Periferie d’Italia

E’ periferia Tor Sapienza, quartiere popolare nel quadrante est di Roma, dove il conflitto tra due povertà produce solitudine e abbandono, odio e rancore, egoismo e vendetta. E non c’è nessuno, tra quelle case lontane dal centro storico della Capitale e legate alla città solo da un filo di strada che corre dentro il disagio, che sia in grado di ascoltare, di capire, di mediare tra le aspirazione e gli scontri. Nè un’istituzione, né un partito, né un’associazione, nè un comitato, nessuna porta dove bussare e sentirsi accolti. Tra le vie di un vecchio quartiere che vive drammi nuovi muore la politica, muore lo Stato, lentamente muore la democrazia.

E’ periferia Terni, con la sua fabbrica dell’acciaio un tempo fiorente e riconoscibile  luogo di riscatto della classe operaia e oggi lasciata a spegnersi nella disperazione di una città che non ha altro a cui aggrapparsi e nel dolore dei tanti lavoratori che sanno che fuori da quei cancelli non ci sarà altro che buio. E non c’è nessuno oltre al sindacato, tra i reparti della fabbrica o all’uscita, nelle case o nelle scuole, ad accogliere e ad ascoltare. Altre solitudini, altre disperazioni. Anche qui muore la politica, muore lo Stato e lentamente muore la democrazia.

E’ periferia Genova allagata e ogni centro della Liguria travolto dalle frane e dal fango, dove si muore dentro casa o trascinati con l’auto da un torrente in piena e dove la solitudine e l’abbandono hanno il volto dei vecchi e dei bambini, di tutti quelli che non sono più sicuri nella loro città e nelle loro stanze. E non c’è nessuno oltre ai volontari e alla protezione civile che apra la porta e ascolti, che stia a fianco, che metta una mano sulla spalla, che dia sollievo e porti la forza della comunità che si dà da fare per costruire dighe o argini potenti. Si fanno polemiche, rimbalzano le colpe e intanto anche nel fango muore la poliica, muore lo Stato e lentamente muore la democrazia.

E’ periferia la terra dei fuochi dove si vive e si muore tra i veleni sotterrati con la complicità e la connivenza di chi doveva controllare e non l’ha fatto e di chi doveva intervenire e non è intervenuto. E’ periferia la landa desolata di Taranto che ha respirato i fumi velenosi dell’Ilva e ogni sera scruta il cielo nero come un corvo che porta brutte storie. E’ periferia l’Aquila ancora avvolta nella polvere di un terremoto che ha lasciato tante ferite e ha travolto ogni speranza in una ricostruzione dove ha vinto non la dignità di aiutare ma la vergogna di sfruttare. E’ periferia ogni fabbrica che chiude, ogni scuola malmessa, ogni quartiere lasciato alla desolazione della notte, ogni giovane che non trova lavoro e si dispera e dice di volersene andare all’estero, ogni pensionato che conta i soldi e cancella le voci dal biglietto della spesa.

Sono troppe le periferie d’Italia. E non c’è nessuno ad ascoltare, a incitare, a darti un indirizzo nuovo, a sospirarti una speranza o a fornirti una risposta. Dentro le solitudini della periferia muore la politica, muore lo Stato e lentamente muore la democrazia. Forse è tardi per impedirlo, forse no. Qualcuno può ancora provarci prima che sia maledettamente troppo tardi.

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