Senza uguaglianza che sinistra è?

Che cos’è la sinistra? E quali sono i suoi valori fondanti? Una risposta su tutte: uguaglianza. Non basta dirsi innovatori per essere di sinistra, perché se quell’innovazione non ha contenuti sociali e redistributivi diventa più labile il confine tra destra e sinistra. E’ un grande tema sul quale sarebbe necessario un confronto senza pregiudizi. Per ricordare Silvano Andriani, economista, uomo di sinistra e collaboratore storico de l’Unità morto ieri ripubblichiamo un suo interessante articolo sull’identità della sinistra e sugli errori compiuti dalla terza via di Tony Blair. Per rifletterci insieme, per ragionare con pacatezza e senza anatemi, come amava fare Silvano.

 

 

Ritengo sia importante l’impegno posto da Matteo Renzi, commentando la riedizione del famoso libro di Norberto Bobbio sull’argomento, per contribuire a ridefinire il ruolo della sinistra. Non era scontato per uno della sua storia, anche se poi è vero che una sinistra democristiana è sempre esistita. E che le idee del riformismo del Novecento, maturate dall’incontro del pensiero liberaldemocratico con quello socialdemocratico, nucleo centrale delle politiche della sinistra, furono introdotte nel dibattito politico italiano dopo la guerra sopratutto dai « professorini» – Dossetti, La Pira, Fanfani – tutti democristiani. Renzi sostiene che la coppia uguaglianza/disuguaglianza non sia più sufficiente a caratterizzare il ruolo della sinistra e che ad essa vada aggiunta la coppia innovazione/conservazione. Ora io penso che la capacità di innovare sia oggi molto importante per la sinistra, ma che quella coppia di per sé non distingue la sinistra dalla destra. La grande strategia imperiale di Gladstone fu un’importante innovazione della politica, Mussolini ed Hitler non furono certo dei conservatori e la stessa Thatcher ha innovato la politica quando, rispondendo al crescente individualismo, ha rilanciato il pensiero utilitarista secondo il quale la società non esiste, esistono solo gli individui e si è impegnata a ridurre il ruolo dello Stato e di tutti i corpi intermedi.

D’altro canto lo spostamento dell’accento dall’uguaglianza all’innovazione è stato già fatto dai sostenitori della terza via e non a caso Blair è esplicitamente citato. Ora, a venti anni dall’affermarsi di quella visione e dopo anni che la sua esperienza è finita, non mi pare appropriato citarla senza fare un bilancio. Sul piano dei diritti delle persone e di un generale modernizzazione culturale necessaria in tempi di globalizzazione ritengo che quell’esperienza sia stata positiva. Ma se si considerano la visione dello sviluppo ed i rapporti economici l’approccio «terzaviista» si è mosso all’interno del pensiero liberista dominante, anzi per certi aspetti lo ha sopravanzato. La totale liberalizzazione della finanza, che ha accelerato la finanziarizzazione dell’economia mondiale, la degenerazione della finanza e portato alla crisi finanziaria fu decisa dai governi di Clinton e di Blair. Negli anni della terza via le disuguaglianze sono aumentate fortemente: oggi Stati Uniti ed Inghilterra sono tra i Paesi avanzati quelli con le disuguaglianze maggiori e con la maggiore concentrazione della ricchezza e del reddito. A chi gli faceva notare questa deriva dell’Inghilterra è noto che Blair rispose che limitando i guadagni di Beckam non si sarebbero risolti i problemi dell’Inghilterra, a riprova di un certo cinismo e soprattutto dell’incapacità di comprendere il nesso inscindibile che lega la distribuzione del reddito alla crescita economica. Oggi è generalmente ammesso che alla radice della crisi economica ci sia la crescita delle disuguaglianze: una crescita trainata dai consumi privati mentre stagnavano i redditi della grande maggioranza della popolazione è stata possibile solo con una poderosa crescita dell’indebitamento privato base della degenerazione della finanza.

La crescita delle disuguaglianze crea uno squilibrio tra aumento della domanda ed aumento del prodotto che l’indebitamento non può bilanciare all’infinito e limita la formazione dei talenti giacché si ha un bel dire che il problema non è l’uguaglianza dei redditi, ma quella delle opportunità di vita, se il reddito si concentra nelle mani di pochi, le opportunità non possono che divergere sicché ad una parte crescente della popolazione viene impedito di realizzare i propri talenti con ripercussioni negative sulle possibilità di crescita. Di conseguenza si riduce la mobilità sociale cosa accaduta sia in Usa che in Inghilterra. Il problema dell’uguaglianza non è solo un problema di giustizia sociale è anche un problema di efficienza del modello distributivo rispetto alla sostenibilità della crescita. Parlare di innovazione oggi non è possibile senza tenere conto che si tratta di uscire da oltre un trentennio di dominio liberista che ha comportato un forte aumento delle disuguaglianze. Si tratta certo per la sinistra, come sostiene Renzi, di tenere conto dei grandi mutamenti dell’assetto sociale e quindi dei bisogni e delle risorse delle società, ma ciò va inevitabilmente fatto all’interno di una visione complessivamente diretta a ridurre le disuguaglianze. Innovazione significa oggi soprattutto rompere con l’ortodossia del pensiero unico che, benché sconfitta sul piano culturale è ancora dominante in Europa con le politiche di austerità.

Oggi i temi dell’innovazione e dell’uguaglianza coincidono perfettamente. Se una critica si può fare al libro di Bobbio, a mio avviso, è di trascurare una seconda issue che non meno di quella dell’uguaglianza ha definito l’identità della sinistra a partire dall’Ottocento: la liberazione del lavoro dalla condizione di merce. Dopo il fallimento della risposta data a questa issue dal «socialismo reale», la statalizzazione dei mezzi di produzione, in effetti non se ne parla più. Eppure i grandi cambiamenti culturali in corso, le nuove forme della comunicazione, la crescita di importanza della conoscenza come fattore della produzione consentirebbero di ritematizzare e rilanciare quella issue spingendo per un graduale crescita della partecipazione creativa dei lavoratori all’attività produttiva ed alla governance delle imprese. Questo sarebbe un altro grande tema di innovazione per la sinistra.

(Silvano Andriani, articolo pubblicato su l’Unità il 2 marzo 2014)

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