E’ il Pd, bellezza. Ma quale Pd?

Sui giornali si legge di processi, pubblici ministeri, accuse e condanne. No, non siamo in Procura. E’ un’altra storia e si potrebbe dire, parafrasando Humphrey Bogart: è il Pd bellezza. Ma è un Pd come non si voleva che fosse e che forse è venuto così perché nessuno in fondo lo ha curato. Chi lo ha vissuto quasi come eredità personale e chi come comitato elettorale, chi lo ha usato come taxi e chi come proprietà privata, chi sperava di farne un grande partito di sinistra e chi sognava una nuova Dc, chi ha pensato alle magnifiche sorti e progressive e chi ai modesti interessi privati. Ne è venuto fuori un groviglio di anime che si aggirano nella politica senza incontrarsi mai, anzi spesso si guardano in cagnesco come fossero nemiche giurate.

E laggiù, tra gli iscritti, i simpatizzanti e gli elettori si assiste, con sofferenza, al declino di un’idea di politica, al sogno di cambiare il mondo per cambiare noi stessi insieme agli altri.

Oggi non lo so più se si è ancora in tempo per evitare il peggio. Oggi non lo so più se c’è davvero qualcuno che guarda al bene comune piuttosto che a quello personale. Quando si usano certe espressioni da una parte e dall’altra – resa dei conti, aut aut, autoritarismo, antidemocratico – vuol dire che qualcosa si è rotto. E se qualcosa si è rotto nel breve volgere di un lustro significa che non si era costruito bene. Non mi interessa stabilire da che parte stia la colpa maggiore. Se siamo a questo punto non c’è nessuno in grado di poter scagliare la prima pietra sentendosi senza peccato. Servirebbe una rifondazione: ritrovare il senso di una storia che non è cominciata oggi, rintracciare il Dna di un’identità che si è smarrita nelle beghe di corrente, recuperare il senso di comunità, ascoltare i sentimenti, le ansie, le passioni che hanno animato e forse animano ancora migliaia di persone che dedicano il loro tempo alla bella politica.

Bisognerebbe ribaltare l’ordine dei fattori: dare centralità agli iscritti, ai simpatizzanti e agli elettori, spostare il baricentro del potere dalle chiuse stanze del Nazareno alle fredde stanzette dei circoli più lontani. E servirebbe ritrovare quel rispetto e quella lealtà che sono il fondamento di un partito della sinistra e che i partiti della sinistra hanno avuto anche nei momenti peggiori, più bui e difficili della loro storia. Vecchi e giovani, a che serve dividersi su questo? Dividetevi sulle idee, battetevi per i principi, ascoltate le vostre ragioni, interpretane le ragioni dei vostri militanti. E non abbiate paura del confronto che quando è sulle cose (e non sulle persone) è il sale della democrazia e aiuta a cresce, a fare meglio, a correggere gli errori, a coltivare il dubbio, a essere più forti.

Oggi non so se tutto questo è un auspicio fondato. Ma alla vigilia di una complicata assemblea nazionale voglio augurarmi di sì. Deponete le armi e guardatevi negli occhi e pensate a quanta gente ci crede ancora a un partito diverso e migliore. Ognuno di voi sta lì perché c’è qualcuno che ce lo ha portato. Non ci sta per il merito personale, per la furbizia o per la battuta più azzeccata, non ci sta per la bellezza o il look più o meno like. Ci sta per loro, per quelli che si battono ogni giorno senza interesse alcuno. Per chi vuole – disperatamente vuole – non un partito grande ma un grande partito.

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