Capitale corrotta nazione infetta?

L’inchiesta sulla cupola mafiosa che fa tremare Roma è uno squarcio di luce su una sporca “terra di mezzo” nella quale pullulano fascisti, affaristi, politici, imbroglioni, picchiatori e colletti bianchi e che ha governato la Capitale con il ricatto e la minaccia. La spartizione dei grandi e piccoli appalti era all’ordine del giorno, nulla si muoveva che non volesse il camerata Massimo Carminati, detto “er cecato”, l’uomo che si “comprava tutti”, di qua e di là indifferentemente nel buon interesse della Società Corruzione Spa. Nel consiglio di amministrazione di questa holding mafiosa, secondo i magistrati, sedevano personaggi chiave della politica romana, manager quotati, amministratori scaltri. Sono 37 arrestati e cento indagati, un’enormità. Avevano creato un superpotere, cresciuto all’ombra della giunta Alemanno, che ha deturpato il volto di Roma. Boss senza scrupoli che facevano affari sui rifiuti organici ma anche su quelli che loro ritengono “rifiuti umani”, tra i campi rom e i centri di accoglienza per immigrati, sui quali si speculava perché pecunia non olet.

Che attorno alla giunta di Alemanno si fosse creato un centro politico-affaristico spudorato non è una sorpresa. La storia di quel governo capitolino è segnato da inchieste e scandali, da parentopoli e regalìe e l’immagine emblematica del vento nero che avrebbe soffiato sulla Capitale è in quella foto scattata il giorno della vittoria di Alemanno sullo scalone del Campidoglio con i fascisti in festa e centinaia di saluti romani. Si capiva già tutto.

Quello che però colpisce è che dentro questa vicenda ci siano personaggi che vengono da un altro mondo, da una storia fatta di uomini e donne che nella Capitale avevano portato l’onestà, il coraggio, i diritti dei più deboli, il sogno di una periferia che diventa città. Uomini e donne che avevano cercato di cancellare l’affarismo democristiano dei Rebecchini o dei Darida, avevano risanato i borghetti, ridato dignità alle borgate, riavvicinato il centro con la periferia, si erano inventati l’estate romana che ogni sera faceva incontrare nelle piazze l’avvocato di Prati con il manovale di Primavalle, l’ingegnere dei Parioli con lo spazzino di Centocelle. Lo ricordiamo non per il gusto dei residui del passato ma perché quella storia è stata una storia importante per Roma e per l’Italia. Una storia che oggi è deturpata in modo vergognoso.

Quasi sessant’anni fa, proprio di questi tempi (11 dicembre 1955) uno scrittore-giornalista Manlio Cancogni scrisse per il neonato Espresso un’inchiesta che fece scalpore. Era intitolata “Capitale corrotta nazione infetta” ed era il racconto impietoso degli affari immobiliari che si facevano a Roma all’ombra della giunta guidata dal dc Salvatore Rebecchini con la complicità di una potente immobiliare e quella di ambienti vaticani. Per quella inchiesta Cancogni e il direttore dell’Espresso Arrigo Benedetti furono condannati a otto mesi di carcere e a 70 mila lire di ammenda. Quel reportage sulla Roma dei palazzinari, sulle tangenti per le aree edificabili e sugli affari nella costruzione dei nuovi quariteri, è rimasto un simbolo del malaffare nella storia d’Italia.

La mafiopoli di oggi appare ancora più brutale e indecente perché, con il suo vergognoso trasversalismo, sembra non lasciare speranza a una città che soffre tutti i mali di una capitale imperfetta e abbandonata a se stessa. Ascoltando le intercettazioni – la violenza verbale e il potere di certi boss – fa persino tenerezza la vicenda delle multe al sindaco Ignazio Marino per la sua Panda rossa che entra in centro storico in modo irregolare. In mezzo a questo putridume che avvolge il potere di Roma quel chirurgo-sindaco emerge, nonostante tutti i suoi limiti e i suoi difetti, come il debole simbolo di un’altra politica.

Il caso di Roma non si può archiviare. La magistratura dirà se, come e quanto gli arrestati e gli indagati siano colpevoli. Dirà che cos’era il mondo nero che girava attorno ad Alemanno, spiegherà chi comanda a Roma, quali sono le famiglie che contano, i boss che ordinano, i politici che eseguono. Vedremo. Ma questo caso chiama il Pd a una scelta chiara e netta: fare di tutto affinché il vento della corruzione che soffia sui colli di Roma ma anche su quelli di tante altre città d’Italia venga fermato e non infetti il Paese, che siano approvate le leggi che servono, che siano archiviate quelle che non servono, che la questione morale diventi uno dei punti centrali della ricostruzione del Paese.

E poi non c’è tempo da perdere: bisogna ripulire il Pd romano da imbroglioni e da affaristi, da uomini che si comprano i voti e che si pagano le campagne elettorali con i soldi degli affari, da gente che frequenta sottoboschi e che non ha peli sullo stomaco. Il caso Roma è un caso per il Pd nazionale, per il suo gruppo dirigente: per tutti, renziani e antirenziani poco importa. La storia della sinistra che voleva cambiare Roma e che in parte, in alcuni momenti, c’è anche riuscita non può essere infangata da quelli che invece di rispondere agli elettori rispondevano agli ordini di un fascista che si faceva chiamare “er cecato” e ammutolivano, tremando, persino di fronte ai suoi vaffanculo.

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