Elezioni, c’è poco da esultare

Sono molti oggi quelli che ironizzano sul vecchio metodo di fare una seria analisi del voto e, quando serve, un’approfondita analisi della sconfitta. Chi prova a farlo viene messo subito nella casella dei cattivi o dei “residui del passato”. Sono tempi nuovi, questi, nei quali tutto è o bianco o nero e nell’invio veloce di un tweet si liquida ogni pensiero, ogni dubbio e ogni interrogativo con il più fico slogan che si trova. Eppure il mondo, e quindi anche la politica che ci gira attorno, non è sempre bianco e nero. Ci sono anche i grigi e spesso i grigi sono più importanti del bianco e del nero perché aiutano a capire meglio le cose osservando le sfumature. Detto questo, come premessa metodologica, credo che nel voto regionale di ieri ci siano molti grigi, un po’ di bianco e troppo nero. Vediamo perché.

Non c’è dubbio che il bianco è che i candidati del Pd e del centrosinistra vincono in tutte e due le Regioni. E ci riescono nonostante le elezioni fossero una diretta conseguenza di inchieste della magistratura e nonostante l’appeal dell’istituto regionale si sia abbastanza appannato. Il Pd, nonostante tutto, resta il baricentro del sistema politico e forse l’unico partito a cui affidarsi per la ricostruzione del Paese. Bonaccini riesce a mantenere a sinistra una delle regioni più importanti d’Italia, Oliviero conquista una regione in mano al centrodestra. Buon lavoro a tutti e due, ne hanno bisogno per riuscire a governare in una situazione così magmatica.

Il dato dell’astensionismo è allarmante e drammatico, inutile scherzarci. Chi lo sottovaluta commette un gravissimo errore. Perché se è vero che alle elezioni quel che conta è chi vince e il sistema elettorale infatti non prevede alcun quorum, è ancora più vero che quando la diserzione raggiunge questi livelli significa che l’assetto democratico non funziona come dovrebbe, che la partecipazione viene intaccata pesantemente, che il rapporto di fiducia governanti-governati è messo in serio pericolo. Certo, come dice qualche esperto, la caduta dei votanti può essere un normale (ma normale fino a che punto?) trend in un’epoca nella quale funzionano meno le scelte di campo, le ideologie sono morte e sepolte e la capacità di attrazione della contesa elettorale ne risente. Bene, ma quando in una botta sola in Emilia Romagna si passa dal 68% al 37% di votanti con un tracollo di più del trenta per cento vuol dire che non c’è solo disamore o disimpegno ma che si è rotto qualcosa. Non dimentichiamo che cosa è stata e che cos’è quella regione per l’Italia, per la storia della sinistra, per le vicende nobili del riformismo, per quel tessuto democratico che è stato a lungo il fiore all’occhiello della democrazia italiana. Chiedersi che cosa è accaduto non è un atto di lesa maestà ma il tentativo di capire e di correggere. Un’operazione che dovrebbero compiere tutti, evitando di pensare che la responsabilità di questa fuga dalle urne sia da addossare tutta e soltanto a Renzi: essa viene da lontano e ha diversa cause concomitanti.

E infatti: se i voti al candidato del Pd passano da 1 milione 197 mila ottenuti da Errani (con il 52%) a 615 mila presi da Bonaccini (con il 49%) significa che un problema c’è. Se il Pd alle precedenti regionali aveva conquistato 857 mila voti, alle europee addirittura 1 milione 212 mila (con il 52,5%)e oggi crolla a 535 mila (con il 44%) vuol dire che un problema c’è. Vogliamo nascondercelo? O vogliamo cercare di capire? Penso che, anche considerando le condizioni particolari in cui si sono svolte queste elezioni – inchieste, Regioni sotto accusa, stanchezza elettorale, scarsa tensione competitiva – il risultato dell’Emilia Romagna dica anche altro. E lo dica a tutti i dirigenti del Pd ma soprattutto a Renzi e al suo modo di governare e di dirigere il partito. Voglio essere chiaro: non si può prendere a schiaffi un pezzo del tuo popolo, demolire i suoi punti di riferimento e pensare che questo non abbia effetto. Non si può creare disorientamento, mandando all’aria i codici su cui è nata e cresciuta la sinistra e credere che tutto passi liscio. In qualche modo questo voto dice a Renzi che la sua strategia non funziona bene: se l’avversario diventa il tuo compagno di partito, che pure ci crede nella sinistra anche se un po’ diversa dalla tua, se si considera ferro vecchio il sindacato che il popolo democratico considera soggetto importante, se l’opera di rinnovamento diventa una continua lacerante rottamazione senza sosta, se chi dissente o ha altre idee viene sempre bollato come vecchio e residuo, se lo sberleffo o l’insulto prendono il posto del confronto serio, bene alla fine non si può pensare che si tenga tutto insieme appassionatamente. Gli elettori non ci girano troppo attorno: votano e mandano segnali. Vogliamo raccoglierli? O facciamo finta che va tutto bene madama la marchesa?

C’è un altro elemento che dovrebbe spingere Renzi a riflettere sulla sua strategia: la conflittualità stanca. Dopo il ventennio berlusconiano, fatto di scontri ideologici durissimi, credo che l’Italia senta il bisogno di una politica più misurata, di un confronto anche aspro ma rispettoso, di azioni concrete condotte senza urla, senza scontri, senza anatemi. Il premier ha basato questa sua prima fase di governo su una comunicazione adrenalinica che ha creato ansie, timori e schieramenti partigiani. Gli elettori che alle europee hanno dato quel grande consenso a Renzi credo si aspettassero una concreta azione di governo condotta con serietà e coraggio e senza più l’urlo del più forte o il tweet del più geniale, uno contro l’altro in un’eterna guerra che non finisce più.

Il voto degli altri infine ci consegna un quadro politico per niente rassicurante. Le spinte populiste restano forti: cambiano natura (dalla destra o dai grillini verso una Lega xenofoba e antieuropea) ma sono ancora solide. Salvini raccoglie il vento dell’antipolitica che soffia sul Paese. Nel centrodestra esce sconfitto Berlusconi ma anche Alfano. E questo, vedrete, creerà più di un problema al governo di Renzi: accentuerà gli atteggiamenti oppositivi piuttosto che rafforzare quelli dialoganti e il percorso delle riforme (legge elettorale e modifica costituzionale del Senato) avranno un iter probabilmente più accidentato. La destra vorrà riconquistare il suo spazio politico perduto e lo farà con maggiore aggressività, più contro che per.

Ce n’è abbastanza per non liquidare questo voto con un’alzata di spalle o con il facile entusiasmo dell’”abbiamo vinto noi”. Sì, abbiamo vinto, ma la serietà di un partito e della sua leadership si misura anche dalla capacità di capire, al di là della vittoria sul campo, quel che non va, di correggere gli errori, di sapere individuare gli elementi di debolezza. L’ostinazione in politica alla fine non paga mai.

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