C’è bisogno di chi costruisce ponti

Il nostro Paese sta attraversando un periodo difficile, qualcuno dice il più difficile del dopoguerra. La situazione economica è ancora pesante: il tasso di disoccupazione resta altissimo, quello giovanile è a livelli scandalosi, le crisi industriali non accennano a risolversi e migliaia di lavoratori sono rimasti senza lavoro. Chiudono le fabbriche e questo ovviamente crea preoccupazioni e tensioni sociali. Per cercare di uscire da questo pantano serve uno sforzo immane. Ma per riuscirci c’è bisogno di pompieri e non di piromani, c’è bisogno di chi costruisce ponti e non di chi sistema le mine per farli saltare. Ho sempre pensato che il compito di un premier, e soprattutto di un premier di sinistra, fosse quello di unire piuttosto che dividere, quello di coinvolgere il maggior numero di forze sociali nel lavoro di ricostruzione, quello di tenere insieme un Paese che è diviso, rissoso, velenoso. Le guerre sante non portano da nessuna parte. E i pasdaran delle guerre sante sono quelli che incendiano, che spaccano, che distruggono. Avere cultura di governo significa sapersi confrontare con lealtà, serietà e pazienza con chi non è d’accordo. Significa saper gestire i conflitti che l’azione di governo normalmente può creare. Significa fare scelte e difenderle ma senza denigrare, offendere, escludere. E significa sapere trovare il compromesso, la mediazione che consenta di tenere insieme il Paese.

Il sindacato ha svolto e svolge una funzione importante nella tenuta democratica di un Paese. Rappresenta milioni di lavoratori, raccoglie le loro speranze e le loro delusioni. Mantiene in un canale di confronto, anche aspro, i conflitti che la crisi può far degenerare. A volte lo fa bene, a volte male. Ma lo fa. E nessuno può pensare, soprattutto a sinistra, che il Paese si possa cambiare senza o contro il sindacato. Perché se si distrugge il sindacato si spezza un altro legame sociale, politico e democratico. Si frantuma la rappresentanza, si lasciano i lavoratori soli a difendere se stessi. Trionfa l’individualismo e il corporativismo.

Credo che un premier abbia un di più di responsabilità nell’evitare una deriva che non farà bene a nessuno. Di più di qualsiasi sindacato, o di qualsiasi associazione imprenditoriale o di qualsiasi organizzazione sociale. Pensare di governare attraverso continui regolamenti di conti, soprattutto dentro la propria parte, significa non capire che l’Italia che uscirà da una lacerante guerra ideologica sarà più sola, più povera, più divisa. In nome dell’unità del Paese si può rinunciare anche a qualcosa. Meglio un compromesso positivo che una vittoria solitaria sulle macerie. Per questo credo che Renzi debba imboccare un’altra strada. E questo non vuol dire rinunciare a fare, ma farlo meglio, nel salutare confronto delle posizioni. Soprattutto il premier, che è anche segretario del più grande partito italiano, deve impedire che dentro il Pd, tra i suoi sostenitori, emerga chi la spara più grossa, chi sa offendere di più, chi preferisce la provocazione al dialogo, chi pensa che siamo ancora nella battaglia delle primarie e nella guerra della rottamazione. Oggi il Paese è in mano a voi. Una nuova classe dirigente non si misura dai decibel delle dichiarazione ma dalla sua capacità di governare unendo e di unire per costruire qualcosa nella quale possano riconoscersi il maggior numero di cittadini. Questo è quello che insegna la storia della sinistra che non è solo lastricata di errori e di reducismo ma è segnata dalla grande battaglia per l’emancipazione delle classi subalterne, dal grande tentativo di portare al governo quelli che sono esclusi, dalla sfida di unire il Paese contro chi voleva dividerlo. Uno che di sinistra se ne intendeva, Antonio Gramsci, ci ha fondato un giornale su quel valore: l’Unità. Siamo ancora in tempo per evitare la grande frattura e per far vincere l’unità.

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