un po’, di quel sentimento di rispetto che c’era allora. Tu dirai: non dipende solo da me. Giusto, non dipende solo da te ma anche da chi oggi non sta con te. E però dipende anche, in primo luogo, da te e dagli uomini che oggi guidano il Pd. Credo che chi dirige abbia un di più di responsabilità, deve avere la forza e l’intelligenza di confrontarsi con serietà, di evitare che lo scontro, anche quello più aspro, diventi un indecente regolamento di conti o una liquidazione morale dell’avversario. Il Pd è una grande casa, diciamo così, nella quale abitano storie e culture diverse, ognuna delle quali non solo è stata grande e forte nel passato ma può essere grande e forte nel futuro. Solo se si riuscirà a far circolare le idee, a non considerare il dissenso come un male assoluto, a fare in modo che ognuno porti la propria passione disinteressata, il Pd sarà un grande partito e non solo un partito semplicemente grande. Questo consentirà a quei militanti che nel freddo dei loro circoli regalano il loro tempo a questa missione comune di sentirsi elementi importanti e non solo montatori di gazebo e di feste dell’Unità. E forse consentirà anche di dedicare più tempo invece a dichiarare indesiderati quelli che, all’ombra del Pd, pensano solo alle loro carriere, curano solo i loro interessi e si procacciano finanziamenti in ogni dove pur di andare avanti sul nastro trasportatore del potere.

Questo volevo dirti, caro Matteo Renzi, sperando che tu sappia cogliere, in questi ragionamenti, lo spirito che li anima. Vorrei che l’Italia cambiasse in meglio, valocemente e con determinazione. E vorrei che in questo viaggio verso il futuro ci sia posto per chi, portandosi dietro le sue idee, vuole cambiare davvero. Dammi retta, spesso c’è più ricchezza in chi ti critica per fare meglio che in chi si traveste da adulatore per uno strapuntino in terza classe.

Con i migliori auguri di buone feste.

Ps. Tra i non mi piace avrei dovuto metterci anche la chiusura dell’Unità che come sai dura ormai da cinque mesi. Ma questo già lo sai perfettamente e mi è parso superlfuo dilungarmi. D’altra parte – che te lo ricordo a fare? – una sinistra che ha bisogno di unità ha ancora più bisogno dell’Unità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 pensieri su “Lettera di Natale a Matteo Renzi

  1. Condivido e apprezzo, vorrei piu informazione sul destino dell’unità, sul perché in particolare non viene presa in considerazione seriamente l’idea di proprieta collettiva dei giornalisti e dei lettori.

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