Ma il sindacato non è un ferro vecchio

La domanda è questa: ma il sindacato serve ancora oppure è un ferro vecchio, un residuo del passato che non passa? Dalla risposta a questa elementare domanda dipende qualsiasi valutazione sul ruolo delle organizzazioni dei lavoratori, sul loro compito, sulla funzione che svolgono e possono svolgere in uno stato democratico. La storia del movimento sindacale è lunga, come sappiamo, e comincia molto prima di quella dei partiti della classe operaia. La nascita delle leghe e poi delle Camere del lavoro ha permesso a milioni di uomini e di donne di difendere i loro diritti, di fare in modo che il lavoro non fosse una schiavitù, di contrastare il potere assoluto e monarchico dell’imprenditore, di ottenere conquiste che oggi sembrano scontate ma che solo qualche decennio fa erano un’utopia: le otto ore, il riposo settimanale, lo statuto dei lavoratori e via aggiungendo Come si vede il sindacato ha svolto un ruolo importante. Diciamo pure decisivo. Perché oltre a rappresentare i diritti dei lavoratori ha permesso che milioni di uomini e donne partecipassero alla vita democratica del Paese, si riunissero, discutessero e formassero quel tessuto connettivo della società che è un grande bene comune. Ve lo ricordare che cosa ha fatto il sindacato negli anni Settanta contro il terrorismo? E ve lo ricordate Guido Rossa? Ve lo ricordate che cosa ha fatto il sindacato contro le mafie? E ve lo ricordate Placido Rizzotto?

Qualcuno dirà: roba antica. No, è roba nuova. Perché anche oggi, nonostante i limiti e gli errori che il sindacato (come i partiti) commette, le organizzazioni dei lavoratori sono un anello centrale nella vita del Paese. Tengono insieme milioni e milioni di dipendenti. Ne curano i bisogni, i diritti, si battono per il rispetto delle leggi contro ogni sopruso. E perché in questo loro lavoro riescono a guidare in un canale di civiltà democratica il confronto con il potere. Il sindacato è uno dei gangli vitali della democrazia.

Se le cose stanno così appaiono davvero sorprendenti le dichiarazioni con le quali il presidente del Consiglio tenta, ormai abitualmente, non di criticare questa o quella scelta compiuta dal sindacato, che è cosa ovviamente legittima, ma di demolire la loro funzione, il loro ruolo. Allo stesso modo appaiono sorprendenti gli sberleffi e gli insulti che alcuni uomini e donne vicini al presidente del Consiglio (spesso più realisti del re) rivolgono a chi organizza i lavoratori. Se si demolisce il sindacato la democrazia italiana non sarà più forte ma più debole. E i lavoratori saranno soli e isolati di fronte a qualsiasi battaglia o a qualsiasi vertenza o a qualunque violazione. Sarebbe distrutto il senso di comunità e lo spirito di appartenenza che tengono insieme una nazione.

Lo abbiamo scritto qualche giorno fa e lo ripetiamo: c’è bisogno di chi costruisce ponti e non di chi li mina per farli saltare in aria. E allora, per costruire qualsiasi ponte verso il futuro serve la forza del sindacato. No, non si cambia il Paese contro chi rappresenta chi si spezza la schiena.

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