Noi e Berlinguer, solo un addio?

Quando le copie dell”Unità, quelle con la grande scritta Addio, volano sul prato di una Piazza San Giovanni vuota ti prende uno struggimento. E’ l’inizio del film, ma è anche l’immagine che meglio rappresenta simbolicamente la fine di una storia. Quando c’era Berlinguer è un film che emoziona e commuove, un viaggio in un pezzo di storia del nostro Paese e della sinistra italiana, nelle sue bellezze ma anche nelle sue contraddizioni e nei suoi errori. Ma il bellissimo docu di Walter Veltroni non è solo emozione. E’ molto di meglio e molto di più. E’ il racconto di una sfida interrotta: quella di un leader che prende in mano un grande partito come era il Pci e lo porta al limite estremo del suo possibile rinnovamento. Fino al punto in cui un italiano su tre votava comunista perchè quel partito era diventato una speranza reale di cambiamento. Una sfida combattuta, difficile, contrastata: contro le resistenze interne, contro la vecchia ortodossia del comunismo sovietico, contro le trame oscure che infestarono l’Italia sul finire degli anni Settanta.

A ripercorrere quella storia vengono i brividi per quei dieci anni che sconvolsero il nostro Paese, tra la P2, il terrorismo e l’assassinio di Aldo Moro. Fummo in bilico per quasi un decennio tra il cambiamento e la restaurazione. Vinse la restaurazione e il Pci finì lì, in quella grande piazza di Roma che diede l’ultimo saluto al suo ultimo grande leader. E con il Pci finì anche la speranza di sbloccare il sistema politico, di trovare una via nuova di modernizzazione.
Quanto fosse importante Berlinguer lo si capisce non tanto dalle acute osservazioni dei protagonisti intervistati nel film: da un commosso Napolitano a Macaluso, da Tortorella a Scalfari fino a monsignor Bettazzi. Lo si capisce di più dall’umanità con la quale l’autista di Berlinguer, Alberto Menichelli e l’operaio della Galileo di Padova, Silvio Finesso raccontano, tra le lacrime, la ferita di quella tragica morte sul palco. Lo si capisce dagli uomini e dalle donne che piangono ai lati del corteo funebre con un dolore che mai forse si è provato per la scomparsa di un uomo pubblico. E’ il segno di quanto Berlinguer fosse entrato nella vita e nei sentimenti di un popolo e di quanto quel popolo si sentisse una comunità legata al suo leader.
Quella storia è finita, certo. Ma se una lezione si può trarre da una straordinaria esperienza umana e politica crediamo stia in questi due aspetti: l’idea diversa della politica e il rapporto vivo tra leader e popolo. La politica intesa come missione, come sfida disinteressata, come mettersi al servizio degli altri perché solo insieme agli altri è possibile crescere, cambiare, combattere. E perchè, come dice Gaber in quel bellissimo brano che è Qualcuno era comunista, il sogno era di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. Questo fu Berlinguer e con lui il Pci di quegli anni. E fu, il segretario del Pci, un leader che esisteva perché esisteva il suo popolo, perché quel popolo era una comunità che sosteneva un’idea. Un Noi che aveva le stesse speranze e gli stessi sogni e non una sommatoria di Io o il referente passivo di un Grande Io. Oggi non possiamo che misurare la distanza tra questa equella politica. Ed è forse il messaggio più rivoluzionario che Berlinguer ci ha lasciato.

(21/3/2014)

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