Lavoro, io sto con Sandra

Sandra pensa di essere inutile e sola. Sandra si sente un esubero, esclusa in una fabbrica che esclude. Sandra si dispera ma poi combatte contro la solitudine per difendere un lavoro che serve alla sua famiglia e a se stessa. Sandra è debole e forte allo stesso tempo. Sandra è un granello di polvere nell’ingranaggio di un lavoro che mostra il suo volto più feroce. Sandra ha un marito e un’amica che combattono con lei, ma non ha un sindacalista alle sue spalle perché il sindacato nella sua piccola fabbrica non c’è e ogni lavoratore è nudo di fronte ai suoi drammi.  E’ nuda Sandra ma sono nudi anche i suoi compagni di lavoro che devono scegliere tra lei e un bonus da mille euro. Una scelta tragica.

Chi si occupa di questioni del lavoro, chi parla ogni giorno nei talk show di modelli, di norme e di articoli di legge dovrebbe vederlo questo tremendo film di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Si intitola Due giorni, una notte ed è un viaggio terribile in una terribile guerra tra poveri alimentata da un imprenditore che sembra prediligere il gusto del sadismo. La storia in due parole è questa: Sandra, interpretata dalla bravissima Marion Cotillard, è considerata un esubero anche a causa di una depressione che l’ha resa fragile e la fa credere inaffidabile. Può essere riassunta nella fabbrica di pannelli solari solo a una condizione, e cioè che i suoi compagni di lavoro rinuncino a un bonus di mille euro. Il bonus o il lavoro di Sandra. La prima votazione in azienda ha decretato la sconfitta di Sandra. La maggioranza ha detto: bonus. Ma lei riesce ad ottenere una seconda votazione, più libera e segreta. E nel wwek end che precede il referendum, spinta dal marito e da un’amica fedele, fa il giro delle case di tutti gli operai per chiedere loro di aiutarla a restare in fabbrica. Un viaggio drammatico che riserva brutte risposte ma anche belle sorprese. Il dramma non è solo di Sandra ma anche di quei lavoratori costretti, come fossero in un’arena, a decidere la vita e la morte di una loro compagna. Lei è tenerissima, non giudica chi le dice che ha bisogno del bonus, capisce, mantiene la sua dignità e il suo coraggio per poi nascondersi a piangere da sola.

E’ una battaglia epica tra porte aperte e porte sbattute, tra rispostacce e pianti di solidarietà, tra colleghi che si nascondono e altri che promettono di stare con lei. Il finale è forse un piccolo raggio di luce che non raccontiamo e lasciamo in sospeso. Alla fine del film però resta l’amarezza, il dolore per tante disperate solitudini che producono una drammatica e indicibile guerra tra poveri. Mi sono chiesto vedendo scorrere le immagini: ma non c’è un sindacato in quella fabbrica? No, non c’è perché è una piccola fabbrica. No, non c’è un sindacalista a impedire la lotta cruenta tra i lavoratori, a dire al padrone che quel referendum non s’ha da fare, a difendere tutti da quell’ingranaggio perverso, a non far sentire soli gli operai, a indire uno sciopero, a manifestare davanti ai cancelli, a urlare la rabbia contro la legge del più forte.

Forse dovrebbero vederlo questo film quelli che pensano che i lavoratori siano dei numeri, piccole rotelline di un ingranaggio più grande o commi di un articolato di legge. Forse dovrebbero vederlo quelli che pensano che il sindacato sia un impaccio, sia un residuo del passato in un mondo che corre veloce verso le manifiche sorti e progressive dell’umanità. La solitudine di questi operai è la sconfitta più grande della politica. E quando un lavoratore resta solo con il suo dramma e le sue paure non perde solo il lavoratore. Perdiamo tutti noi, perde la civiltà democratica. Andate a vedere Due giorni, una notte: soffrirete ma vi racconterà il terribile mondo del lavoro di oggi meglio di qualsiasi trattato di sociologia.

 

 

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