Le ragioni degli altri

Forse mi sbaglierò ma ho l’impressione che le vicende degli ultimi giorni abbiano dimostrato, in modo quasi inconfutabile, che spaccare il Pd non serve a nessuno, nemmeno a chi oggi ne è il segretario e gode di un consenso così forte. Per portare a termine le riforme di cui ha bisogno il Paese – a cominciare da quelle che riguardano il tema della crescita e del lavoro che sono senza dubbio le più urgenti – c’è bisogno di una sinistra che discute e litiga pure, ma sa ascoltarsi per fare di conseguenza le scelte migliori. Qualche giorno fa, in occasione della grande manifestazione della Cgil a Roma, abbiamo scritto che c’è bisogno di chi costruisce ponti e non di chi li mina per farli saltare in aria. Il cambiamento richiede determinazione e coraggio, ma anche consenso, capacità di dialogo, confronto senza pregiudizi: spesso, nella vita come in politica, ci sono delle ragioni anche nelle idee degli altri ed è quindi controproducente liquidarle con disprezzo.

Facciamo due esempi, proprio quelli su cui si discute in questi giorni. Quando Renzi siglò il cosiddetto patto del Nazareno con Berlusconi e spiegò il nuovo modello elettorale chiamato Italicum qualcuno – non solo nella minoranza del Pd ma anche tra autorevoli costituzionalisti – fece osservare che c’erano tre aspetti che andavano corretti. Il primo: la soglia prevista per ottenere il premio di maggioranza (allora attorno al 37%) troppo bassa poteva consentire paradossalmente a una minoranza di conquistare una esorbitante maggioranza di seggi. Il secondo: le soglie di sbarramento troppo elevate (addirittura all’8%) producevano l’esclusione dalla rappresentanza parlamentare di forze che avevano qualche milione di voti. Il terzo: le liste bloccate sottraevano all’elettore il diritto costituzionale di scegliersi i rappresentanti. Bene. Ma quelli che allora facevano queste osservazioni, come si ricorderà, vennero trattati come dei rompiscatole che volevano frenare o impedire le riforme. Notiamo che dopo qualche mese alcune di quelle osservazioni sono diventate patrimonio comune e sono finite nella nuova formulazione dell’Italicum. Resta ancora il nodo dei capilista nominati – che non è affatto un bel vedere – ma un passo avanti è stato fatto e altri se ne potranno fare prima dell’approvazione definitiva.

Lo stesso discorso vale per la riforma del lavoro. Si è alimentato in modo strumentale lo scontro sull’articolo 18 considerando vecchie, logore e novecentesche le valutazioni di chi pensava che fosse sbagliato introdurre la libertà assoluta di licenziamento anche ingiustificato e fosse invece necessario difendere un diritto (quello di non essere cacciato dal lavoro senza un motivo fondato) che non è un capriccio di qualche comunista di vecchio stampo. Se ne sono dette di tutti i colori in quello scontro tra presunti innovatori e presunti conservatori, con toni aspri e offensivi da una parte e dall’altra. Oggi finalmente si ritiene che per alcuni licenziamenti (quelli discriminatori e disciplinari) sia giusto mantenere l’articolo 18 e quindi garantire la possibilità di reintegro per il lavoratore danneggiato.

Tutto questo dimostra una cosa: che se nel Pd si ritrovasse il filo comune dello stare insieme, quel legame che fa di un gruppo di persone una comunità nella quale ci si rispetta e ci si ascolta e non ci si tratta come antagonisti, sicuramente ne guadagnerebbe quel partito e le riforme che è necessario fare. Soprattutto ne guadagnerebbe l’Italia che smetterebbe di assistere a un match ogni giorno con l’unico infantile obiettivo di dimostrare chi ha il pugno più lesto. Con il rischio però di rotearlo in aria senza arrivare mai a segno.

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