Il vero rischio non è la scissione

No, non mi ci riconosco più: ormai lì dentro mi sento quasi un estraneo”. Quante volte negli ultimi mesi l’abbiamo sentita questa frase, pronunciata con dolore e delusione, da molti che nel Pd ci hanno creduto, che a quel partito hanno dato il cuore e l’anima, che hanno smontato e montato gazebo e stand alle feste, che leggevano l’Unità quando c’era e magari a volte si incazzavano per quel che scriveva? Un senso di vuoto sembra avere avvolto una parte di quel popolo della sinistra che crede nella sinistra e non vuole rinunciare a quelli che considera gli elementi fondamentali del suo Dna. E’ un malessere profondo che rischia di far male perché esprime un sentimento di delusione, a volte di disperazione. Sono tutti vecchi residui del passato questi uomini e queste donne che amano la politica come pochi altri e chiedono che il partito per il quale hanno lottato stia dalla parte giusta e non si faccia travolgere dalle vendette, dai regolamenti di conti, dalla liquidazione di storie che hanno un senso perché hanno dato senso alla storia del Paese? No, non è così. E’ tutto maledettamente più complicato e non riassumibile nel duello vecchio/nuovo, innovatori/conservatori.

Cercare di vedere questa “silenziosa disperazione” è il compito di chi oggi guida il Pd. Cercare di capirne le ragioni ancora di più. Il voto dell’Emilia Romagna, il silenzio assordante di quella drammatica astensione, non sono un incidente di percorso, non sono il naturale portato di una politica che non tira più come prima e quindi normalmente produce minore partecipazione. Non basta dire che anche negli Usa il livello di partecipazione è altrettanto basso, non basta cercare spiegazioni localistiche (le inchieste, la magistratura, la campagna elettorale sotto tono, una competizione poco competitiva). C’è anche questo, certo, ma non solo. C’è soprattutto altro. E’ come se una parte non piccola di quelli che votavano Pd e che del Pd erano quello che un tempo si chiamava lo zoccolo duro abbia detto: ci sospendiamo. Non hanno fatto altre scelte, si sono fermati. Alla sinistra del Pd nessuna lista ha beneficiato di questo disagio. Quegli elettori non si sono fidati di un certo settarismo, di un radicalismo spesso fine a se stesso, di quella vocazione minoritaria che non ha mai fatto parte della loro cultura politica. Aspettano e chiedono in silenzio un cambio di rotta.

Dentro quel sentimento di delusione non c’è nessuna voglia di scissione. C’è invece la richiesta di aprire le porte, di far entrare voci nuove, di far sentire tutti a casa propria, di veder trattato con rispetto chi ha altre idee sulle cose. C’è l’insofferenza per chi divide tutto in bianco e in nero, in buoni e cattivi, vecchi e nuovi, belli e brutti. Vorrebbero un partito inclusivo, un grande partito che sappia mettere a frutto tutte le energie, le parole, le idee, le storie. Sentono il bisogno di stare in una comunità che ha gli stessi ideali, la stessa missione e nella quale non accada che quando parli e dissenti ti si metta un’etichetta addosso e via nell’ufficio oggetti smarriti. Vogliono che la sinistra faccia la sinistra, che non siano rottamati insieme agli uomini e alle donne di un’altra stagione anche gli ideali che distinguono la sinistra dalla destra.

Per questo parlare di scissione è una fesseria. La storia della sinistra è piena di scissioni che, tranne qualche rarissimo caso, sono servite solo a gratificare gli ego personali e hanno creato partiti dallo zero virgola di cui oggi nessuno si ricorda più. D’altra parte il Pd, con tutti i limiti – e non sono pochi – è nato per tenere insieme diverse culture e diverse storie che nel corso del Novecento sono state su due parti della barricata. Doveva essere un partito plurale, pieno di energie e di stimoli, sui quali chi dirige doveva fare affidamento. No, non rinunciando a guidare con le proprie idee ma avendo la capacità del confronto, la sensibilità di capire che nella sinistra non dovrebbe esistere la logica del vinco-e-prendo-tutto e del qui-comando-io. Perchè il successo di quel partito si costruisce sugli uomini e sulle donne in carne e ossa e non sull’idea di uomini e donne come vorremmo che fossero. Essere leader è difficile, molto difficile. Ma la forza di un leader si misura non solo sulla capacità di avere belle idee ma anche e soprattutto sulla capacità di non avere paura delle idee degli altri e su quella, ancora più importante, di sapere conquistare un’egemonia culturale nel partito che si dirige coinvolgendo, trascinando, facendo sentire tutti utili alla causa e magari anche rinunciando a qualcosa di suo.

E’ più faticoso che scrivere un tweet, non c’è dubbio. Ma la sinistra è fatta così: richiede fatica, determinazione, coraggio, ascolto, conquista del consenso. Se Renzi capisse che questa voglia di esserci e di contare – anche quella di chi borbotta, protesta e critica – non è un impaccio di un tempo che fu ma la più straordinaria forza propulsiva del Pd le cose potrebbero prendere una piega diversa. Altrimenti no, non ci sarà una scissione con la nascita dell’ennesimo partititino di una sinistra che si ritiene più pura. Ma un lento e inesorabile abbandono, un restare chiusi dentro casa quando viene la sera…

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2 pensieri su “Il vero rischio non è la scissione

  1. Peccato che quella sinistra lì non sia mai riuscita a governare l’Italia ! Tra discussioni da sfinimento, contrapposizioni egoistiche, giochini correntizi, non è riuscita a durare più di qualche mese! Ha ottenuto più dall’opposizione che non governando e forse è questo che vogliono ancora!

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  2. Caro Pietro, ricordo momenti bellissimi e tristi contemporaneamente. La prima frase che hai scritto, spesso era sussurrata dai lavoratori dell’Unità nell’analisi che si faceva in quelle votazioni del 1976 (tra l’altro vinte a Roma) che nel Partito (con la P maiuscola) erano entrata più intellighenzia che classe operaia, quindi, o si aveva la vista lunga che gli operai andavano gradatamente sparendo oppure che il partito avesse meno attenzione alla “base” che ai “cervelli”. Inoltre, quando si va oltre certi limiti, anche in democrazia, non è mai costruttivo. Nella sinistra, dall'”uscita” del “centralismo democratico” ognuno si sente in diritto di dire ciò che pensa pretendendo che la sua parola sia la “verità” ed ognuno vuole stare sempre sul proscenio altrimenti non si sente protagonista. Avevo promesso a me stesso che con Renzi segretario non avrei rinnovato la tessera, non ho resistito al richiamo disciplinare, non condivido affatto il comportamento di quest’ultimo, ma “battagliare” continuamente in casa, non è assolutamente costruttivo. Certi personaggi abituati a stare davanti la telecamera, per un po’ facciano le comparse dando consigli in camera caritatis.
    Conclusione (mia) il centralismo democratico non era il male assoluto.

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